domenica 24 maggio 2026

 

Paesaggi manzoniani 3

Materiali utilizzati per l'iniziative Col Parco PANE e il Comitato Ferma Ecomostro Tratta D Breve Regione Lombardia

Citazione dai promessi sposi

 CAPITOLO I

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un'ampia costiera dall'altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l'Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l'acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l'uno detto di san Martino, l'altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare

a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. Per un buon pezzo, la costa sale con un pendìo lento e continuo; poi si rompe in poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l'ossatura de' due monti, e il lavoro dell'acque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci

de' torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna.

Lecco […]

 CAPITOLO V

Il palazzotto di don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza d'una bicocca, sulla cima d'uno de' poggi ond'è sparsa e rilevata quella costiera. A questa indicazione l'anonimo aggiunge che il luogo (avrebbe fatto meglio a scriverne alla buona il nome) era più in su del paesello degli sposi, discosto da questo forse tre miglia, e quattro dal convento. Appiè del poggio, dalla parte che guarda a mezzogiorno, e verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate da contadini di don Rodrigo; ed era come la piccola capitale del suo piccol regno. Bastava passarvi, per esser chiarito della condizione e de' costumi del paese. Dando un'occhiata nelle stanze terrene, dove qualche uscio fosse aperto, si vedevano attaccati al muro schioppi, tromboni, zappe, rastrelli, cappelli di paglia, reticelle e fiaschetti da polvere, alla rinfusa. La gente che vi s'incontrava erano omacci tarchiati e arcigni, con un gran ciuffo arrovesciato sul capo, e chiuso in una reticella; vecchi che, perdute le zanne, parevan sempre pronti, chi nulla nulla gli aizzasse, a digrignar le gengive; donne con certe facce maschie, e con certe braccia nerborute, buone da venire in aiuto della lingua, quando questa non bastasse: ne' sembianti e nelle mosse de' fanciulli stessi, che giocavan per la strada, si vedeva un non so che di petulante e di provocativo.

 CAPITOLO VIII

Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile, se non fosse stato il tremolare e l'ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S'udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglìo più lontano dell'acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di que' due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano. L'onda segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia increspata, che s'andava allontanando dal lido. I passeggieri silenziosi, con la testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato

dalla luna, e variato qua e là di grand'ombre.

Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una compagnia d'addormentati, vegliasse, meditando un delitto.

Lucia lo vide, e rabbrividì; scese con l'occhio giù giù per la china, fino al suo paesello, guardò fisso all'estremità, scoprì la sua casetta, scoprì la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scoprì la finestra della sua camera; e, seduta, com'era, nel fondo della barca, posò il braccio sulla sponda, posò sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente.

Addio, monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l'aspetto de' suoi più familiari; torrenti, de' quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti

addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d'essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso.

 CAPITOLO XI

La strada era allora tutta sepolta tra due alte rive, fangosa, sassosa, solcata da rotaie profonde, che, dopo una pioggia, divenivan rigagnoli; e in certe parti più basse, s'allagava tutta, che si sarebbe potuto andarci in barca. A que' passi, un piccol sentiero erto, a scalini, sulla riva, indicava che altri passeggieri s'eran fatta una strada ne' campi. Renzo, salito per un di que' valichi sul terreno più elevato, vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell'ottava maraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino. Ma dopo qualche momento, voltandosi indietro, vide all'orizzonte quella cresta frastagliata di montagne, vide distinto e alto tra quelle il suo Resegone, si sentì tutto rimescolare il sangue, stette lì alquanto a guardar tristamente da quella parte, poi tristamente si voltò, e seguitò la sua strada.

 CAPITOLO XX

Il castello dell'innominato era a cavaliere a una valle angusta e uggiosa, sulla cima d'un poggio che sporge in fuori da un'aspra giogaia di monti, ed è, non si saprebbe dir bene, se congiunto ad essa o separatone, da un mucchio di massi e di dirupi, e da un andirivieni di tane e di precipizi, che si prolungano anche dalle due parti. Quella che guarda la valle è la sola praticabile; un pendìo piuttosto erto, ma uguale e continuato; a prati in alto; nelle falde a campi, sparsi qua e là di casucce. Il fondo è un letto di ciottoloni, dove scorre un rigagnolo o torrentaccio, secondo la stagione: allora serviva di confine ai due stati. I gioghi opposti, che formano, per dir così, l'altra parete della valle, hanno anch'essi un po' di falda coltivata; il resto è schegge e macigni, erte ripide, senza strada e nude, meno qualche cespuglio ne' fessi e sui ciglioni.

Dall'alto del castellaccio, come l'aquila dal suo nido insanguinato, il selvaggio signore dominava all'intorno tutto lo spazio dove piede d'uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto.

Dando un'occhiata in giro, scorreva tutto quel recinto, i pendìi, il fondo, le strade praticate là dentro. Quella che, a gomiti e a giravolte, saliva al terribile domicilio, si spiegava davanti a chi guardasse di lassù, come un nastro serpeggiante: dalle finestre, dalle feritoie, poteva il signore contare a suo bell'agio i passi di chi veniva, e spianargli l'arme contro, cento volte.

 CAPITOLO XXIII

Entrano nella valle. Come stava allora il povero don Abbondio! Quella valle famosa, della quale aveva sentito raccontar tante storie orribili, esserci dentro: que' famosi uomini, il fiore della braveria d'Italia, quegli uomini senza paura e senza misericordia, vederli in carne e in ossa; incontrarne uno o due o tre a ogni voltata di strada.

Si chinavano sommessamente al signore; ma certi visi abbronzati! certi baffi irti! certi occhiacci, che a don Abbondio pareva che volessero dire: fargli la festa a quel prete? A segno che, in un punto di somma costernazione, gli venne detto tra sé: "gli avessi maritati! non mi poteva accader di peggio". Intanto s'andava avanti per un sentiero sassoso, lungo il torrente: al di là quel prospetto di balze aspre, scure, disabitate; al di qua quella popolazione da far parer desiderabile ogni deserto: Dante non istava peggio nel mezzo di Malebolge.

