domenica 24 maggio 2026

 

Paesaggi manzoniani 3

Materiali utilizzati per l'iniziative Col Parco PANE e il Comitato Ferma Ecomostro Tratta D Breve Regione Lombardia

Citazione dai promessi sposi

 CAPITOLO I

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un'ampia costiera dall'altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l'Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l'acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l'uno detto di san Martino, l'altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare

a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. Per un buon pezzo, la costa sale con un pendìo lento e continuo; poi si rompe in poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l'ossatura de' due monti, e il lavoro dell'acque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci

de' torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna.

Lecco […]

 CAPITOLO V

Il palazzotto di don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza d'una bicocca, sulla cima d'uno de' poggi ond'è sparsa e rilevata quella costiera. A questa indicazione l'anonimo aggiunge che il luogo (avrebbe fatto meglio a scriverne alla buona il nome) era più in su del paesello degli sposi, discosto da questo forse tre miglia, e quattro dal convento. Appiè del poggio, dalla parte che guarda a mezzogiorno, e verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate da contadini di don Rodrigo; ed era come la piccola capitale del suo piccol regno. Bastava passarvi, per esser chiarito della condizione e de' costumi del paese. Dando un'occhiata nelle stanze terrene, dove qualche uscio fosse aperto, si vedevano attaccati al muro schioppi, tromboni, zappe, rastrelli, cappelli di paglia, reticelle e fiaschetti da polvere, alla rinfusa. La gente che vi s'incontrava erano omacci tarchiati e arcigni, con un gran ciuffo arrovesciato sul capo, e chiuso in una reticella; vecchi che, perdute le zanne, parevan sempre pronti, chi nulla nulla gli aizzasse, a digrignar le gengive; donne con certe facce maschie, e con certe braccia nerborute, buone da venire in aiuto della lingua, quando questa non bastasse: ne' sembianti e nelle mosse de' fanciulli stessi, che giocavan per la strada, si vedeva un non so che di petulante e di provocativo.

 CAPITOLO VIII

Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile, se non fosse stato il tremolare e l'ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S'udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglìo più lontano dell'acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di que' due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano. L'onda segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia increspata, che s'andava allontanando dal lido. I passeggieri silenziosi, con la testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato

dalla luna, e variato qua e là di grand'ombre.

Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una compagnia d'addormentati, vegliasse, meditando un delitto.

Lucia lo vide, e rabbrividì; scese con l'occhio giù giù per la china, fino al suo paesello, guardò fisso all'estremità, scoprì la sua casetta, scoprì la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scoprì la finestra della sua camera; e, seduta, com'era, nel fondo della barca, posò il braccio sulla sponda, posò sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente.

Addio, monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l'aspetto de' suoi più familiari; torrenti, de' quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti

addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d'essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso.

 CAPITOLO XI

La strada era allora tutta sepolta tra due alte rive, fangosa, sassosa, solcata da rotaie profonde, che, dopo una pioggia, divenivan rigagnoli; e in certe parti più basse, s'allagava tutta, che si sarebbe potuto andarci in barca. A que' passi, un piccol sentiero erto, a scalini, sulla riva, indicava che altri passeggieri s'eran fatta una strada ne' campi. Renzo, salito per un di que' valichi sul terreno più elevato, vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell'ottava maraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino. Ma dopo qualche momento, voltandosi indietro, vide all'orizzonte quella cresta frastagliata di montagne, vide distinto e alto tra quelle il suo Resegone, si sentì tutto rimescolare il sangue, stette lì alquanto a guardar tristamente da quella parte, poi tristamente si voltò, e seguitò la sua strada.

 CAPITOLO XX

Il castello dell'innominato era a cavaliere a una valle angusta e uggiosa, sulla cima d'un poggio che sporge in fuori da un'aspra giogaia di monti, ed è, non si saprebbe dir bene, se congiunto ad essa o separatone, da un mucchio di massi e di dirupi, e da un andirivieni di tane e di precipizi, che si prolungano anche dalle due parti. Quella che guarda la valle è la sola praticabile; un pendìo piuttosto erto, ma uguale e continuato; a prati in alto; nelle falde a campi, sparsi qua e là di casucce. Il fondo è un letto di ciottoloni, dove scorre un rigagnolo o torrentaccio, secondo la stagione: allora serviva di confine ai due stati. I gioghi opposti, che formano, per dir così, l'altra parete della valle, hanno anch'essi un po' di falda coltivata; il resto è schegge e macigni, erte ripide, senza strada e nude, meno qualche cespuglio ne' fessi e sui ciglioni.

