Paesaggi manzoniani
della Martesana 1
Materiali dell'iniziativa col Parco Pane e il Comitato Ferma Ecomostro D Breve Regione Lombardia del 23/05/2026
Indubbiamente i più noti paesaggi manzoniani sono quelli del primo capitolo de “I promessi sposi”, quelli del ramo lecchese del lago di Como e quello del lago di Olginate a cui fa da sfondo il Resegone.All’interno del romanzo troviamo ancora diverse descrizioni
paesaggistiche a volte reali a volte romanzate con il coinvolgimento del
protagonista quasi dei paesaggi psicologici. Celebre è il brano del capitolo
VIII dell’”addio ai monti” che descrive l’animo di Renzo e Lucia costretti ad
abbandonare la perduta tranquillità del paese e dei propri sogni per
avventurarsi e nascondersi nella città di pianura. Ancora la bellissima
inquadratura cinematografica del capitolo XI in cui Renzo sembra abbracciare e
confrontare la sorpresa della vista del Duomo da fuori città con quella del
Resegone che gli sta alle spalle.
Fin dalla pubblicazione del romanzo amici e intellettuali
chiesero a Manzoni di indicare i luoghi che raccontava ma che non aveva
esplicitamente menzionato, fra tutti: chi era e dov’era immaginato il castello
dell’Innominato, ma Manzoni rispondeva che il suo era un romanzo storico non
una cronaca per cui si combinavano fatti storici ed elementi romanzati.
Tra gli elementi romanzati c’è ovviamente la fuga di Renzo
da Milano ambientata a seguito degli avvenimenti storici della rivolta del pane
avvenuta a Milano tra il 10 e l’11 novembre 1628. Il racconto vede Renzo in
uscita da Porta Orientale (l’attuale porta Venezia) per dirigersi, senza
conoscere la strada, verso Bergamo, in questo percorso nel racconto sono citati
Liscate, Gorgonzola e Trezzo.
Anche in questo caso gli storici locali si sono impegnati ad
individuare un ipotetico percorso dividendosi su quale fosse il punto in cui
Manzoni ha ambientato il passaggio dell’Adda se a Trezzo o più in basso tra
Vaprio e Cassano.
I rapporti di Manzoni con il territorio della Martesana
erano abbastanza significativi. A Gessate abitava lo zio Giulio Beccaria,
fratello della madre, sempre a Gessate abitavano, nella villa che ancora porta
il loro nome, la famiglia Daccò, imparentati con Beccaria. A Gessate Manzoni si
rifugiava dallo zio tutte le volte che si sentiva in difficoltà come dopo la
morte della prima moglie Enrichetta Blondel.
A Ornago avevano possedimenti e villa la famiglia Verri,
protagonisti come i Beccaria della scena intellettuale illuministica milanese,
Pietro Verri con la sua famiglia è sepolto in una edicola affiancata al
Santuario di Ornago che faceva parte della loro proprietà. Proprio il fratello
minore Paolo è il padre naturale di Alessandro Manzoni.
Anche i legami con Trezzo sono importanti. Nel 1813 il
chierico trezzese Giuseppa Pozzone ottiene la nomina a cappellano dell’oratorio
di San Agostino ai Morti che si trova nell’area dell’ex lazzaretto di Trezzo dell’epoca
della peste del 1630, Pozzone è contemporaneamente insegnante al Ginnasio di
Brera, precettore dei figli di Manzoni e correttore delle bozze dei Promessi
Sposi, in questo ruolo potrebbe proprio aver suggerito alcune indicazioni per ambientare
il passaggio dell’Adda proprio nella zona di Sant Agostino ai morti.
Un altro legame con Trezzo è rappresentato dalla “Casa
Bassi”, qui ha abitato la nipote di Alessandro Manzoni: Margherita Trotti,
figlia di Sofia Manzoni e Ludovico Trotti. Margherita sposò Francesco Bassi, i
loro eredi sono ancora proprietari della villa in cui custodiscono alcuni
cimeli della vita di Alessandro Manzoni. Margherita partecipò attivamente con
gli amici del nonno alle vicende del Risorgimento Italiano.
I capitoli XVI e XVII sono quelli che racconta la fuga di
Renzo da Milano verso Bergamo Manzoni fa scegliere a Renzo di non percorrere la
strada principale per evitare di incrociare “soldati e birri”, per la
stessa ragione non percorre neanche la strada alzaia della Martesana anch’essa
una delle arterie importanti di collegamento da Milano verso l’Adda. Nel
romanzo il canale della Martesana non è mai citato, Renzo raggiunge Gorgonzola
da sud, passando per Liscate, anche dopo la sosta all’osteria di Gorgonzola “andò
diritto all’uscio, passò la soglia, e, a guida della Provvidenza, s’incamminò
dalla parte opposta a quella per cui era venuto.” Proseguendo quindi verso
Nord a imboccare per un tratto la strada principale, ma la paura di incontri
inopportuni gli fece cambiare di nuovo idea: “Ben presto vide aprirsi una
straducola a mancina; e v’entrò. A quell’ora, se si fosse abbattuto in
qualcheduno, non avrebbe più fatte tante cerimonie per farsi insegnar la strada,
ma non sentiva anima vivente. Andava dunque dove la strada lo conduceva, e
pensava.”
Sembra dunque inoltrarsi lungo il Rio Vallone. Si arriva
quindi alla coinvolgente descrizione del bosco che Renzo attraversa da
Bellinzago Gessate, fino a Ornago Roncello e Trezzo.