 CAPITOLO XXXIII

E andando, passò davanti alla sua vigna; e già dal di fuori poté subito argomentare in che stato la fosse. Una vetticciola, una fronda d'albero di quelli che ci aveva lasciati, non si vedeva passare il muro; se qualcosa si vedeva, era tutta roba venuta in sua assenza. S'affacciò all'apertura (del cancello non c'eran più neppure i gangheri); diede un'occhiata in giro: povera vigna! Per due inverni di seguito, la gente del paese era andata a far legna – nel luogo di quel poverino –, come dicevano. Viti, gelsi, frutti d'ogni sorte, tutto era stato strappato alla peggio, o tagliato al piede. Si vedevano però ancora i vestigi dell'antica coltura: giovani tralci, in righe spezzate, ma che pure segnavano la traccia de' filari desolati; qua e là, rimessiticci o getti di gelsi, di fichi, di peschi, di ciliegi, di susini; ma anche questo si vedeva sparso, soffogato, in mezzo a una nuova, varia e fitta generazione, nata e cresciuta senza l'aiuto della man dell'uomo. Era una marmaglia d'ortiche, di felci, di logli, di gramigne, di farinelli, d'avene salvatiche, d'amaranti verdi, di radicchielle, d'acetoselle, di panicastrelle e d'altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d'ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di steli, che facevano a soverchiarsi l'uno con l'altro nell'aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi in somma il posto per ogni verso; una confusione di foglie, di fiori, di frutti, di cento colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette, pannocchiette, ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli, azzurri. Tra questa marmaglia di piante ce n'era alcune di più rilevate e vistose, non però migliori, almeno la più parte: l'uva turca, più alta di tutte, co' suoi rami allargati, rosseggianti, co' suoi pomposi foglioni verdecupi, alcuni già orlati di porpora, co' suoi grappoli ripiegati, guarniti di bacche paonazze al basso, più su di porporine, poi di verdi, e in cima di fiorellini biancastri; il tasso barbasso, con le sue gran foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all'aria, e le lunghe spighe sparse e come stellate di vivi fiori gialli: cardi, ispidi ne' rami, nelle foglie, ne' calici, donde uscivano ciuffetti di fiori bianchi o porporini, ovvero si staccavano, portati via dal vento, pennacchioli argentei e leggieri. Qui una quantità di vilucchioni arrampicati e avvoltati a' nuovi rampolli d'un gelso, gli avevan tutti ricoperti delle lor foglie ciondoloni, e spenzolavano

dalla cima di quelli le lor campanelle candide e molli: là una zucca salvatica, co' suoi chicchi vermigli, s'era avviticchiata ai nuovi tralci d'una vite; la quale, cercato invano un più saldo sostegno, aveva attaccati a vicenda i suoi viticci a quella; e, mescolando i loro deboli steli e le loro foglie poco diverse, si tiravan giù, pure a vicenda, come accade spesso ai deboli che si prendon l'uno con l'altro per appoggio. Il rovo era per tutto; andava da una pianta all'altra, saliva, scendeva, ripiegava i rami o gli stendeva, secondo gli riuscisse; e, attraversato davanti al limitare stesso, pareva che fosse

lì per contrastare il passo, anche al padrone.

Ma questo non si curava d'entrare in una tal vigna; e forse non istette tanto a guardarla, quanto noi a farne questo po' di schizzo. Tirò di lungo: poco lontano c'era la sua casa; attraversò

 CAPITOLO XXXVII

Appena infatti ebbe Renzo passata la soglia del lazzeretto e preso a diritta, per ritrovar la viottola di dov'era sboccato la mattina sotto le mura, principiò come una grandine di goccioloni radi e impetuosi, che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano un minuto polverìo; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse alla viottola, la veniva giù a secchie.

Renzo, in vece d'inquietarsene, ci sguazzava dentro, se la godeva in quella rinfrescata, in quel susurrìo, in quel brulichìo dell'erbe e delle foglie, tremolanti, gocciolanti, rinverdite, lustre; metteva certi respironi larghi e pieni; e in quel risolvimento della natura sentiva come più liberamente e più vivamente quello che s'era fatto nel suo destino.

 


 Paesaggi manzoniani 2

Materiali utilizzati per l'iniziative Col Parco PANE e il Comitato Ferma Ecomostro Tratta D Breve Regione Lombardia

Citazioni sul concetto di Paesaggio

“Il concetto di ambiente umano trova [...] la sua origine per un lato dal pensiero filosofico moderno e, per l'altro, dai rivoluzionari contributi della scienza ecologica. Non dobbiamo tuttavia dimenticare una terza fonte: la descrizione letteraria ed artistica dell'ambiente umano che ha realizzato la doppia operazione di trasformare una nozione filosofica in un fatto di sensibilità, un costrutto scientifico in un fatto di percezione.”

Tomas Maldonado

La speranza progettuale, 1970

“Il paesaggio modificato dall'uomo è un insieme organico di forme-immagini interpretabili: già quando, guardando un paesaggio, vi scorgiamo una casa e un campo arato e diciamo che sono rispettivamente una casa e un campo arato attribuiamo a quel paesaggio un contenuto 'segnico', cioè lo definiamo come un insieme di segni: sono segni che richiamano a funzioni, funzioni che definiamo in rapporto alla nostra esperienza naturale e culturale del mondo.”

Eugenio Turri

Antropologia del paesaggio 1974

“Si tratta di fattori implicanti un'intenzionalità progettuale che non muove né si esaurisce ad esempio entro i confini di mere esigenze pratico-funzionali, ma sottende condizionamenti e prospettive di più vasto raggio [...] alcuni dei quali non sono affatto assenti dal processo di produzione degli oggetti che si vogliono considerare dal punto di vista estetico e che compongono il campo d'esercizio della storia dell'arte.”

Lionello Puppi

L'ambiente, il paesaggio e il territorio, 1980

“Le forme del paesaggio sono forme della natura in quanto forme della civiltà che in quella natura, in quell'aspetto particolare della natura ha riconosciuto una sorte di specchio di perfezione per un certo modo di determinare la categoria estetica.”

Rosario Assunto

Il paesaggio e l'estetica, Giannini, Napoli 1973, p. 233

“Quel dato paesaggistico stesso diverrà insomma per noi una fonte storiografica solo se riusciremo a farne non un semplice dato o fatto storico, ancora una volta, bensì un fare, un farsi, di quelle genti vive: con le loro attività produttive, con le forme di vita associata, con le loro lotte, con la lingua.”

Emilio Sereni

Storia del paesaggio agrario italiano, 1961

“Il paesaggio è l'esito di un vero e proprio processo spirituale: una nuova totalità, unitaria, che supera gli elementi senza essere legata ai loro significati particolari.”

Georg Simmel

Filosofia del paesaggio, 1913

“Paesaggio è natura che si rivela esteticamente a chi la osserva e la contempla con sentimento. [...] Lo diventano solo quando l'uomo si rivolge a essi senza uno scopo pratico, intuendoli e godendoli liberamente per essere nella natura in quanto uomo.”

Joachim Ritter

Paesaggio. Uomo e natura nell'età moderna, 1963

“Ogni paesaggio è uno stato d'animo.”

Henri Frédéric Amiel

Diario intimo, 1839–1881

“Il paesaggio designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni.”

Convenzione Europea del Paesaggio

Firenze, 20 ottobre 2000, art. 1

“Per vedere un paesaggio c'è bisogno di qualcosa di più di un occhio che lo scorga: ci vuole una riflessione che lo costituisca nella sua diversità dal mero dato sensibile — una teoria, appunto.”

Paolo D'Angelo

Per una filosofia del paesaggio, 2009

“Il paesaggio è come un verso di poesia che crea sé stesso.”