Dall'alto del castellaccio, come l'aquila dal suo nido insanguinato, il selvaggio signore dominava all'intorno tutto lo spazio dove piede d'uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto.

Dando un'occhiata in giro, scorreva tutto quel recinto, i pendìi, il fondo, le strade praticate là dentro. Quella che, a gomiti e a giravolte, saliva al terribile domicilio, si spiegava davanti a chi guardasse di lassù, come un nastro serpeggiante: dalle finestre, dalle feritoie, poteva il signore contare a suo bell'agio i passi di chi veniva, e spianargli l'arme contro, cento volte.

 CAPITOLO XXIII

Entrano nella valle. Come stava allora il povero don Abbondio! Quella valle famosa, della quale aveva sentito raccontar tante storie orribili, esserci dentro: que' famosi uomini, il fiore della braveria d'Italia, quegli uomini senza paura e senza misericordia, vederli in carne e in ossa; incontrarne uno o due o tre a ogni voltata di strada.

Si chinavano sommessamente al signore; ma certi visi abbronzati! certi baffi irti! certi occhiacci, che a don Abbondio pareva che volessero dire: fargli la festa a quel prete? A segno che, in un punto di somma costernazione, gli venne detto tra sé: "gli avessi maritati! non mi poteva accader di peggio". Intanto s'andava avanti per un sentiero sassoso, lungo il torrente: al di là quel prospetto di balze aspre, scure, disabitate; al di qua quella popolazione da far parer desiderabile ogni deserto: Dante non istava peggio nel mezzo di Malebolge.

 CAPITOLO XXXIII

E andando, passò davanti alla sua vigna; e già dal di fuori poté subito argomentare in che stato la fosse. Una vetticciola, una fronda d'albero di quelli che ci aveva lasciati, non si vedeva passare il muro; se qualcosa si vedeva, era tutta roba venuta in sua assenza. S'affacciò all'apertura (del cancello non c'eran più neppure i gangheri); diede un'occhiata in giro: povera vigna! Per due inverni di seguito, la gente del paese era andata a far legna – nel luogo di quel poverino –, come dicevano. Viti, gelsi, frutti d'ogni sorte, tutto era stato strappato alla peggio, o tagliato al piede. Si vedevano però ancora i vestigi dell'antica coltura: giovani tralci, in righe spezzate, ma che pure segnavano la traccia de' filari desolati; qua e là, rimessiticci o getti di gelsi, di fichi, di peschi, di ciliegi, di susini; ma anche questo si vedeva sparso, soffogato, in mezzo a una nuova, varia e fitta generazione, nata e cresciuta senza l'aiuto della man dell'uomo. Era una marmaglia d'ortiche, di felci, di logli, di gramigne, di farinelli, d'avene salvatiche, d'amaranti verdi, di radicchielle, d'acetoselle, di panicastrelle e d'altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d'ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di steli, che facevano a soverchiarsi l'uno con l'altro nell'aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi in somma il posto per ogni verso; una confusione di foglie, di fiori, di frutti, di cento colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette, pannocchiette, ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli, azzurri. Tra questa marmaglia di piante ce n'era alcune di più rilevate e vistose, non però migliori, almeno la più parte: l'uva turca, più alta di tutte, co' suoi rami allargati, rosseggianti, co' suoi pomposi foglioni verdecupi, alcuni già orlati di porpora, co' suoi grappoli ripiegati, guarniti di bacche paonazze al basso, più su di porporine, poi di verdi, e in cima di fiorellini biancastri; il tasso barbasso, con le sue gran foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all'aria, e le lunghe spighe sparse e come stellate di vivi fiori gialli: cardi, ispidi ne' rami, nelle foglie, ne' calici, donde uscivano ciuffetti di fiori bianchi o porporini, ovvero si staccavano, portati via dal vento, pennacchioli argentei e leggieri. Qui una quantità di vilucchioni arrampicati e avvoltati a' nuovi rampolli d'un gelso, gli avevan tutti ricoperti delle lor foglie ciondoloni, e spenzolavano

