domenica 13 febbraio 2022

Le Cascine dell’area nord-milanese

 Ricordi belluschesi 13 

Le Cascine dell’area nord-milanese 

 

Sabato 29 gennaio 2022 ha preso fuoco la Cascina Cavallera di Oreno, un monumento architettonico del nostro territorio. Il fatto mi da l’occasione di riportare alcune riflessioni che magari mi avete già sentito fare a voce, facciamo un ripasso. 

Il modello architettonico della cascina della zona a nord di Milano definito “alto piano asciutto” in quanto sopraelevato rispetto alla “bassa irrigua” della zona sud è il risultato di un processo economico e sociale che ha portato questa zona alla metà dell’800 ad essere tra le più popolate d’Europa e ha costituito le basi per l’industrializzazione del secolo successivo. 

Nella pianura irrigua la presenza delle sorgive e l’opera dei monasteri, grandi proprietari terrieri, fin dal Medioevo hanno trasformato il territorio con la possibilità di ottenere una produzione agricola molto importante. Tra le trasformazioni territoriali che hanno segnato il paesaggio, oltre alla presenza dei monasteri come diretti controllori, si insediano le “grandi cascine” che ospitavano l’imprenditore, le case dei contadini, spesso con diverse specializzazioni, i depositi per gli ingenti quantitativi prodotti e i grandi allevamenti di bestiame. 

L’importanza della presenza dell’acqua in questo contesto è determinante tanto che il limite delle due zone geografiche può essere assunto quello del tracciato del Naviglio della Martesana. 

A nord di Milano nella pianura asciutta, dove i corsi d’acqua non erano adatti all’utilizzo per l’irrigazione agricola, dalla seconda metà del ‘700 parte un nuovo modello economico per l’agricoltura spinto da un fattore da “economia globale”, il forte aumento del prezzo dei cereali. Diventa quindi economico l’investimento nei territori asciutti, disboscando la brughiera esistente, insediando la struttura di controllo delle “ville di delizie” imponendo una rotazione agricola fatta solo di granoturco e frumento del tutto sconsigliata dal punto di vista agronomico e insediando le cascine come nuovo modello abitativo dei contadini. La cascina della zona asciutta è completamente diversa di quella a sud di Milano perché diverso è il modello organizzativo della produzione agricola. Da noi l’organizzazione era centrata sulla singola famiglia a cui erano assegnate diverse appezzamenti di terreno, una abitazione e una stalla. All’interno delle nuove cascine l’abitazione dei contadini è organizzata in un corpo di fabbrica tipico delle nostre zone di cui la Cascina Cavallera è un illustre esempio. Ad ogni famiglia era assegnato un fetta verticale di questo edificio, al piano terra la cucina, al primo e, a volte, al secondo piano, direttamente sovrapposte stavano le camere da letto che potevano essere riscaldate tramite una botola nel pavimento col calore proveniente dalla cucina. La distribuzione di questi locali avviene tramite un profondo porticato che ai piani superiori diventa un ampio ballatoio. Il porticato è sempre rivolto a sud, applicando in modo sapiente le conoscenze che ora definiremmo di “bio-architettura”. Il porticato alto e profondo permette ai bassi raggi solari invernali di riscaldare le pareti interne, mentre d’estate il sole più alto non raggiunge le pareti interne mantenendo più freschi gli ambienti interni, il porticato è speso chiuso lateralmente da due ambienti che lo proteggono dai venti. Per questa ragione gli edifici presentano questa facciata porticata sempre rivolta a sud. A chiudere lo spazio comune del cortile di fronte all’edificio residenziale si trova quello delle singole stalle con sovrastante fienile. Per citarne alcune presenti a Bellusco abbiamo la Cascina San Martino, il Dosso Alto, un paio lungo la via Dante, una in via Italia e anche la cascina San Nazzaro e Camuzzago. La mancanza di foraggio non permetteva la possibilità di significativi allevamenti di bestiame, ogni famiglia possedeva nella stalla un animale da tiro (cavallo, asino o mulo) una mucca, un maiale e delle galline per il sostentamento alimentare della famiglia. Il proprietario non esercitava funzioni imprenditoriali ma aveva impostato il tutto con un contratto di affitto in cerali. Il contadino doveva al proprietario per l’affitto dei terreni, della casa e della stalla una quantità fissa di grano, indipendentemente dall’andamento produttivo stagionale. L’insufficienza della “forza animale” da un parte impediva di chiudere il ciclo ecologico con la mancanza di letame e quindi concime, dall’altra richiedeva una notevole quantità di manodopera in particolari periodi dell’anno. Le condizioni economico e sociali favoriscono quindi la presenza nella nostra zona della “grande famiglia patriarcale”, ma questa manodopera aveva disponibilità di tempo in altri periodi, per questa ragione cominciarono a diffondersi i telai casalinghi che producevano “pezze” che venivano commissionate e ritirate da intermediari girovaghi. Secondo alcuni storici la diffusione dei telai casalinghi e la nascita della bachicultura per uscire dalle precarie condizioni economiche saranno le caratteristiche che definiscono la via italiana alla “prima rivoluzione industriale”. Dalla seconda metà dell’ottocento le nuove cascine verranno costruite (o ricostruite come la Cavallera) lontani dai centri abitati. Il corpo di fabbrica di queste cascine si presenta quasi sempre con caratteristiche strettamente tecnici e funzionali, a volte si arricchiscono di elementi architettonici come nel caso del frontone centrale e simmetrico della Cascina Cavallera di Oreno. 