Virginia Woolf

citata in Evelyn Juers, La casa dell'esilio, 2011

“Il paesaggio non è che una proiezione, in grado di essere rilevata dai sensi fisici, della organizzazione economica, della struttura sociale, delle condizioni culturali, del sistema politico di una determinata comunità umana in una data epoca.”

Lucio Gambi

Critica ai concetti geografici di paesaggio umano, 1961

“Un bel paesaggio una volta distrutto non torna più — e se durante la guerra c'erano i campi di sterminio, adesso siamo arrivati allo sterminio dei campi.”

Andrea Zanzotto

citato su Varese News, 2006

“[…] se avessimo coscienza come tutta la comunità dei geografi che tutto il paesaggio è antropico, cioè modificato dall’uomo, avremmo chiara l’idea che anche questo è un paesaggio, con i suoi segni da decrittare, leggende, tutte da attraversare e da leggere.”

Gianni Biondillo

Tangenziali 2010

 

Paesaggi manzoniani della Martesana 1


Materiali dell'iniziativa col Parco Pane e il Comitato Ferma Ecomostro D Breve Regione Lombardia del 23/05/2026

Indubbiamente i più noti paesaggi manzoniani sono quelli del primo capitolo de “I promessi sposi”, quelli del ramo lecchese del lago di Como e quello del lago di Olginate a cui fa da sfondo il Resegone.

All’interno del romanzo troviamo ancora diverse descrizioni paesaggistiche a volte reali a volte romanzate con il coinvolgimento del protagonista quasi dei paesaggi psicologici. Celebre è il brano del capitolo VIII dell’”addio ai monti” che descrive l’animo di Renzo e Lucia costretti ad abbandonare la perduta tranquillità del paese e dei propri sogni per avventurarsi e nascondersi nella città di pianura. Ancora la bellissima inquadratura cinematografica del capitolo XI in cui Renzo sembra abbracciare e confrontare la sorpresa della vista del Duomo da fuori città con quella del Resegone che gli sta alle spalle.

Fin dalla pubblicazione del romanzo amici e intellettuali chiesero a Manzoni di indicare i luoghi che raccontava ma che non aveva esplicitamente menzionato, fra tutti: chi era e dov’era immaginato il castello dell’Innominato, ma Manzoni rispondeva che il suo era un romanzo storico non una cronaca per cui si combinavano fatti storici ed elementi romanzati.

Tra gli elementi romanzati c’è ovviamente la fuga di Renzo da Milano ambientata a seguito degli avvenimenti storici della rivolta del pane avvenuta a Milano tra il 10 e l’11 novembre 1628. Il racconto vede Renzo in uscita da Porta Orientale (l’attuale porta Venezia) per dirigersi, senza conoscere la strada, verso Bergamo, in questo percorso nel racconto sono citati Liscate, Gorgonzola e Trezzo.

Anche in questo caso gli storici locali si sono impegnati ad individuare un ipotetico percorso dividendosi su quale fosse il punto in cui Manzoni ha ambientato il passaggio dell’Adda se a Trezzo o più in basso tra Vaprio e Cassano.

I rapporti di Manzoni con il territorio della Martesana erano abbastanza significativi. A Gessate abitava lo zio Giulio Beccaria, fratello della madre, sempre a Gessate abitavano, nella villa che ancora porta il loro nome, la famiglia Daccò, imparentati con Beccaria. A Gessate Manzoni si rifugiava dallo zio tutte le volte che si sentiva in difficoltà come dopo la morte della prima moglie Enrichetta Blondel.

A Ornago avevano possedimenti e villa la famiglia Verri, protagonisti come i Beccaria della scena intellettuale illuministica milanese, Pietro Verri con la sua famiglia è sepolto in una edicola affiancata al Santuario di Ornago che faceva parte della loro proprietà. Proprio il fratello minore Paolo è il padre naturale di Alessandro Manzoni.

Anche i legami con Trezzo sono importanti. Nel 1813 il chierico trezzese Giuseppa Pozzone ottiene la nomina a cappellano dell’oratorio di San Agostino ai Morti che si trova nell’area dell’ex lazzaretto di Trezzo dell’epoca della peste del 1630, Pozzone è contemporaneamente insegnante al Ginnasio di Brera, precettore dei figli di Manzoni e correttore delle bozze dei Promessi Sposi, in questo ruolo potrebbe proprio aver suggerito alcune indicazioni per ambientare il passaggio dell’Adda proprio nella zona di Sant Agostino ai morti.

Un altro legame con Trezzo è rappresentato dalla “Casa Bassi”, qui ha abitato la nipote di Alessandro Manzoni: Margherita Trotti, figlia di Sofia Manzoni e Ludovico Trotti. Margherita sposò Francesco Bassi, i loro eredi sono ancora proprietari della villa in cui custodiscono alcuni cimeli della vita di Alessandro Manzoni. Margherita partecipò attivamente con gli amici del nonno alle vicende del Risorgimento Italiano.

I capitoli XVI e XVII sono quelli che racconta la fuga di Renzo da Milano verso Bergamo Manzoni fa scegliere a Renzo di non percorrere la strada principale per evitare di incrociare “soldati e birri”, per la stessa ragione non percorre neanche la strada alzaia della Martesana anch’essa una delle arterie importanti di collegamento da Milano verso l’Adda. Nel romanzo il canale della Martesana non è mai citato, Renzo raggiunge Gorgonzola da sud, passando per Liscate, anche dopo la sosta all’osteria di Gorgonzola “andò diritto all’uscio, passò la soglia, e, a guida della Provvidenza, s’incamminò dalla parte opposta a quella per cui era venuto.” Proseguendo quindi verso Nord a imboccare per un tratto la strada principale, ma la paura di incontri inopportuni gli fece cambiare di nuovo idea: “Ben presto vide aprirsi una straducola a mancina; e v’entrò. A quell’ora, se si fosse abbattuto in qualcheduno, non avrebbe più fatte tante cerimonie per farsi insegnar la strada, ma non sentiva anima vivente. Andava dunque dove la strada lo conduceva, e pensava.”

Sembra dunque inoltrarsi lungo il Rio Vallone. Si arriva quindi alla coinvolgente descrizione del bosco che Renzo attraversa da Bellinzago Gessate, fino a Ornago Roncello e Trezzo.

Cammina, cammina; arrivò dove la campagna coltivata moriva in una sodaglia sparsa di felci e di scope. Gli parve, se non indizio, almeno un certo qual argomento di fiume vicino, e s’inoltrò per quella, seguendo un sentiero che l’attraversava. Fatti pochi passi, si fermò ad ascoltare; ma ancora invano. La noia del viaggio veniva accresciuta dalla salvatichezza del luogo, da quel non veder più né un gelso, né una vite, né altri segni di coltura umana, che prima pareva quasi che gli facessero una mezza compagnia. Ciò non ostante andò avanti; e siccome nella sua mente cominciavano a suscitarsi certe immagini, certe apparizioni, lasciatevi in serbo dalle novelle sentite raccontar da bambino, così, per discacciarle, o per acquietarle, recitava, camminando, dell’orazioni per i morti.