dalla cima di quelli le lor campanelle candide e molli: là una zucca salvatica, co' suoi chicchi vermigli, s'era avviticchiata ai nuovi tralci d'una vite; la quale, cercato invano un più saldo sostegno, aveva attaccati a vicenda i suoi viticci a quella; e, mescolando i loro deboli steli e le loro foglie poco diverse, si tiravan giù, pure a vicenda, come accade spesso ai deboli che si prendon l'uno con l'altro per appoggio. Il rovo era per tutto; andava da una pianta all'altra, saliva, scendeva, ripiegava i rami o gli stendeva, secondo gli riuscisse; e, attraversato davanti al limitare stesso, pareva che fosse

lì per contrastare il passo, anche al padrone.

Ma questo non si curava d'entrare in una tal vigna; e forse non istette tanto a guardarla, quanto noi a farne questo po' di schizzo. Tirò di lungo: poco lontano c'era la sua casa; attraversò

 CAPITOLO XXXVII

Appena infatti ebbe Renzo passata la soglia del lazzeretto e preso a diritta, per ritrovar la viottola di dov'era sboccato la mattina sotto le mura, principiò come una grandine di goccioloni radi e impetuosi, che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano un minuto polverìo; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse alla viottola, la veniva giù a secchie.

Renzo, in vece d'inquietarsene, ci sguazzava dentro, se la godeva in quella rinfrescata, in quel susurrìo, in quel brulichìo dell'erbe e delle foglie, tremolanti, gocciolanti, rinverdite, lustre; metteva certi respironi larghi e pieni; e in quel risolvimento della natura sentiva come più liberamente e più vivamente quello che s'era fatto nel suo destino.

 


 Paesaggi manzoniani 2

Materiali utilizzati per l'iniziative Col Parco PANE e il Comitato Ferma Ecomostro Tratta D Breve Regione Lombardia

Citazioni sul concetto di Paesaggio

“Il concetto di ambiente umano trova [...] la sua origine per un lato dal pensiero filosofico moderno e, per l'altro, dai rivoluzionari contributi della scienza ecologica. Non dobbiamo tuttavia dimenticare una terza fonte: la descrizione letteraria ed artistica dell'ambiente umano che ha realizzato la doppia operazione di trasformare una nozione filosofica in un fatto di sensibilità, un costrutto scientifico in un fatto di percezione.”

Tomas Maldonado

La speranza progettuale, 1970

“Il paesaggio modificato dall'uomo è un insieme organico di forme-immagini interpretabili: già quando, guardando un paesaggio, vi scorgiamo una casa e un campo arato e diciamo che sono rispettivamente una casa e un campo arato attribuiamo a quel paesaggio un contenuto 'segnico', cioè lo definiamo come un insieme di segni: sono segni che richiamano a funzioni, funzioni che definiamo in rapporto alla nostra esperienza naturale e culturale del mondo.”

Eugenio Turri

Antropologia del paesaggio 1974

“Si tratta di fattori implicanti un'intenzionalità progettuale che non muove né si esaurisce ad esempio entro i confini di mere esigenze pratico-funzionali, ma sottende condizionamenti e prospettive di più vasto raggio [...] alcuni dei quali non sono affatto assenti dal processo di produzione degli oggetti che si vogliono considerare dal punto di vista estetico e che compongono il campo d'esercizio della storia dell'arte.”

Lionello Puppi

L'ambiente, il paesaggio e il territorio, 1980

“Le forme del paesaggio sono forme della natura in quanto forme della civiltà che in quella natura, in quell'aspetto particolare della natura ha riconosciuto una sorte di specchio di perfezione per un certo modo di determinare la categoria estetica.”

Rosario Assunto

Il paesaggio e l'estetica, Giannini, Napoli 1973, p. 233

“Quel dato paesaggistico stesso diverrà insomma per noi una fonte storiografica solo se riusciremo a farne non un semplice dato o fatto storico, ancora una volta, bensì un fare, un farsi, di quelle genti vive: con le loro attività produttive, con le forme di vita associata, con le loro lotte, con la lingua.”