Per farsi un idea delle differenze sociali tra la cascina della zona asciutta e quella della zona irrigua si possono vedere il film di Ermanno Olmi “L’albero degli zoccoli” per il primo caso e “Novecento” di Bernardo Bertolucci nel secondo caso. 

Potrebbe essere un'immagine in bianco e nero raffigurante attività all'aperto e albero 

Da via Roma a Glasgow

 Ricordi belluschesi 12 

Da via Roma a Glasgow 

A Glasgow in questi giorni si è svolta la Cop 26 in cui si è discusso di cambiamenti climatici. Prima in vicolo Muggiasca, che un po’ il nostro imbuto, poi in via Roma e ora via Suardo si sta rifacendo la fognatura, non sembra eppure c’è un nesso. 

Il progetto di una fognatura tiene conto del numero degli abitanti che deve servire e delle aree impermeabilizzate che non permettono la dispersione delle acque di pioggia, per cui può succedere che impianti fognari nel tempo risultino sottodimensionati perché è aumentata la popolazione da servire o sono aumentate le aree non più permeabili. In realtà i cambiamenti climatici in atto rischiano di mettere sotto scacco il complesso delle reti fognarie del nostro territorio. 

Quello che sta cambiando in modo significativo è il parametro degli eventi piovosi che entra nel calcolo del dimensionamento della portata dell’impianto. Se una fognatura viene dimensionata secondo un parametro statistico di un tempo di ritorno di 200 anni (periodo per cui possiamo cominciare ad avere dati più o meno certi), di solito si prende in considerazione un dato che si è verificato almeno il 95% delle volte in quel periodo, da qui ne deriva una bassa probabilità che durante la vita di un impianto calcolato in 100 anni quel valore venga superato. Ora se lo stesso valore, statisticamente si raggiunge con un tempo di ritorno di 50 anni vuole dire che la probabilità che l’impianto risulta sottodimensionato viene moltiplicato almeno per 4 volte 

Il 16 settembre 2020 è stato pubblicato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) il report “Analisi del Rischio, i cambiamenti climatici in Italia https://www.cmcc.it/it/analisi-del-rischio-i-cambiamenti-climatici-in-italia . 

In questo rapporto sugli effetti attesi, per quanto riguarda le aree urbane e quelle pedemontane, si prevede oltre all’aumento di temperatura, giorni più caldi e secchi, e soprattutto per quello che ci interessa qui, meno piogge ma più intense. 