A poco a poco, si trovò tra macchie più alte, di pruni, di quercioli, di marruche. Seguitando a andare avanti, e allungando il passo, con più impazienza che voglia, cominciò a veder tra le macchie qualche albero sparso; e andando ancora, sempre per lo stesso sentiero, s’accorse d’entrare in un bosco. Provava un certo ribrezzo a inoltrarvisi; ma lo vinse, e contro voglia andò avanti; ma più che s’inoltrava, più il ribrezzo cresceva, più ogni cosa gli dava fastidio. Gli alberi che vedeva in lontananza, gli rappresentavan figure strane, deformi, mostruose; l’annoiava l’ombra delle cime leggermente agitate, che tremolava sul sentiero illuminato qua e là dalla luna; lo stesso scrosciar delle foglie secche che calpestava o moveva camminando, aveva per il suo orecchio un non so che d’odioso. Le gambe provavano come una smania, un impulso di corsa, e nello stesso tempo pareva che durassero fatica a regger la persona. Sentiva la brezza notturna batter più rigida e maligna sulla fronte e sulle gote; se la sentiva scorrer tra i panni e le carni, e raggrinzarle, e penetrar più acuta nelle ossa rotte dalla stanchezza, e spegnervi quell’ultimo rimasuglio di vigore. A un certo punto, quell’uggia, quell’orrore indefinito con cui l’animo combatteva da qualche tempo, parve che a un tratto lo soverchiasse. Era per perdersi affatto; ma atterrito, più che d’ogni altra cosa, del suo terrore, richiamò al cuore gli antichi spiriti, e gli comandò che reggesse. Così rinfrancato un momento, si fermò su due piedi a deliberare; risolveva d’uscir subito di lì per la strada già fatta, d’andar diritto all’ultimo paese per cui era passato, di tornar tra gli uomini, e di cercare un ricovero, anche all’osteria. E stando così fermo, sospeso il fruscìo de’ piedi nel fogliame, tutto tacendo d’intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un mormorìo, un mormorìo d’acqua corrente. Sta in orecchi; n’è certo; esclama: - è l’Adda!”

A questo punto i critici e gli storici si sono posti una domanda: ma il paesaggio che Manzoni descrive di questa zona è quello del XVII secolo in cui è ambientato il romanzo oppure quello del XIX secolo in cui vive?


Proprio tra XVII e XIX secolo avvengono profonde trasformazioni nel paesaggio agricolo di questo territorio. Il passaggio dalla mezzadria all’affitto a grano imporrà una drastica messa a coltura anche delle aree boschive e con una rotazione tutta cerealicola grano – mais.

Il pensiero di Renzo descrive il passaggio dalla campagna coltivata popolata di viti e gelsi che rappresentano il paesaggio umanizzato, le viti spariranno nella seconda metà del XIX secolo per l’attacco della fillossera mentre i gelsi si estenderanno per soddisfare la bachicoltura e la nascente industria dei setifici. Lasciati i campi coltivati, per addentrarsi poi nella brughiera di felci e scope e nel bosco di pruni, quercioli e marruche che rappresentano un po’ l’ignoto.

In realtà anche la brughiera e il bosco erano parte dell’economia agricola del XVII secolo, si ricava la legna, se ne consumavano i frutti, si lasciano liberi in allevamento i maiali.

Col massiccio disboscamento del territorio si imporrà l’impianto dei boschetti di robinie

Le mappe storiche austriache e il catasto teresiano di fine del XVIII secolo testimoniano la resistenza di questa grande area boscosa. Probabilmente le caratteristiche geologiche di quest’area composta da spessi strati d’argilla che la rendo abbastanza impermeabile e poco redditizia dal punto di vista delle coltivazioni cerealicole hanno preservato tutta quest’area boscosa.

 

Fonti:

Marina Maranza “Le due mogli di Manzoni, Solferino 2022

Cristian Bonomi “La pietra e l’incenso” Comune di Trezzo sull’Adda 2021

Silvano Pirrotta “I Promessi Sposi: La fuga di Renzo Tramaglino nel territorio della Martesana dopo i tumulti di San Martino”, in: “Storie in Martesana” n. 11, 2018

Giancarlo Consonni Graziella Tonon “Alle origini della metropoli contemporanea” in AA.VV. “Lombardia il territorio l’ambiente il paesaggio” vol. IV “L’età delle manifatture e della rivoluzione industriale” Electa 1984

Natalia Ginzburg “La famiglia Manzoni” Einaudi 1983.

lunedì 6 aprile 2026

 

Dal cortile al condominio

Seconda parte: i primi anni Sessanta del secolo scorso

Francesco Stucchi

Tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Sessanta va a saturarsi l’area compresa tra via Italia, via Montegrappa e via Mazzini con condomini ancora dello IACPM, alcuni di iniziativa privata, ma anche con palazzine e case singole.

I progettisti del primo periodo sono il geometra Ronchi Giuseppe che risulta a volte con lo studio in via San Nazzaro, a volte con lo studio a Monza. Il primo tecnico sicuramente belluschese è il geometra Pierangelo Gaviraghi; seguiranno poi il geometra Erminio Stucchi e il geometra Albino Parolini, titolare poi anche di una propria impresa edile. Le prime imprese di costruzioni sono la “Parolini Domenico”, poi “Luigi (Gino) Buoli” e la “Brambilla e Stucchi”.

Una tipologia particolare di edifici riguarda la palazzina affiancata alla fabbrica per i proprio operai: nel ’60 quella dell’Alfa Gomma e nel ’61 quella della Bloch, entrambe a tre piani di residenza.

Nel ’61 inizia il “furore edilizio”: dalla cinquantina di pratiche edilizie mediamente presentate in comune negli anni precedenti, quelle del ’61 sono 70 e nel ’62 addirittura 118, comprese le autorizzazioni per le recinzioni e un numero significativo per realizzare bagni all’interno o in aggiunta alle case esistenti.

Rimanendo nella tipologia del condominio, nel ’61 sono edificati i condomini di via Suardo 21, la palazzina Passoni in via Santa Giustina e il condominio “Suardo” sull’angolo via Suardo- via Bergamo.

Quest’ultimo è il primo condominio di sei piani fuori terra ed è il primo dotato di ascensore, la qual cosa sembra abbia prodotto timori sul costo di gestione; tra gli acquirenti si trovano anche investitori nel “mattone”. Ancora adesso, entrando in paese da via Milano si evidenzia insieme alla torre del castello.