Emilio Sereni

Storia del paesaggio agrario italiano, 1961

“Il paesaggio è l'esito di un vero e proprio processo spirituale: una nuova totalità, unitaria, che supera gli elementi senza essere legata ai loro significati particolari.”

Georg Simmel

Filosofia del paesaggio, 1913

“Paesaggio è natura che si rivela esteticamente a chi la osserva e la contempla con sentimento. [...] Lo diventano solo quando l'uomo si rivolge a essi senza uno scopo pratico, intuendoli e godendoli liberamente per essere nella natura in quanto uomo.”

Joachim Ritter

Paesaggio. Uomo e natura nell'età moderna, 1963

“Ogni paesaggio è uno stato d'animo.”

Henri Frédéric Amiel

Diario intimo, 1839–1881

“Il paesaggio designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni.”

Convenzione Europea del Paesaggio

Firenze, 20 ottobre 2000, art. 1

“Per vedere un paesaggio c'è bisogno di qualcosa di più di un occhio che lo scorga: ci vuole una riflessione che lo costituisca nella sua diversità dal mero dato sensibile — una teoria, appunto.”

Paolo D'Angelo

Per una filosofia del paesaggio, 2009

“Il paesaggio è come un verso di poesia che crea sé stesso.”

Virginia Woolf

citata in Evelyn Juers, La casa dell'esilio, 2011

“Il paesaggio non è che una proiezione, in grado di essere rilevata dai sensi fisici, della organizzazione economica, della struttura sociale, delle condizioni culturali, del sistema politico di una determinata comunità umana in una data epoca.”

Lucio Gambi

Critica ai concetti geografici di paesaggio umano, 1961

“Un bel paesaggio una volta distrutto non torna più — e se durante la guerra c'erano i campi di sterminio, adesso siamo arrivati allo sterminio dei campi.”

Andrea Zanzotto

citato su Varese News, 2006

“[…] se avessimo coscienza come tutta la comunità dei geografi che tutto il paesaggio è antropico, cioè modificato dall’uomo, avremmo chiara l’idea che anche questo è un paesaggio, con i suoi segni da decrittare, leggende, tutte da attraversare e da leggere.”

Gianni Biondillo

Tangenziali 2010

 

Paesaggi manzoniani della Martesana 1


Materiali dell'iniziativa col Parco Pane e il Comitato Ferma Ecomostro D Breve Regione Lombardia del 23/05/2026

Indubbiamente i più noti paesaggi manzoniani sono quelli del primo capitolo de “I promessi sposi”, quelli del ramo lecchese del lago di Como e quello del lago di Olginate a cui fa da sfondo il Resegone.

All’interno del romanzo troviamo ancora diverse descrizioni paesaggistiche a volte reali a volte romanzate con il coinvolgimento del protagonista quasi dei paesaggi psicologici. Celebre è il brano del capitolo VIII dell’”addio ai monti” che descrive l’animo di Renzo e Lucia costretti ad abbandonare la perduta tranquillità del paese e dei propri sogni per avventurarsi e nascondersi nella città di pianura. Ancora la bellissima inquadratura cinematografica del capitolo XI in cui Renzo sembra abbracciare e confrontare la sorpresa della vista del Duomo da fuori città con quella del Resegone che gli sta alle spalle.

Fin dalla pubblicazione del romanzo amici e intellettuali chiesero a Manzoni di indicare i luoghi che raccontava ma che non aveva esplicitamente menzionato, fra tutti: chi era e dov’era immaginato il castello dell’Innominato, ma Manzoni rispondeva che il suo era un romanzo storico non una cronaca per cui si combinavano fatti storici ed elementi romanzati.

Tra gli elementi romanzati c’è ovviamente la fuga di Renzo da Milano ambientata a seguito degli avvenimenti storici della rivolta del pane avvenuta a Milano tra il 10 e l’11 novembre 1628. Il racconto vede Renzo in uscita da Porta Orientale (l’attuale porta Venezia) per dirigersi, senza conoscere la strada, verso Bergamo, in questo percorso nel racconto sono citati Liscate, Gorgonzola e Trezzo.

Anche in questo caso gli storici locali si sono impegnati ad individuare un ipotetico percorso dividendosi su quale fosse il punto in cui Manzoni ha ambientato il passaggio dell’Adda se a Trezzo o più in basso tra Vaprio e Cassano.

