Paesaggi manzoniani 3
Materiali utilizzati per l'iniziative Col Parco PANE e il Comitato Ferma Ecomostro Tratta D Breve Regione Lombardia
Citazione dai promessi sposi
Quel ramo del lago
di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto
a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien,
quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio
a destra, e un'ampia costiera dall'altra parte; e il ponte, che ivi congiunge
le due rive, par che renda ancor più sensibile all'occhio questa
trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l'Adda rincomincia,
per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian
l'acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera,
formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti
contigui, l'uno detto di san Martino, l'altro, con voce lombarda, il Resegone,
dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare
a una sega: talché
non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le
mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal
contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più
oscuro e di forma più comune. Per un buon pezzo, la costa sale con un pendìo
lento e continuo; poi si rompe in poggi e in valloncelli, in erte e in
ispianate, secondo l'ossatura de' due monti, e il lavoro dell'acque. Il lembo
estremo, tagliato dalle foci
de' torrenti, è
quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di
ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la
montagna.
Lecco […]
CAPITOLO V
Il palazzotto di
don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza d'una bicocca, sulla cima d'uno de'
poggi ond'è sparsa e rilevata quella costiera. A questa indicazione l'anonimo
aggiunge che il luogo (avrebbe fatto meglio a scriverne alla buona il nome) era
più in su del paesello degli sposi, discosto da questo forse tre miglia, e
quattro dal convento. Appiè del poggio, dalla parte che guarda a mezzogiorno, e
verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate da contadini di don
Rodrigo; ed era come la piccola capitale del suo piccol regno. Bastava
passarvi, per esser chiarito della condizione e de' costumi del paese. Dando
un'occhiata nelle stanze terrene, dove qualche uscio fosse aperto, si vedevano
attaccati al muro schioppi, tromboni, zappe, rastrelli, cappelli di paglia,
reticelle e fiaschetti da polvere, alla rinfusa. La gente che vi s'incontrava
erano omacci tarchiati e arcigni, con un gran ciuffo arrovesciato sul capo, e
chiuso in una reticella; vecchi che, perdute le zanne, parevan sempre pronti, chi
nulla nulla gli aizzasse, a digrignar le gengive; donne con certe facce
maschie, e con certe braccia nerborute, buone da venire in aiuto della lingua,
quando questa non bastasse: ne' sembianti e nelle mosse de' fanciulli stessi,
che giocavan per la strada, si vedeva un non so che di petulante e di
provocativo.
CAPITOLO VIII
Non tirava un
alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile, se
non fosse stato il tremolare e l'ondeggiar leggiero della luna, che vi si
specchiava da mezzo il cielo. S'udiva soltanto il fiotto morto e lento
frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglìo più lontano dell'acqua rotta tra
le pile del ponte, e il tonfo misurato di que' due remi, che tagliavano la
superficie azzurra del lago, uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano.
L'onda segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia
increspata, che s'andava allontanando dal lido. I passeggieri silenziosi, con
la testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato
dalla luna, e
variato qua e là di grand'ombre.
Si distinguevano i
villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, con la sua torre
piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva
un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una compagnia d'addormentati, vegliasse,
meditando un delitto.
Lucia lo vide, e
rabbrividì; scese con l'occhio giù giù per la china, fino al suo paesello,
guardò fisso all'estremità, scoprì la sua casetta, scoprì la chioma folta del
fico che sopravanzava il muro del cortile, scoprì la finestra della sua camera;
e, seduta, com'era, nel fondo della barca, posò il braccio sulla sponda, posò
sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente.
Addio, monti
sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto
tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l'aspetto de' suoi più
familiari; torrenti, de' quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci
domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore
pascenti
addio! Quanto è
tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di
quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare
altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza;
egli si maraviglia d'essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se
non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso.