Il condominio presenta negozi al piano terra e tre appartamenti per piano, due da tre locali e uno da due locali. Per la presenza dei negozi non viene realizzata la recinzione; la trasformazione dello spazio esterno verso strada in parcheggio avverrà di fatto e in tempi successivi. Il progetto è dell’Ing. Angiolini di Vimercate con u
na qualche ricerca stilistica, il grande finestrone sul vano scala, la differenziazione dei volumi: l’uso del mattone faccia vista con inserti in calcestruzzo martellinato sul corpo nord e con un rapporto di asimmetria tra portone d’ingresso e tamponamento del vano scala. Il rivestimento nel classico “Terranova” invece sul prospetto Ovest, rivestimento in travertino per il piano terra dei negozi. I negozi sono: la ferramenta del Cagnola, la sartoria della signora Pisati, per un breve periodo un negozio di pasta fresca dei coniugi Sangalli, poi il parrucchiere per uomo di Sebastiano e Gianni Concas e la mitica “Latteria”. L’ascensore ad aperture manuali ha la cabina con il rivestimento in legno, è del tipo a fune con l’impianto in sommità del vano che spunta dalla copertura del tetto.

A seguire nel ’62 vengono presentati i progetti per il condominio “Brivio” di via Suardo 11 e il condominio “Giardino” di via Verdi, entrambi con sei piani fuori terra, con ascensore e con quattro appartamenti per piano.

Nello stesso anno vengono progettati i condomini alla fine del lato sud di via Bergamo, sulle proprietà Oggioni e a firma dell’ing. Gennasio che è anche il titolare dell’Alfa Gomma. Il complesso, con negozi del numero civico 88, riprende l’uso del mattone faccia vista; tre corpi scala distribuiscono gli appartamenti. Era previsto anche il completamento con altri corpi di fabbrica a sud e a ovest a chiudere un cortile centrale, edifici non realizzati.

Sempre in quegli anni vengono realizzati i due condomini “Mazzaferri”, angolo via Lombardia via Liguria. Del ’63 sono anche i condomini in via San Nazzaro e la palazzina Dozio in via Manzoni con annesso laboratorio artigianale ed esposizione di mobili.

Ci sono anche progetti che non si realizzano come un’improbabile lottizzazione ad est della cascina Bellana, sui terreni degli Oggioni di Burago, chiamata “Quartiere Brianteo” con la previsione di una notevole quantità di villette (la stessa operazione che andrà in porto qualche anno dopo proprio a Burago).

Altra operazione solo parzialmente realizzata è quella del villaggio “Futurama” in via San Nazzaro sulla strada che conduce alla Cascina Cà di Sulbiate. Nel ’62 viene presentato il progetto della “Villa padronale” con un impianto decisamente moderno a richiamare lo stile dell’”architettura organica”, posizionato in fondo al lotto. Nel ’65 viene poi presentato il progetto complessivo denominato “Casa Club Futurama” una serie di case unifamiliari da 45 a 65 metri quadri con piscina e campi da tennis, pensate probabilmente come seconde case da fine settimana per cittadini che però non hanno trovato i favori del mercato.

Nei condomini gli appartamenti presentano la classica distribuzione del corridoio, quasi sempre non illuminato, che distribuisce i locali: la cucina molto spesso abitabile, le camere da letto, bagno in fondo al corridoio e spesso della stessa larghezza e il nuovo “misterioso” locale del soggiorno, rigorosamente chiuso, da utilizzare solo in alcune occasioni, con i pizzi sul divano magari ancora con i cuscini incellofanati. Il bagno molto piccolo non riusciva ad ospitare il nuovo elettrodomestico della lavatrice, magari proprio di modello Candy costruito a Brugherio. Così con la lavatrice messa in cucina, con lo scarico “volante” dentro il lavandino (si poteva recuperare l’acqua di scarico per gli ammolli), capitava che il tubo fuoriuscisse dal lavandino e si allagasse tutto l’appartamento.

Il bagno era rivestito fino all’altezza di 1,5m circa con piastrelle di ceramica 15x7,5 di colori pastello giallino, verdino, azzurro e pavimento in gres nero con striature bianche. Il boiler era ad accumulo elettrico; il gas arriverà dopo.

Il riscaldamento è centralizzato con caloriferi in ghisa ma più spesso, più economicamente, in acciaio; la caldaia era a gasolio (quantità incredibile di CO2 e polveri nell’aria) con il serbatoio interrato nel cortile che veniva rifornito periodicamente con le autobotti. Proprio la ditta F.lli. Biella Petroli si era insediata e sviluppata in via San Nazzaro.

Altro impianto centralizzato era quello della raccolta rifiuti: una colonna sufficientemente ampia, spesso in eternit, aveva ad ogni pianerottolo uno sportello in cui venivano buttati i sacchetti dei rifiuti; alla base, in cantina, in un locale immondezzaio venivano raccolti i rifiuti che dovevano essere messi in sacchi più grandi e portati allo smaltimento. Ogni tanto il tubo si intasava contribuendo alle discussioni e liti condominiali. Nei primi anni non esisteva il servizio pubblico e ogni condominio gestiva in privato lo smaltimento. Quando viene istituito il servizio pubblico, i mezzi consistevano in un carretto trainato da un asino e gestito dallo stesso stradino del comune.

Anche l’acqua aveva un solo contatore. Contrariamente a quanto avviene nei cortili, per la gestione delle spese e degli spazi comuni ed anche perché è previsto dalla legge, i condomini devo incaricare un amministratore. Tra i primi a svolgere questo ruolo è il sig. Vittorio Pisati. Si sperimenta così la faticosa democrazia diretta delle assemblee condominiali.

Una rivoluzione culturale di quegli anni è stato il pavimento a cera. Realizzato in marmette di seminato, formato 40x40 quello più grande, veniva consegnato lucidato a piombo. Il compito è diventato tenerlo lucido.  Belluschesi che fino a poco tempo prima avevano il gabinetto in cortile o ricavato nella stalla, si lavavano nel mastello in casa e nel catino in camera, si sono ritrovati in poco tempo a camminare su pavimenti traslucidi trascinando apposite “pattine” e a comprare un nuovo rumoroso elettrodomestico: la lucidatrice elettrica con serie di spazzole intercambiabili.

Ma come ricordava in una conferenza l’architetto Renzo Piano: “Guardate che, dopo la guerra, avere 10 o 15 anni significava vivere in un futuro pieno di aspettative; ogni giorno che passava il mondo cambiava in meglio: le strade erano più pulite, il cibo diventava migliore. Cresci con questa idea che il tempo che passa migliora le cose, una roba che ti entra nella pelle e ne fai buon uso per tutta la vita”.



Sullo sfondo la costruzione del condominio Suardo, in primo piano ci sono io a 5 anni




mercoledì 7 gennaio 2026

 

Normativa antincendio italiana su bar e ristoranti

La normativa italiana antincendio sui locali di pubblico spettacolo fa riferimento al DPR 151/2011 che così li individua:

“65 Locali di spettacolo e di trattenimento in genere, impianti e centri sportivi, palestre, sia a carattere pubblico che privato, con capienza superiore a 100 persone, ovvero di superficie lorda in pianta al chiuso superiore a 200 m2. Sono escluse le manifestazioni temporanee, di qualsiasi genere, che si effettuano in locali o luoghi aperti al pubblico.”

