domenica 24 maggio 2026

 

Paesaggi manzoniani della Martesana 1


Materiali dell'iniziativa col Parco Pane e il Comitato Ferma Ecomostro D Breve Regione Lombardia del 23/05/2026

Indubbiamente i più noti paesaggi manzoniani sono quelli del primo capitolo de “I promessi sposi”, quelli del ramo lecchese del lago di Como e quello del lago di Olginate a cui fa da sfondo il Resegone.

All’interno del romanzo troviamo ancora diverse descrizioni paesaggistiche a volte reali a volte romanzate con il coinvolgimento del protagonista quasi dei paesaggi psicologici. Celebre è il brano del capitolo VIII dell’”addio ai monti” che descrive l’animo di Renzo e Lucia costretti ad abbandonare la perduta tranquillità del paese e dei propri sogni per avventurarsi e nascondersi nella città di pianura. Ancora la bellissima inquadratura cinematografica del capitolo XI in cui Renzo sembra abbracciare e confrontare la sorpresa della vista del Duomo da fuori città con quella del Resegone che gli sta alle spalle.

Fin dalla pubblicazione del romanzo amici e intellettuali chiesero a Manzoni di indicare i luoghi che raccontava ma che non aveva esplicitamente menzionato, fra tutti: chi era e dov’era immaginato il castello dell’Innominato, ma Manzoni rispondeva che il suo era un romanzo storico non una cronaca per cui si combinavano fatti storici ed elementi romanzati.

Tra gli elementi romanzati c’è ovviamente la fuga di Renzo da Milano ambientata a seguito degli avvenimenti storici della rivolta del pane avvenuta a Milano tra il 10 e l’11 novembre 1628. Il racconto vede Renzo in uscita da Porta Orientale (l’attuale porta Venezia) per dirigersi, senza conoscere la strada, verso Bergamo, in questo percorso nel racconto sono citati Liscate, Gorgonzola e Trezzo.

Anche in questo caso gli storici locali si sono impegnati ad individuare un ipotetico percorso dividendosi su quale fosse il punto in cui Manzoni ha ambientato il passaggio dell’Adda se a Trezzo o più in basso tra Vaprio e Cassano.

I rapporti di Manzoni con il territorio della Martesana erano abbastanza significativi. A Gessate abitava lo zio Giulio Beccaria, fratello della madre, sempre a Gessate abitavano, nella villa che ancora porta il loro nome, la famiglia Daccò, imparentati con Beccaria. A Gessate Manzoni si rifugiava dallo zio tutte le volte che si sentiva in difficoltà come dopo la morte della prima moglie Enrichetta Blondel.

A Ornago avevano possedimenti e villa la famiglia Verri, protagonisti come i Beccaria della scena intellettuale illuministica milanese, Pietro Verri con la sua famiglia è sepolto in una edicola affiancata al Santuario di Ornago che faceva parte della loro proprietà. Proprio il fratello minore Paolo è il padre naturale di Alessandro Manzoni.

Anche i legami con Trezzo sono importanti. Nel 1813 il chierico trezzese Giuseppa Pozzone ottiene la nomina a cappellano dell’oratorio di San Agostino ai Morti che si trova nell’area dell’ex lazzaretto di Trezzo dell’epoca della peste del 1630, Pozzone è contemporaneamente insegnante al Ginnasio di Brera, precettore dei figli di Manzoni e correttore delle bozze dei Promessi Sposi, in questo ruolo potrebbe proprio aver suggerito alcune indicazioni per ambientare il passaggio dell’Adda proprio nella zona di Sant Agostino ai morti.

Un altro legame con Trezzo è rappresentato dalla “Casa Bassi”, qui ha abitato la nipote di Alessandro Manzoni: Margherita Trotti, figlia di Sofia Manzoni e Ludovico Trotti. Margherita sposò Francesco Bassi, i loro eredi sono ancora proprietari della villa in cui custodiscono alcuni cimeli della vita di Alessandro Manzoni. Margherita partecipò attivamente con gli amici del nonno alle vicende del Risorgimento Italiano.

I capitoli XVI e XVII sono quelli che racconta la fuga di Renzo da Milano verso Bergamo Manzoni fa scegliere a Renzo di non percorrere la strada principale per evitare di incrociare “soldati e birri”, per la stessa ragione non percorre neanche la strada alzaia della Martesana anch’essa una delle arterie importanti di collegamento da Milano verso l’Adda. Nel romanzo il canale della Martesana non è mai citato, Renzo raggiunge Gorgonzola da sud, passando per Liscate, anche dopo la sosta all’osteria di Gorgonzola “andò diritto all’uscio, passò la soglia, e, a guida della Provvidenza, s’incamminò dalla parte opposta a quella per cui era venuto.” Proseguendo quindi verso Nord a imboccare per un tratto la strada principale, ma la paura di incontri inopportuni gli fece cambiare di nuovo idea: “Ben presto vide aprirsi una straducola a mancina; e v’entrò. A quell’ora, se si fosse abbattuto in qualcheduno, non avrebbe più fatte tante cerimonie per farsi insegnar la strada, ma non sentiva anima vivente. Andava dunque dove la strada lo conduceva, e pensava.”

Sembra dunque inoltrarsi lungo il Rio Vallone. Si arriva quindi alla coinvolgente descrizione del bosco che Renzo attraversa da Bellinzago Gessate, fino a Ornago Roncello e Trezzo.