CAPITOLO XI
La strada era
allora tutta sepolta tra due alte rive, fangosa, sassosa, solcata da rotaie
profonde, che, dopo una pioggia, divenivan rigagnoli; e in certe parti più
basse, s'allagava tutta, che si sarebbe potuto andarci in barca. A que' passi,
un piccol sentiero erto, a scalini, sulla riva, indicava che altri passeggieri
s'eran fatta una strada ne' campi. Renzo, salito per un di que' valichi sul
terreno più elevato, vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come
se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due
piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano
quell'ottava maraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino. Ma
dopo qualche momento, voltandosi indietro, vide all'orizzonte quella cresta
frastagliata di montagne, vide distinto e alto tra quelle il suo Resegone, si
sentì tutto rimescolare il sangue, stette lì alquanto a guardar tristamente da
quella parte, poi tristamente si voltò, e seguitò la sua strada.
CAPITOLO XX
Il castello
dell'innominato era a cavaliere a una valle angusta e uggiosa, sulla cima d'un
poggio che sporge in fuori da un'aspra giogaia di monti, ed è, non si saprebbe
dir bene, se congiunto ad essa o separatone, da un mucchio di massi e di
dirupi, e da un andirivieni di tane e di precipizi, che si prolungano anche
dalle due parti. Quella che guarda la valle è la sola praticabile; un pendìo
piuttosto erto, ma uguale e continuato; a prati in alto; nelle falde a campi,
sparsi qua e là di casucce. Il fondo è un letto di ciottoloni, dove scorre un
rigagnolo o torrentaccio, secondo la stagione: allora serviva di confine ai due
stati. I gioghi opposti, che formano, per dir così, l'altra parete della valle,
hanno anch'essi un po' di falda coltivata; il resto è schegge e macigni, erte
ripide, senza strada e nude, meno qualche cespuglio ne' fessi e sui ciglioni.
Dall'alto del
castellaccio, come l'aquila dal suo nido insanguinato, il selvaggio signore
dominava all'intorno tutto lo spazio dove piede d'uomo potesse posarsi, e non
vedeva mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto.
Dando un'occhiata
in giro, scorreva tutto quel recinto, i pendìi, il fondo, le strade praticate
là dentro. Quella che, a gomiti e a giravolte, saliva al terribile domicilio,
si spiegava davanti a chi guardasse di lassù, come un nastro serpeggiante:
dalle finestre, dalle feritoie, poteva il signore contare a suo bell'agio i
passi di chi veniva, e spianargli l'arme contro, cento volte.
CAPITOLO XXIII
Entrano nella
valle. Come stava allora il povero don Abbondio! Quella valle famosa, della
quale aveva sentito raccontar tante storie orribili, esserci dentro: que'
famosi uomini, il fiore della braveria d'Italia, quegli uomini senza paura e
senza misericordia, vederli in carne e in ossa; incontrarne uno o due o tre a
ogni voltata di strada.
Si chinavano
sommessamente al signore; ma certi visi abbronzati! certi baffi irti! certi
occhiacci, che a don Abbondio pareva che volessero dire: fargli la festa a quel
prete? A segno che, in un punto di somma costernazione, gli venne detto tra sé:
"gli avessi maritati! non mi poteva accader di peggio". Intanto
s'andava avanti per un sentiero sassoso, lungo il torrente: al di là quel
prospetto di balze aspre, scure, disabitate; al di qua quella popolazione da
far parer desiderabile ogni deserto: Dante non istava peggio nel mezzo di
Malebolge.
