L’Amazzonia e il consumo di carne nel Rapporto Brandt

Riletto ora parecchie cose sono notevolmente cambiate, c’è
stata la globalizzazione, alcuni paesi dell’estremo Est che erano compresi tra quelli
del Sud del mondo hanno avuto una crescita economica molto consistente, alcune
guerre che si sono fatte e si fanno, indirettamente ci permettono di continuare
a mantenere il nostro livello di consumi, forse l’Africa continua a rimanere
nella situazione di più forte squilibrio sociale, economico e culturale.
Comunque, sono andato a riprendermelo perché mi ricordavo
che anche lì era già stato sollevato il problema della deforestazione per l’allevamento
del bestiame. Dentro il rapporto, nel capitolo “fame e cibo”, a pg. 135 della
pubblicazione in italiano si legge: “I ricchi del mondo potrebbero
contribuire ad aumentare la disponibilità di generi alimentari […] consumando
meno carne; infatti, produrre un’unità di proteine carnee comporta l’impiego di
otto unità di proteine vegetali, che potrebbero invece venire direttamente
consumate. Laddove gli animali che si nutrono di erba non richiedono cereali,
il pollame e il bestiame nutriti a cereali ne consumano enormi quantitativi e
precisamente da 3 a 9 chilogrammi per ogni chilogrammo di carne di pollo o di
bovino edule, sufficienti a sopperire ai bisogni di una vasta percentuale delle
popolazioni affamate del mondo mediante prodotti cerealicoli.” (Scritto nel
1979!)
La questione, come quella della emissione di CO2, rischia di
assumere i toni di un neocolonialismo: per mantenere il nostro livello di benessere
altre popolazioni devono vivere in condizioni di disagio per proteggere le
risorse di tutti, perché la Terra è una.
Non si tratta probabilmente di diventare tutti vegetariani
ma di stare più attenti, se ci è consentito veramente, alla provenienza dei
cibi che compriamo cercando di non compromettere risorse di altre popolazioni.
Bisogna inoltre che un riequilibrio delle risorse permetta a tutta la
popolazione mondiale di vivere in buone condizioni economiche, sociali culturali
e di opportunità senza compromettere le risorse delle future generazioni.
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