“Cammina, cammina; arrivò dove la campagna coltivata
moriva in una sodaglia sparsa di felci e di scope. Gli parve, se non indizio,
almeno un certo qual argomento di fiume vicino, e s’inoltrò per quella,
seguendo un sentiero che l’attraversava. Fatti pochi passi, si fermò ad
ascoltare; ma ancora invano. La noia del viaggio veniva accresciuta dalla
salvatichezza del luogo, da quel non veder più né un gelso, né una vite, né
altri segni di coltura umana, che prima pareva quasi che gli facessero una
mezza compagnia. Ciò non ostante andò avanti; e siccome nella sua mente
cominciavano a suscitarsi certe immagini, certe apparizioni, lasciatevi in
serbo dalle novelle sentite raccontar da bambino, così, per discacciarle, o per
acquietarle, recitava, camminando, dell’orazioni per i morti.
A poco a poco, si trovò tra macchie più alte, di pruni,
di quercioli, di marruche. Seguitando a andare avanti, e allungando il passo,
con più impazienza che voglia, cominciò a veder tra le macchie qualche albero
sparso; e andando ancora, sempre per lo stesso sentiero, s’accorse d’entrare in
un bosco. Provava un certo ribrezzo a inoltrarvisi; ma lo vinse, e contro
voglia andò avanti; ma più che s’inoltrava, più il ribrezzo cresceva, più ogni
cosa gli dava fastidio. Gli alberi che vedeva in lontananza, gli rappresentavan
figure strane, deformi, mostruose; l’annoiava l’ombra delle cime leggermente
agitate, che tremolava sul sentiero illuminato qua e là dalla luna; lo stesso
scrosciar delle foglie secche che calpestava o moveva camminando, aveva per il
suo orecchio un non so che d’odioso. Le gambe provavano come una smania, un
impulso di corsa, e nello stesso tempo pareva che durassero fatica a regger la
persona. Sentiva la brezza notturna batter più rigida e maligna sulla fronte e
sulle gote; se la sentiva scorrer tra i panni e le carni, e raggrinzarle, e
penetrar più acuta nelle ossa rotte dalla stanchezza, e spegnervi quell’ultimo
rimasuglio di vigore. A un certo punto, quell’uggia, quell’orrore indefinito
con cui l’animo combatteva da qualche tempo, parve che a un tratto lo
soverchiasse. Era per perdersi affatto; ma atterrito, più che d’ogni altra
cosa, del suo terrore, richiamò al cuore gli antichi spiriti, e gli comandò che
reggesse. Così rinfrancato un momento, si fermò su due piedi a deliberare;
risolveva d’uscir subito di lì per la strada già fatta, d’andar diritto
all’ultimo paese per cui era passato, di tornar tra gli uomini, e di cercare un
ricovero, anche all’osteria. E stando così fermo, sospeso il fruscìo de’ piedi
nel fogliame, tutto tacendo d’intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un
mormorìo, un mormorìo d’acqua corrente. Sta in orecchi; n’è certo; esclama: - è
l’Adda!”
A questo punto i critici e gli storici si sono posti una
domanda: ma il paesaggio che Manzoni descrive di questa zona è quello del XVII
secolo in cui è ambientato il romanzo oppure quello del XIX secolo in cui vive?
Proprio tra XVII e XIX secolo avvengono profonde trasformazioni nel paesaggio agricolo di questo territorio. Il passaggio dalla mezzadria all’affitto a grano imporrà una drastica messa a coltura anche delle aree boschive e con una rotazione tutta cerealicola grano – mais.
Il pensiero di Renzo descrive il passaggio dalla campagna
coltivata popolata di viti e gelsi che rappresentano il paesaggio umanizzato,
le viti spariranno nella seconda metà del XIX secolo per l’attacco della
fillossera mentre i gelsi si estenderanno per soddisfare la bachicoltura e la
nascente industria dei setifici. Lasciati i campi coltivati, per addentrarsi
poi nella brughiera di felci e scope e nel bosco di pruni, quercioli e marruche
che rappresentano un po’ l’ignoto.
In realtà anche la brughiera e il bosco erano parte
dell’economia agricola del XVII secolo, si ricava la legna, se ne consumavano i
frutti, si lasciano liberi in allevamento i maiali.
Col massiccio disboscamento del territorio si imporrà
l’impianto dei boschetti di robinie
Le mappe storiche austriache e il catasto teresiano di fine
del XVIII secolo testimoniano la resistenza di questa grande area boscosa.
Probabilmente le caratteristiche geologiche di quest’area composta da spessi
strati d’argilla che la rendo abbastanza impermeabile e poco redditizia dal
punto di vista delle coltivazioni cerealicole hanno preservato tutta quest’area
boscosa.
Fonti:
Marina Maranza “Le due mogli di Manzoni, Solferino 2022
Cristian Bonomi “La pietra e l’incenso” Comune di Trezzo
sull’Adda 2021
Silvano Pirrotta “I Promessi Sposi: La fuga di Renzo
Tramaglino nel territorio della Martesana dopo i tumulti di San Martino”, in:
“Storie in Martesana” n. 11, 2018
Giancarlo Consonni Graziella Tonon “Alle origini della
metropoli contemporanea” in AA.VV. “Lombardia il territorio l’ambiente il
paesaggio” vol. IV “L’età delle manifatture e della rivoluzione industriale”
Electa 1984
Natalia Ginzburg “La famiglia Manzoni” Einaudi 1983.


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