Le piogge molto intense, che giornalisticamente vengono chiamate in modo improprio” bombe d’acqua”, generano un volume d’acqua molto elevato in tempi molto ristretti cambiando in modo significativo l parametro per dimensionare il diametro e la pendenza dei tubi della fognatura. I grandi quantitativi d’acqua mandano in tilt la fognatura causando allagamenti. Conseguenze ovviamente si ripercuotono poi sugli impianti di depurazione per cui è sempre più richiesto anche impianti di momentaneo deposito delle acque piovane chiamati “vasche volano”. Quelle di Bellusco si trovano a sud del paese e visibili dal sentiero che porta a Cascina Rossino e pare per ora siano sufficientemente dimensionate. I tempi molto stretti con cui le acque piovane arrivano poi ai corsi d’acqua se non si realizzano le “vasche volano” causano gli straripamenti e le esondazioni a valle. Il problema riguarda quindi il soggetto pubblico che si occupa della gestione degli impianti per il nostro territorio: BrianzAcque e ad una scala più grande l’Autorità di Bacino Distrettuale Padano che nel nostro caso comprende il Piemonte la Valle d’Aosta e la Lombardia, questi enti hanno redatto un Piano Gestionale del Rischio Alluvioni che si pone come uno degli obiettivi quello di ridurre il pericolo che in questo caso vuole dire ridurre il quantitativo d’acqua che arriva in poco tempo nei fiumi. 

I lavori di rifacimento delle fognature hanno anche altre necessità, i tratti in rifacimento hanno meno dei 100 anni ipotizzati di durata, anche a causa delle tecnologie disponibili al tempo della loro realizzazione. I vecchi tubi generano delle perdite nel sottosuolo con il rischio di inquinare le falde acquifere e quindi l’acqua potabile. Il fatto di avere un gestore pubblico come BrianzAcque che si occupa di tutto il ciclo dell’acqua, dalla fornitura, alle acque reflue è una garanzia che si ragioni in modo non settoriale. 

Quindi tra i costi da considerare degli effetti dei cambiamenti climatici dobbiamo far rientrare anche il rifacimento delle fognature più datate delle aree urbane. 

Oltre alle fognature i grandi quantitativi d’acqua in tempi brevi mettono sotto stress anche i corsi d’acqua superficiali che nel nostro territorio sono il rio Vallone e il Torrente Cava.  

Il primo scorre prevalentemente all’esterno dei centri abitati e non presenta quindi criticità rispetto alla vulnerabilità del rischio esondazione, a volte allaga un po’ i campi della sponda sinistra che sono più bassi. Il Cava invece attraversa molto centri abitati, per un breve tratto è tombinato a Bellusco e per tratti molto più lunghi è chiuso a Ornago e Cavenago, per cui dopo l’esondazione del 1987 che ha fatto danni anche a Bellusco (anche a causa di errori di tipo strutturali) sono stati realizzati diversi lavori detti di “prevenzione strutturale” tra cui il più significativo un tunnel a nord di Camuzzago che passa sotto il golf e devia le piene del Cava nel Rio Vallone a salvaguardia degli abitati di Ornago e Cavenago. 

Ulteriore problema è l’incapacità dei terreni agricoli di assorbire adeguatamente questi quantitativi d’acqua che scorre superficialmente e tracima dai fossetti laterali allagando le strade extraurbane, fenomeno che abbiamo nella parte alta di Corso Alpi. La stessa strada ha inoltre problemi con la vasca volano di Sulbiate-Aicurzio: altro impianto che risulta ora sottodimensionato. 

Certamente a Glasgow non si parla della Brianza ma dobbiamo sapere che ragionare sulle emissioni di CO2 ci serve per capire che diametro devono avere i tubi della fognatura per funzionare nei prossimi anni se continuano ad aumentare gli eventi delle piogge intense e, fatto non secondario, ha a che fare con le cantine che si allagano. 