I rapporti di Manzoni con il territorio della Martesana erano abbastanza significativi. A Gessate abitava lo zio Giulio Beccaria, fratello della madre, sempre a Gessate abitavano, nella villa che ancora porta il loro nome, la famiglia Daccò, imparentati con Beccaria. A Gessate Manzoni si rifugiava dallo zio tutte le volte che si sentiva in difficoltà come dopo la morte della prima moglie Enrichetta Blondel.

A Ornago avevano possedimenti e villa la famiglia Verri, protagonisti come i Beccaria della scena intellettuale illuministica milanese, Pietro Verri con la sua famiglia è sepolto in una edicola affiancata al Santuario di Ornago che faceva parte della loro proprietà. Proprio il fratello minore Paolo è il padre naturale di Alessandro Manzoni.

Anche i legami con Trezzo sono importanti. Nel 1813 il chierico trezzese Giuseppa Pozzone ottiene la nomina a cappellano dell’oratorio di San Agostino ai Morti che si trova nell’area dell’ex lazzaretto di Trezzo dell’epoca della peste del 1630, Pozzone è contemporaneamente insegnante al Ginnasio di Brera, precettore dei figli di Manzoni e correttore delle bozze dei Promessi Sposi, in questo ruolo potrebbe proprio aver suggerito alcune indicazioni per ambientare il passaggio dell’Adda proprio nella zona di Sant Agostino ai morti.

Un altro legame con Trezzo è rappresentato dalla “Casa Bassi”, qui ha abitato la nipote di Alessandro Manzoni: Margherita Trotti, figlia di Sofia Manzoni e Ludovico Trotti. Margherita sposò Francesco Bassi, i loro eredi sono ancora proprietari della villa in cui custodiscono alcuni cimeli della vita di Alessandro Manzoni. Margherita partecipò attivamente con gli amici del nonno alle vicende del Risorgimento Italiano.

I capitoli XVI e XVII sono quelli che racconta la fuga di Renzo da Milano verso Bergamo Manzoni fa scegliere a Renzo di non percorrere la strada principale per evitare di incrociare “soldati e birri”, per la stessa ragione non percorre neanche la strada alzaia della Martesana anch’essa una delle arterie importanti di collegamento da Milano verso l’Adda. Nel romanzo il canale della Martesana non è mai citato, Renzo raggiunge Gorgonzola da sud, passando per Liscate, anche dopo la sosta all’osteria di Gorgonzola “andò diritto all’uscio, passò la soglia, e, a guida della Provvidenza, s’incamminò dalla parte opposta a quella per cui era venuto.” Proseguendo quindi verso Nord a imboccare per un tratto la strada principale, ma la paura di incontri inopportuni gli fece cambiare di nuovo idea: “Ben presto vide aprirsi una straducola a mancina; e v’entrò. A quell’ora, se si fosse abbattuto in qualcheduno, non avrebbe più fatte tante cerimonie per farsi insegnar la strada, ma non sentiva anima vivente. Andava dunque dove la strada lo conduceva, e pensava.”

Sembra dunque inoltrarsi lungo il Rio Vallone. Si arriva quindi alla coinvolgente descrizione del bosco che Renzo attraversa da Bellinzago Gessate, fino a Ornago Roncello e Trezzo.

Cammina, cammina; arrivò dove la campagna coltivata moriva in una sodaglia sparsa di felci e di scope. Gli parve, se non indizio, almeno un certo qual argomento di fiume vicino, e s’inoltrò per quella, seguendo un sentiero che l’attraversava. Fatti pochi passi, si fermò ad ascoltare; ma ancora invano. La noia del viaggio veniva accresciuta dalla salvatichezza del luogo, da quel non veder più né un gelso, né una vite, né altri segni di coltura umana, che prima pareva quasi che gli facessero una mezza compagnia. Ciò non ostante andò avanti; e siccome nella sua mente cominciavano a suscitarsi certe immagini, certe apparizioni, lasciatevi in serbo dalle novelle sentite raccontar da bambino, così, per discacciarle, o per acquietarle, recitava, camminando, dell’orazioni per i morti.