Queste sono soggette solo alla Segnalazione Certificata di Inizio Attività (SCIA), se invece prevedono la presenza fino a 200 persone la procedura prevede l’ottenimento del Parere Preventivo di Conformità e poi la presentazione della SCIA, in entrambi i casi i controlli successivi sono a campione. Se invece si prevede un’affluenza superiore a 200 persone la procedura prevede l’ottenimento del Parere Preventivo di Conformità e la successiva richiesta di Certificato Prevenzione Incendi (CPI) con ispezione sistematica. Il CPI ha validità di 5 anni, se non sono state fatte modifiche alla attività, il rinnovo avviene attraverso l’Attestazione di Rinnovo Periodico di Conformità Antincendio.

La voce numero 66 riguarda gli alberghi, gli ostelli e i campeggi.

I bar e i ristoranti non sono compresi nell’elenco delle attività soggette alla normativa antincendio.

Anche la complessa normativa per l’autorizzazione dei locali di pubblico spettacolo e manifestazioni di pubblico spettacolo a partire dal 1931 fino al 2017 (quest’ultime hanno introdotto e distinto le funzioni di Safety e Security) non comprende i bar e i ristoranti come già disposto dall’art.1 comma 2 del DM 19/08/1996:

“2. Sono esclusi dal campo di applicazione del presente decreto:

ai i luoghi all'aperto, quali piazze e aree urbane prive di strutture specificatamente destinate allo stazionamento del pubblico per assistere a spettacoli e manifestazioni varie, anche con uso di palchi o pedane per artisti, purché di altezza non superiore a m. 0,8 e di attrezzature elettriche, comprese quelle di amplificazione sonora, purché' installate in aree non accessibili al pubblico;


b)     
i locali, destinati esclusivamente a riunioni operative, di pertinenza di sedi di associazioni ed enti;
c)      i pubblici esercizi dove sono impiegati strumenti musicali in assenza dell'aspetto danzante e di spettacolo;
d)      i pubblici esercizi in cui è collocato l'apparecchio musicale "karaoke" o simile, a condizione che non sia installato in sale appositamente allestite e rese idonee all'espletamento delle esibizioni canore ed all'accoglimento prolungato degli avventori, e la sala abbia capienza non superiore a 100 persone;
e)      i pubblici esercizi dove sono installati apparecchi di divertimento, automatici e non, in cui gli avventori sostano senza assistere a manifestazioni di spettacolo (sale giochi).”

La giurisprudenza ha poi definito le caratteristiche per l’esclusione:

  • a)      accesso libero senza sovrapprezzo;
  • b)      è preponderante l’attività di somministrazione, per cui l’evento è meramente complementare e accessorio rispetto all’attività di ristorazione e di somministrazione di alimenti;
  • c)      non sono presenti spazi appositamente predisposti per lo spettacolo (pista da ballo, sedie predisposte a platea);
  • d)      evento non pubblicizzato se non in modo complementare all’attività principale;
  • e)      evento organizzato in via eccezionale, non periodico e ricorrente.

Un altro aspetto è quello che riguarda la normativa sui luoghi di lavoro (D.lgs. 81/08) che si applica anche in presenza di un solo lavoratore. Nella redazione del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) è necessaria anche una valutazione del rischio incendio, rivolta però ai lavoratori.

Il DVR non è soggetto ad un controllo preventivo o ad una approvazione esterna all’azienda, l’attività di controllo su tutti i luoghi di lavoro è svolta dalle ASL, dall’ Ispettorato Nazionale del Lavoro, dai Vigili del Fuoco, mentre gli altri Ufficiali di Polizia Giudiziaria e l’INAIL intervengono a seguito di incidenti. Sono tutte strutture che hanno una forte carenza di personale.

In generale poi i controlli sui pubblici esercizi (bar, ristoranti, locali) sono effettuati da una rete di enti: la Polizia Locale/Municipale (per commercio, sicurezza urbana, orari), le ATS/ASL (per igiene alimentare, HACCP, sicurezza sul lavoro), e le Forze dell'Ordine (Polizia di Stato, Carabinieri) per la sicurezza pubblica, ma non è pensabile che questi chiedano l’applicazione di una norma se non applicabile.

La normativa italiana antincendio è molto avanzata, anche perché il soggetto autorizzatore e normativo è lo stesso che affronta le emergenze, il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, in altri paesi i due soggetti non coincidono. La normativa si aggiorna anche a seguito di eventi emergenziali. Dopo l’incendio del cinema Statuto di Torino del 1983 è stata completamente rinnovata. I Vigili del Fuoco partecipano anche dal punto di vista tecnico alla definizione e all’aggiornamento delle direttive europee sull’argomento.

Sarebbe necessario fare una nuova riflessione dal punto di vista antincendio anche sui bar e ristoranti con normative effettivamente applicabili in un settore non così florido per gli investimenti e che ancora risente del blocco delle attività  del COVID, partendo ad esempio con le nuove attività e introducendo degli scaglioni sulla base dell’indice di affollamento previsto (numero di persone/superficie del locale e numero di persone/larghezza delle uscite) Va tenuto presente che le normative antincendio vanno ad incidere sugli aspetti fisici e strutturale degli edifici, sugli impianti sui materiali di finitura e sugli arredi fino alle tende e alle tovaglie oltre che sulle attrezzature antincendio e l’organizzazione della prevenzione e dell’emergenza.


martedì 16 dicembre 2025

 

Dal cortile al condominio

Prima parte: gli anni ’50 del secolo scorso

Francesco Stucchi

Il passaggio da contadino ad operaio è stato un percorso non breve nella storia dell’area a Nord di Milano. Per diverso tempo la figura dell’operaio-contadino ha caratterizzato la via della prima rivoluzione industriale italiana; la situazione si protrasse ancora più a lungo nell’area del Vimercatese.

Il passaggio porta con sé anche un nuovo modo di abitare. Lo si può notare nella costruzione che chiamiamo “La Palazzina” in via Castello, ora dietro l’edifico dove ha sede la Banca Popolare di Milano. In questo caso non ci sono più né stalle né fienili: siamo in presenza della classica “casa di ringhiera” con il bagno in comune in fondo al ballatoio. L’edificio è già presente nella mappa catastale del 1858 ed è molto diverso dagli edifici che costituivano l’abitato del paese perché non va a formare un cortile chiuso ma si presenta come un edificio isolato. Contemporaneamente si continuano comunque a costruire cascine agricole, tendenzialmente fuori dal centro abitato come Cascina Mosca, l’ampliamento di Cascina San Martino o ricostruite come Cascina Bellana.