IL MITO IBM NEL VIMERCATESE

 Ricordi belluschesi 11  

IL MITO IBM NEL VIMERCATESE 

Qualche giorno fa si è ritornare a parlare di una possibile soluzione per l’ex stabilimento IBM di Vimercate, impegnato in altro, non ho avuto subito tempo di andare a riprendere delle analisi che avevo fatto ai tempi della tesi di laurea (sic!) sul caso IBM, il suo tipo di insediamento nel paesaggio e nel contesto sociale. Il pezzo in questione poi non era stato utilizzato allora, ma il relatore mi disse, tieni da parte, non si butta niente. Sono andato a rispolverare le carte e ve le ripropongo. Lo studio era basato principalmente su due testi, uno di Henry Bakis dell’università di Grenoble, tradotto in italiano nel 1982: “IBM una multinazionale regionale” e un altro pubblicato dalle edizioni Sapere nel 1978 con un titolo che mette un po’ i brividi per i termini usati “IBM capitale imperialistico e proletariato moderno” (che anni!) 

Bakins analizza le modificazioni del territorio, oltre che economiche e sociali, che hanno prodotto gli insediamenti IBM individuando tre diversi periodi, quello vimercatese del 1966 è il terzo, definito di decentralizzazione, con lo spostamento in un territorio extraurbano non solo delle attività produttive ma anche di quelle decisionali e commerciali. 

Citando:” In generale risulta che gli stabilimenti sono installati in ambienti naturali di un certo interesse e su spazi comprendenti estesi parcheggi. Questi complessi sono relativamente distanti dai centri cittadini […] L’insediamento nelle zone industriali è di solito esclusa. La relativa lontananza degli stabilimenti presuppone che il personale faccia largo uso della propria auto”. 

L’isolamento è la prima caratteristica proprio per distinguere anche spazialmente i propri lavoratori dagli altri, l’idea è che i dipendenti possano sentirsi diversi: una élite e questo si esprime anche sul territorio. 

“E’ interessante notare che tra i dipendenti delle filiali la propensione all’acquisto delle abitazione è molto alta, superando in alcuni casi anche l’80%” L’IBM favorisce in effetti questo tipo di investimento accordando prestiti a tassi particolarmente vantaggiosi con rimborso effettuato direttamente sullo stipendio, con tassi al 3% quando sul mercato viaggiavano a doppia cifra. L’acquisto della casa individuale con tipologia prevalente monofamiliare o a schiera, da una parte consolida la permanenza sul territorio, dall’altra offre l’illusione di una dimensione individualista e non massificante come potevano essere i casi storici di paternalismo industriale. Si pensi a Crespi d’Adda. In pratica a Oreno e nel vimercatese si generano dei “villaggi IBM” apparentemente senza esserlo. Altre politiche di gestione del personale vanno da un apparente maggior coinvolgimento del personale nelle scelte di programmazione, anche individuale, fino ad un welfare molto alto rispetto al resto del contesto sociale, tipo il completo rimborso di tutte le spese sanitarie private, dal dentista all’ottico e ad una serie di agevolazioni che abbiamo poi imparato a chiamare benefit ma che allora erano sconosciute al nostro contesto sociale. Sempre Bakins: “le iniziative IBM mirano a spingere l’integrazione dei dipendenti fino a farli identificare con l’impresa stessa. Esse configurano un neo-paternalismo originale, scientifico potremmo dire, la cui efficacia è accresciuta dalla selezione operata al momento dell’assunzione. Da tutto ciò risulta uno spirito IBM così profondamente alienante che molto di rado i dipendenti restano nella ditta se non riescono ad adattarsi totalmente ad essa”. 

Anche per i belluschesi in quelli anni trovare posto all’IBM era un mito, una aspirazione fortissima, altro che alienazione. In quegli anni mi è capitato di fare la mia prima esperienza di insegnamento alla medie di Oreno e mi ricordo che nella riunione di fine anno, nel presentare le problematiche dell’anno successivo la preside, conosciuta poi anche dai belluschesi per “parlare chiaro”, elencava tra le problematicità per l’anno successivo anche un certo numero di “figli IBM” stupito chiesi perché fossero un problema e la preside mi disse che erano bambini diversi, alcuni avevano già vissuto per periodi all’esterno, estranei al  contesto territoriale, insomma un problema. 

Anche questo è un pezzo della nostra storia. Ripensare al riutilizzo di quell’area forse non è così facile.