CAPITOLO XXXIII
E andando, passò
davanti alla sua vigna; e già dal di fuori poté subito argomentare in che stato
la fosse. Una vetticciola, una fronda d'albero di quelli che ci aveva lasciati,
non si vedeva passare il muro; se qualcosa si vedeva, era tutta roba venuta in
sua assenza. S'affacciò all'apertura (del cancello non c'eran più neppure i
gangheri); diede un'occhiata in giro: povera vigna! Per due inverni di seguito,
la gente del paese era andata a far legna – nel luogo di quel poverino –, come
dicevano. Viti, gelsi, frutti d'ogni sorte, tutto era stato strappato alla
peggio, o tagliato al piede. Si vedevano però ancora i vestigi dell'antica
coltura: giovani tralci, in righe spezzate, ma che pure segnavano la traccia
de' filari desolati; qua e là, rimessiticci o getti di gelsi, di fichi, di
peschi, di ciliegi, di susini; ma anche questo si vedeva sparso, soffogato, in
mezzo a una nuova, varia e fitta generazione, nata e cresciuta senza l'aiuto
della man dell'uomo. Era una marmaglia d'ortiche, di felci, di logli, di gramigne,
di farinelli, d'avene salvatiche, d'amaranti verdi, di radicchielle, d'acetoselle,
di panicastrelle e d'altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il
contadino d'ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce,
o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di steli, che facevano a soverchiarsi
l'uno con l'altro nell'aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a
rubarsi in somma il posto per ogni verso; una confusione di foglie, di fiori,
di frutti, di cento colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette,
pannocchiette, ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli, azzurri. Tra
questa marmaglia di piante ce n'era alcune di più rilevate e vistose, non però
migliori, almeno la più parte: l'uva turca, più alta di tutte, co' suoi rami
allargati, rosseggianti, co' suoi pomposi foglioni verdecupi, alcuni già orlati
di porpora, co' suoi grappoli ripiegati, guarniti di bacche paonazze al basso,
più su di porporine, poi di verdi, e in cima di fiorellini biancastri; il tasso
barbasso, con le sue gran foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all'aria, e
le lunghe spighe sparse e come stellate di vivi fiori gialli: cardi, ispidi ne'
rami, nelle foglie, ne' calici, donde uscivano ciuffetti di fiori bianchi o
porporini, ovvero si staccavano, portati via dal vento, pennacchioli argentei e
leggieri. Qui una quantità di vilucchioni arrampicati e avvoltati a' nuovi
rampolli d'un gelso, gli avevan tutti ricoperti delle lor foglie ciondoloni, e
spenzolavano
dalla cima di
quelli le lor campanelle candide e molli: là una zucca salvatica, co' suoi
chicchi vermigli, s'era avviticchiata ai nuovi tralci d'una vite; la quale, cercato
invano un più saldo sostegno, aveva attaccati a vicenda i suoi viticci a
quella; e, mescolando i loro deboli steli e le loro foglie poco diverse, si
tiravan giù, pure a vicenda, come accade spesso ai deboli che si prendon l'uno
con l'altro per appoggio. Il rovo era per tutto; andava da una pianta
all'altra, saliva, scendeva, ripiegava i rami o gli stendeva, secondo gli
riuscisse; e, attraversato davanti al limitare stesso, pareva che fosse
lì per contrastare
il passo, anche al padrone.
Ma questo non si
curava d'entrare in una tal vigna; e forse non istette tanto a guardarla,
quanto noi a farne questo po' di schizzo. Tirò di lungo: poco lontano c'era la
sua casa; attraversò
CAPITOLO XXXVII
Appena infatti
ebbe Renzo passata la soglia del lazzeretto e preso a diritta, per ritrovar la
viottola di dov'era sboccato la mattina sotto le mura, principiò come una
grandine di goccioloni radi e impetuosi, che, battendo e risaltando sulla
strada bianca e arida, sollevavano un minuto polverìo; in un momento,
diventaron fitti; e prima che arrivasse alla viottola, la veniva giù a secchie.
Renzo, in vece
d'inquietarsene, ci sguazzava dentro, se la godeva in quella rinfrescata, in
quel susurrìo, in quel brulichìo dell'erbe e delle foglie, tremolanti,
gocciolanti, rinverdite, lustre; metteva certi respironi larghi e pieni; e in
quel risolvimento della natura sentiva come più liberamente e più vivamente
quello che s'era fatto nel suo destino.