L’abbandono consistente delle attività agricole avviene nel secondo dopoguerra, mentre negli anni Venti del Novecento le grandi proprietà terriere dismettono i propri investimenti vendendo ai singoli affittuari le case e i terreni. Venendo meno la funzione agricola, anche dentro i cortili si assiste alla trasformazione dei rustici, delle stalle e dei fienili in abitazioni come, ad esempio, nel corpo sud della Corte Stalle di Mantova. Si chiudono i porticati, si abbandona il servizio igienico nel cortile o nella stalla per inserirlo nelle abitazioni.

Un nuovo tipo di abitazione compare tra gli anni ’40 e ’50 dello scorso secolo: quello della casa singola, spesso autocostruita il sabato e la domenica con l’aiuto del parentado.

La più semplice è ad un piano, senza cantina. Un corridoio centrale divide i locali a destra e a sinistra, due, tre, a volte in totale quattro; in fondo al corridoio è sistemato il bagno.

Se è presente la cantina, anche solo sotto una sola parte dell’edificio, la soluzione è quella del piano rialzato fuori terra per circa 1 metro; in questo caso la presenza dei gradini può essere l’occasione per realizzare un pianerottolo movimentando la composizione con lo slittamento delle due parti dell’edificio. Alcuni di questi edifici sono invece a due piani fuori terra.



La tecnica costruttiva è quella dei muri portanti in muratura piena con i solai, il laterizio e i travetti armati con l’acciaio (il ferro) in qualche modo recuperato. Non essendoci pilastri, le strutture orizzontali non sono delle travi ma delle semplici “corree” direttamente appoggiate ai muri portanti. Per questa tecnica costruttiva, vengono chiamati “corree” gli insediamenti che hanno dato origine a dei quartieri. A Bellusco si nota una maggiore presenza intorno a via de Amicis. La normativa urbanistica vigente era quella del Codice civile che prevedeva una distanza dai confini di proprietà di 1,5 m e la distanza tra edifici di 3 m; anche lo spazio che viene lasciato per la strada è di circa 3 m.

L’abbandono dell’agricoltura verso l’industria è stato determinato anche da un drammatico episodio storico: l’alluvione del Polesine nel novembre 1951 che ha originato una consistente emigrazione di quei contadini verso la Lombardia e il Piemonte.

Il tema dell’abitazione popolare era uno dei cavalli di battaglia dell’architettura “razionalista” in tutta l’Europa degli anni ‘20 e ’30; anche gli architetti italiani parteciparono a questa ricerca.

Se negli anni delle espansioni urbane delle città europee, il tema era quello di dare abitazioni dignitose ai nuovi arrivati, nel dopoguerra il tema è la ricostruzione. L’architetto Bottoni progetterà a Milano il QT8 (quartiere della ottava triennale di architettura).

Nel 1949 viene approvata la “Legge Fanfani” dal titolo “Provvedimenti per incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori”. Come si capisce dal titolo, lo scopo principale è aiutare la crescita economica generale nel paese, con l’assunto che, incentivando l’edilizia, si sarebbe messa in moto anche il resto dell’economia tramite l’indotto e la redistribuzione del reddito. Un concetto tuttora praticato.

I fondi per questo grande piano di investimenti vengono recuperati in parte da detrazioni dalle buste paga dei lavoratori, da contributi a carico delle aziende e direttamente dallo Stato, gestiti da un ente nazionale INA Casa che finanzia direttamente i soggetti attuatori. Nel caso milanese l’Istituto Autonomo Case Popolari di Milano (IACPM); i principali architetti contemporanei italiani partecipano alla realizzazione di questi progetti.

A Bellusco il primo edificio INA Casa è la palazzina di via Italia n 21 costruita nel 1952.

L’edificio ha tre piani fuori terra, due vani scala che distribuiscono due appartamenti per piano, gli appartamenti a destra hanno una camera, un soggiorno con cucinino e il bagno, quelli a sinistra hanno due camere. Il modulo poteva essere ripetuto più volte in lunghezza, frutto delle ricerche tipologiche degli anni ’20.


La tecnica costruttiva è ancora quella dei muri portanti perimetrali e del muro di spina centrale in mattoni, i solai in laterizio e calcestruzzo armato. Nella pratica edilizia conservata negli archivi comunali c’è una pianta con disegnati a matita dei pilastri nella parte del muro centrale di spina. Nel collaudo statico dell’edificio non si fa cenno a questi pilastri ma solo dei solai e degli architravi che collegano le parti di muro portante per realizzare luci più grandi, i balconi e la scala. Non erano previsti i box ma l’assegnazione di orti a mantenere il legame con dell’attività agricola e l’autosostentamento.

Il progettista è l’architetto Eugenio Gentili Tedeschi, tra i principali esponente del movimento dei “razionalisti italiani”, nato a Torino nel 1916, morto a Milano nel 2005. È stato amico di Primo Levi e con lui partigiano in Valle d’Aosta. Docente alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano per tantissimi anni.

In paese crescono anche le attività commerciali, con la necessità di demolire parzialmente i muri perimetrali delle vecchie costruzioni per ricavare ingressi e vetrine dei negozi. Sono coinvolte le principali vie del paese: via Dante, via Garibaldi, via Bergamo, via Castello, via Manzoni e via Vaghi a Cantone. Nel ’56 la parrocchia si dota di una nuova sala di cine-teatro e nel ’57 viene costruito, in angolo di via Suardo, il Cinema Roma.

Nel ’57 viene costruita la palazzina “Rigamonti” in fondo a via Santa Giustina. Come nei cortili abitavano famiglie imparentate, così anche in questa nuova tipologia della palazzina a tre piani con sei appartamenti si ripete la tradizione di vicinato parentale.

E’ del ’57 anche la palazzina ad angolo tra via Montegrappa e via Battisti

Sempre nel ’57 si costruisce il primo dei condomini “Mandelli” in via Garibaldi, quello fronte strada. Inizialmente il progetto prevedeva quattro piani fuori terra; in corso d’opera si procede con una variante per la realizzazione del quinto piano arretrato rispetto al filo stradale. Il condominio realizza quattro negozi al piano terra, in uno di questi troverà sede per qualche anno anche l’ambulatorio del medico condotto. La scelta tipologica non è molto usuale, le due scale disimpegnano ognuna un solo appartamento per piano. La struttura portante in questo caso è fatta da pilatri e travi in calcestruzzo armato con fondazione a plinto.

Struttura portante interamente in calcestruzzo armato è anche il condominio “Vismara” in via Ornago 31, del ’59, anche in questo caso tre piani e due appartamenti per piano.

Alla fine degli anni Cinquanta anche a Bellusco la tipologia a condominio si presenta come la scelta della modernità, della salubrità, delle comodità e dei servizi in alternativa alle abitazioni nei cortili.



mercoledì 6 agosto 2025

 

LA RACCHETTA 23

La collaborazione con gli elbani per l’attività di antincendio boschivo.