A poco a poco, si trovò tra macchie più alte, di pruni, di quercioli, di marruche. Seguitando a andare avanti, e allungando il passo, con più impazienza che voglia, cominciò a veder tra le macchie qualche albero sparso; e andando ancora, sempre per lo stesso sentiero, s’accorse d’entrare in un bosco. Provava un certo ribrezzo a inoltrarvisi; ma lo vinse, e contro voglia andò avanti; ma più che s’inoltrava, più il ribrezzo cresceva, più ogni cosa gli dava fastidio. Gli alberi che vedeva in lontananza, gli rappresentavan figure strane, deformi, mostruose; l’annoiava l’ombra delle cime leggermente agitate, che tremolava sul sentiero illuminato qua e là dalla luna; lo stesso scrosciar delle foglie secche che calpestava o moveva camminando, aveva per il suo orecchio un non so che d’odioso. Le gambe provavano come una smania, un impulso di corsa, e nello stesso tempo pareva che durassero fatica a regger la persona. Sentiva la brezza notturna batter più rigida e maligna sulla fronte e sulle gote; se la sentiva scorrer tra i panni e le carni, e raggrinzarle, e penetrar più acuta nelle ossa rotte dalla stanchezza, e spegnervi quell’ultimo rimasuglio di vigore. A un certo punto, quell’uggia, quell’orrore indefinito con cui l’animo combatteva da qualche tempo, parve che a un tratto lo soverchiasse. Era per perdersi affatto; ma atterrito, più che d’ogni altra cosa, del suo terrore, richiamò al cuore gli antichi spiriti, e gli comandò che reggesse. Così rinfrancato un momento, si fermò su due piedi a deliberare; risolveva d’uscir subito di lì per la strada già fatta, d’andar diritto all’ultimo paese per cui era passato, di tornar tra gli uomini, e di cercare un ricovero, anche all’osteria. E stando così fermo, sospeso il fruscìo de’ piedi nel fogliame, tutto tacendo d’intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un mormorìo, un mormorìo d’acqua corrente. Sta in orecchi; n’è certo; esclama: - è l’Adda!”

A questo punto i critici e gli storici si sono posti una domanda: ma il paesaggio che Manzoni descrive di questa zona è quello del XVII secolo in cui è ambientato il romanzo oppure quello del XIX secolo in cui vive?


Proprio tra XVII e XIX secolo avvengono profonde trasformazioni nel paesaggio agricolo di questo territorio. Il passaggio dalla mezzadria all’affitto a grano imporrà una drastica messa a coltura anche delle aree boschive e con una rotazione tutta cerealicola grano – mais.

Il pensiero di Renzo descrive il passaggio dalla campagna coltivata popolata di viti e gelsi che rappresentano il paesaggio umanizzato, le viti spariranno nella seconda metà del XIX secolo per l’attacco della fillossera mentre i gelsi si estenderanno per soddisfare la bachicoltura e la nascente industria dei setifici. Lasciati i campi coltivati, per addentrarsi poi nella brughiera di felci e scope e nel bosco di pruni, quercioli e marruche che rappresentano un po’ l’ignoto.

In realtà anche la brughiera e il bosco erano parte dell’economia agricola del XVII secolo, si ricava la legna, se ne consumavano i frutti, si lasciano liberi in allevamento i maiali.

Col massiccio disboscamento del territorio si imporrà l’impianto dei boschetti di robinie

Le mappe storiche austriache e il catasto teresiano di fine del XVIII secolo testimoniano la resistenza di questa grande area boscosa. Probabilmente le caratteristiche geologiche di quest’area composta da spessi strati d’argilla che la rendo abbastanza impermeabile e poco redditizia dal punto di vista delle coltivazioni cerealicole hanno preservato tutta quest’area boscosa.

 

Fonti:

Marina Maranza “Le due mogli di Manzoni, Solferino 2022

Cristian Bonomi “La pietra e l’incenso” Comune di Trezzo sull’Adda 2021

Silvano Pirrotta “I Promessi Sposi: La fuga di Renzo Tramaglino nel territorio della Martesana dopo i tumulti di San Martino”, in: “Storie in Martesana” n. 11, 2018

Giancarlo Consonni Graziella Tonon “Alle origini della metropoli contemporanea” in AA.VV. “Lombardia il territorio l’ambiente il paesaggio” vol. IV “L’età delle manifatture e della rivoluzione industriale” Electa 1984

Natalia Ginzburg “La famiglia Manzoni” Einaudi 1983.