Cammina, cammina; arrivò dove la campagna coltivata moriva in una sodaglia sparsa di felci e di scope. Gli parve, se non indizio, almeno un certo qual argomento di fiume vicino, e s’inoltrò per quella, seguendo un sentiero che l’attraversava. Fatti pochi passi, si fermò ad ascoltare; ma ancora invano. La noia del viaggio veniva accresciuta dalla salvatichezza del luogo, da quel non veder più né un gelso, né una vite, né altri segni di coltura umana, che prima pareva quasi che gli facessero una mezza compagnia. Ciò non ostante andò avanti; e siccome nella sua mente cominciavano a suscitarsi certe immagini, certe apparizioni, lasciatevi in serbo dalle novelle sentite raccontar da bambino, così, per discacciarle, o per acquietarle, recitava, camminando, dell’orazioni per i morti.

A poco a poco, si trovò tra macchie più alte, di pruni, di quercioli, di marruche. Seguitando a andare avanti, e allungando il passo, con più impazienza che voglia, cominciò a veder tra le macchie qualche albero sparso; e andando ancora, sempre per lo stesso sentiero, s’accorse d’entrare in un bosco. Provava un certo ribrezzo a inoltrarvisi; ma lo vinse, e contro voglia andò avanti; ma più che s’inoltrava, più il ribrezzo cresceva, più ogni cosa gli dava fastidio. Gli alberi che vedeva in lontananza, gli rappresentavan figure strane, deformi, mostruose; l’annoiava l’ombra delle cime leggermente agitate, che tremolava sul sentiero illuminato qua e là dalla luna; lo stesso scrosciar delle foglie secche che calpestava o moveva camminando, aveva per il suo orecchio un non so che d’odioso. Le gambe provavano come una smania, un impulso di corsa, e nello stesso tempo pareva che durassero fatica a regger la persona. Sentiva la brezza notturna batter più rigida e maligna sulla fronte e sulle gote; se la sentiva scorrer tra i panni e le carni, e raggrinzarle, e penetrar più acuta nelle ossa rotte dalla stanchezza, e spegnervi quell’ultimo rimasuglio di vigore. A un certo punto, quell’uggia, quell’orrore indefinito con cui l’animo combatteva da qualche tempo, parve che a un tratto lo soverchiasse. Era per perdersi affatto; ma atterrito, più che d’ogni altra cosa, del suo terrore, richiamò al cuore gli antichi spiriti, e gli comandò che reggesse. Così rinfrancato un momento, si fermò su due piedi a deliberare; risolveva d’uscir subito di lì per la strada già fatta, d’andar diritto all’ultimo paese per cui era passato, di tornar tra gli uomini, e di cercare un ricovero, anche all’osteria. E stando così fermo, sospeso il fruscìo de’ piedi nel fogliame, tutto tacendo d’intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un mormorìo, un mormorìo d’acqua corrente. Sta in orecchi; n’è certo; esclama: - è l’Adda!”

A questo punto i critici e gli storici si sono posti una domanda: ma il paesaggio che Manzoni descrive di questa zona è quello del XVII secolo in cui è ambientato il romanzo oppure quello del XIX secolo in cui vive?


Proprio tra XVII e XIX secolo avvengono profonde trasformazioni nel paesaggio agricolo di questo territorio. Il passaggio dalla mezzadria all’affitto a grano imporrà una drastica messa a coltura anche delle aree boschive e con una rotazione tutta cerealicola grano – mais.

Il pensiero di Renzo descrive il passaggio dalla campagna coltivata popolata di viti e gelsi che rappresentano il paesaggio umanizzato, le viti spariranno nella seconda metà del XIX secolo per l’attacco della fillossera mentre i gelsi si estenderanno per soddisfare la bachicoltura e la nascente industria dei setifici. Lasciati i campi coltivati, per addentrarsi poi nella brughiera di felci e scope e nel bosco di pruni, quercioli e marruche che rappresentano un po’ l’ignoto.

In realtà anche la brughiera e il bosco erano parte dell’economia agricola del XVII secolo, si ricava la legna, se ne consumavano i frutti, si lasciano liberi in allevamento i maiali.

Col massiccio disboscamento del territorio si imporrà l’impianto dei boschetti di robinie

Le mappe storiche austriache e il catasto teresiano di fine del XVIII secolo testimoniano la resistenza di questa grande area boscosa. Probabilmente le caratteristiche geologiche di quest’area composta da spessi strati d’argilla che la rendo abbastanza impermeabile e poco redditizia dal punto di vista delle coltivazioni cerealicole hanno preservato tutta quest’area boscosa.

 

Fonti:

Marina Maranza “Le due mogli di Manzoni, Solferino 2022

Cristian Bonomi “La pietra e l’incenso” Comune di Trezzo sull’Adda 2021

Silvano Pirrotta “I Promessi Sposi: La fuga di Renzo Tramaglino nel territorio della Martesana dopo i tumulti di San Martino”, in: “Storie in Martesana” n. 11, 2018

Giancarlo Consonni Graziella Tonon “Alle origini della metropoli contemporanea” in AA.VV. “Lombardia il territorio l’ambiente il paesaggio” vol. IV “L’età delle manifatture e della rivoluzione industriale” Electa 1984

Natalia Ginzburg “La famiglia Manzoni” Einaudi 1983.

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