La Rocchetta 23 è la sigla radio dell’associazione di volontariato di Anti Incendio Boschivo (AIB) che opera nella parte occidentale dell’Isola d’Elba. Animata dal presidente Alessandro ha attivato un progetto di “vacanze solidali” con altri gruppi di AIB della Toscana e di altre parti d’Italia. La AVPC Rio Vallone ha aderito da quattro anni a questo progetto inviando propri volontari per turni di una settimana. Quest’anno sono stati presenti volontari della Rio Vallone per tutto il mese di luglio.

Gli operatori sono ospitati in due strutture attrezzate a dormitori e cucina-pranzo a Literno e a La Pila, tra loro poco distanti.

Dalla Lombardia, oltre alla Rio Vallone arrivano volontari dal Lodigiano, dalla Valtellina e da Como.

L’attività copre il periodo di massima criticità per il rischio "incendi boschivi" individuato dalla Regione Toscana. Tutti i volontari sono stati formati secondo i criteri toscani perché l’AIB è una competenza regionale e ogni regione predispone un proprio specifico piano. La cosa è comprensibile per le differenze geografiche e climatologiche, ad esempio il periodo di alta criticità per la Lombardia sono i mesi invernali mentre per la Toscana e altre regioni del centro sud il periodo critico e quello estivo, anche per questo il progetto de La Racchetta ha un senso.

Dal punto di vista della formazione dei volontari qualche passo in più lo si potrebbe fare nel senso di prevedere una formazione base nazionale e una formazione specifica per regioni. La Toscana per estensione territoriale a rischio incendi boschivi si e data una struttura operativa AIB diversa da quella della Lombardia, oltre al Direttore delle Operazioni (DO) che in Lombardia diventa DOS (Direttore delle Operazioni di Soccorso), esistono inoltre: la figura dell’aiutante del DO proprio perché gli incendi possono avere estensioni e complicazioni di difficile gestione, interessante la figura del Logista che si occupa del reperimento e gestione delle risorse e dei rapporti con gli enti locali coinvolti, il Responsabile di Gruppi (RDG) che coordina fino a otto squadre operative, il Sistemista: una interessante figura che durante un incendio raccoglie e analizza  tutti i dati utili rispetto alla possibile evoluzione di un incendio e aggiorna costantemente il DO, e poi le squadre dei singoli gruppi. Il tutto secondo una specifica codificazione anche delle comunicazioni radio.

Anche solo per vedere cosa fanno le altre regioni è utile lo scambio di volontari e di esperienze dirette.

Il periodo estivo coincide con il massimo afflusso turistico sull’isola e del maggiore impegno lavorativo – professionale anche per i volontari elbani, per cui l’apporto del volontariato esterno è oltremodo utile; del resto, l’Elba ha circa 30.000 abitanti in inverno che possono anche arrivare a 150.000 nei mesi centrali estivi con la necessità di potenziare i servizi, anche il servizio di AIB svolto dai volontari soprattutto nella parte di previsione e prevenzione che, avremmo ormai dovuto impararlo ampiamente, sono aspetti fondamentali per ridurre il rischio in ogni settore.

L’azione preventiva prevede che durante il periodo di massima criticità la parte occidentale dell’Isola sia sorvegliata tutti i giorni, per l’orario più critico per le temperature dalle 11 alle 21, da almeno due equipaggi in sorveglianza del territorio e in “prontezza operativa” composti ognuna da un pickup attrezzato con un modulo AIB da circa 300 litri di acqua, almeno tre volontari forniti di Dispositivi di Protezione Individuali, attrezzature per lo spegnimento degli incendi radenti e per la bonifica e la radio. Ogni equipaggio fa normalmente un turno di quattro ore, nella giornata ci sono quindi tre turni che coinvolgono ogni giorno una ventina di volontari. Da qui l’utile contributo dal continente.

I volontari esterni, in equipaggio misto anche rispetto alla loro provenienza, sono coordinati da volontari esperti elbani con cui si fa la sorveglianza del territorio di competenza con gli occhi attenti alla comparsa anche di un rivolo di fumo. Ci è capitato di individuare del fumo al limite di un centro abitato, arriviamo di corsa e il cittadino che ci vede arrivare, sorpreso con una battuta esclama “oh, che non ho le costine per tutti voi” il collega scambia due parole col “grigliatore” assicurandosi che tutto venga fatto per bene. Mi è venuto da pensare che se una cosa simile l’avessimo fatta nella nostra rancorosa Brianza ci saremmo presi invece un po’ di insulti e: “a casa mia faccio quello che voglio”.

C’è anche questo nell’esperienza della vacanza solidale, il contatto diretto con la popolazione per cui presti servizio che ha normalmente un buonissimo rapporto con i volontari. Poi c’è forse l’indole meno frenetica della vita lombarda e anche la lingua ce lo dice: invece di dire che una cosa “mi dà fastidio” o “non mi piace” qui si dice “mi dà noia”, “non mi garba”, mi sembrano espressioni un po’ meno assertive e meno dure.

Tra i volontari elbani abbiamo conosciuto alcuni veramente molto competenti, conoscitori del territorio e anche della storia dell’isola, si capiva la passione e l’amore per la propria terra.

Il mese di luglio di quest’anno è stato favorevole alle attività AIB. Un inizio piovoso ha conservato la vegetazione dei lecci, della macchia mediterranea e dei pini molto verdi abbassando il rischio e valorizzando un magnifico paesaggio che si apprezza nei giri di sorveglianza con vedute, scorci, posti di osservazione dominati dal verde, dall’azzurro del mare e del cielo, dalle spiaggette tra gli scogli. Un’ isola che si è guadagnata la fama turistica che merita. Girando nella parte occidentale dell’Elba tra strade quasi mai rettilinee, strettoie di centri storici abitati a mezza costa, bellissimi, ma pensati senza le auto, carrarecce non asfaltate nei boschi si aprono all’improvviso viste stupende anche sul resto dell’arcipelago: Montecristo, Pianosa, fino a Capraia o all’Isola del Giglio. Capita una sera al tramonto di andare verso Pomonte e un cielo arancione fa da sfondo allo skyline blu delle montagne della Corsica. Ma attenzione la bellezza del paesaggio non ci deve distrarre, occhio se compare qualche segnale di fumo e per l'autista, oltre alle curve, il possibile attraversamento dei cinghiali.

Durante la settimana è comunque prevista una esercitazione di simulazione, è un altro pezzo dell'attività formativa permanente che permette di testare l'operatività delle squadre miste, l'efficienza delle attrezzature oltre che migliorare quello che è migliorabile.

Il formatore del corso ci ha avvisati: “Se ti alzi al mattino ed è previsto vento di Grecale, una temperatura che potrà arrivare ai 35 gradi e una umidità relativa sotto il 45% sarà una giornata difficile”.

Il progetto si chiama appunto vacanze solidali e quindi al mattino, prima di prendere servizio, qualche giro turistico si riesce a farlo anche tra le rinomate spiagge della costa, così questa volta il nostro mezzo ritorna non sporco di fango ma della polvere degli sterrati e dalla sabbia delle spiagge.

Arrivederci al prossimo anno, la Rio Vallone ci sarà