martedì 2 ottobre 2018

Ma il '68 c'è stato anche a Bellusco?


Sono usciti quest’anno diversi libri, non solo in Italia, che ricordano i cinquant’anni che ci separano dal 1968. I cambiamenti sociali hanno però tempi più lunghi in cui si manifestano, per cui diverse situazioni negli anni precedenti e poi negli anni successivi hanno determinato in realtà un periodo storico di grandi innovazioni che è continuato negli anni ‘70.
Anche a Bellusco arrivano al pettine istanze di cambiamento che coinvolgo le due strutture dei poteri forti del paese, il comune e la parrocchia.
All’interno del comune si gioca una partita tutta interna al la Democrazia Cristiana con una crisi che porta alla nomina a Sindaco di Edoardo Brioschi il 25 agosto del 1966 con una giunta definita del “Nuovo corso”, una giunta che dura in carica però solo due anni fino alle dimissioni il 2 aprile 1968. Alle successive elezioni del 1969 vince una lista civica chiamata il “Salvagente” composta da personalità laiche della società civile e dal PSI, guidata dalla personalità forte del Sindaco il dott. Giancarlo Gatti.
Anche la parrocchia viene lacerata da questo scontro politico e nel 1966 si ha la rottura tra il parroco Don Giorgio Colombo e il coadiutore Don Luigi Tagliabue, con il trasferimento di quest’ultimo e una spaccatura tra i parrocchiani che si dividono nelle due fazioni.
In paese era nato anche circolo delle ACLI che andava ad intaccare l’egemonia di altre associazioni religiose. Terminano in quegli anni diversi gruppi cattolici: i “Luigini”, la “”Scuola del SS Sacramento” e quella di “S:Agnese”. Sono gli anni in cui si sospesero anche i carri.
Altre iniziative nascono in paese con una forte opposizione del parroco, nel 1966 si apre a Bellusco una sezione del CAI che organizza gite sciistiche domenicali frequentate da giovani ragazzi e ragazze, insieme, e senza controllo, disertando l’oratorio.
Negli anni precedenti si era aperta in paese una sala cinematografica privata: il famoso “Cinema Roma”, in concorrenza con quello parrocchiale, e anche per il fatto che trasmetteva anche film vietati, era spesso oggetto di strali durante le prediche domenicali. Ma lì si è potuto vedere "In nome del Papa Re" del 1969 di Luigi Magni e "Giù la testa" del '72 di Sergio Leone.
Personalmente ero piccolo e ho vissuto marginalmente questi episodi specifici, ma ho vissuto direttamente un particolare osservatorio belluschese dei cambiamenti sociali che da quegli anni si sono poi sviluppati: l’osservatorio della “Latteria di Giannina”
La “Latteria” ha aperto nel 1963, ma i primi gruppi giovanili cominciano a frequentarla qualche anno dopo. La prima generazione è quella dei nati intorno alla seconda metà degli anni Quaranta e quando ha cambiato tipo di attività era frequentata dai ragazzi nati nella prima metà degli anni Sessanta. Vent’anni di gioventù (la “meglio gioventù” belluschese?) è passata dal bar. Le generazioni si susseguivano e mano a mano che “mettevano la testa a posto” lasciano il campo a quella successiva
Nel bar non si serviva vino, i super alcolici erano utilizzati per correggere il caffè, e per la clientela di giovani e studenti con poche disponibilità andavano alla grande la gazzosa (che poteva diventare un cocktail con l’aggiunta dello sciroppo di menta), la spuma in diverse varianti, le bibite più note, e d’estate il ghiacciolo.
Erano gli anni del boom economico, delle prime macchine, anche oltre la 500, c’era la 850 e la 850 spider che andavano forte, poteva andare bene anche una 600 ma la si poteva trasformare in stile “pop art” in un colore originale e con decorazioni ispirate alla Andy Warhol. Poi arrivarono anche la 124, la 128, la mini e il maggiolone.
All’inizio la presenza femminile era piuttosto significativa, si può solo immaginare con quali conflitti e pressioni in famiglia. Tanto che a un certo punto per creare un ambiente più libero, e anche perché il bar, pur utilizzando la cucina privata, era comunque piccolo (tre tavolini, il flipper e il jukebox), i ragazzi fondano una associazione il “Pincy Club”. Chissà chi ha importato dal linguaggio comune inglese quel nome! Affittano un piccolo capannone in disuso in centro paese e ne fanno una specie di discoteca.
Dalla cultura anglosassone arriva soprattutto la musica attraverso il jukebox, all’inizio sono i cantanti italiani più all’avanguardia e i complessi. Dopo arriva anche la musica più colta inglese e americana. Ma anche i giovani belluschesi si cimentano dando origine ad alcuni gruppi musicali "I plegg", “Le pagine del futuro”, "Alla corte di Enrico VIII".
Col tempo le ragazze vengono meno e l’ambiente diventa più “machista”, le ragazze si incontrano in discoteca a Pontirolo o a Fara Gera D’Adda, la domenica pomeriggio! La domenica sera c’è la “Domenica Sportiva” da vedere in gruppo e accendere le discussioni sportive per tutta la settimana.
I cambiamenti di costume erano comunque sempre traumatici, i primi capelloni, i jeans sfrangiati, i pantaloni a “zampa di elefante”, il maxicappotto, l’eskimo…
Negli anni si era cominciato a discutere anche di politica, riportando in paese esperienze maturate nelle scuole e nelle fabbriche, l’opinione prevalente, o che si esponeva di più, era quella di sinistra, sull’altro versante ci stava mio padre democristiano convinto e “fanfaniano”, di solito le discussioni le troncava mia madre con: “Allora! Non è ora di piantarla lì?” (in dialetto) e tutti si tornava nei ranghi. Stessa chiusura succedeva spesso anche per le discussioni di calcio, quando sembrava di andare oltre il consentito. Assolutamente redarguita la bestemmia.
Nel 1974 in occasione del referendum sul divorzio nasce il CDM (coordinamento dodici maggio) che organizza una sede nella “palazzina”. Negli anni successivi il gruppo rappresenterà l’ala più movimentista della politica belluschese con le battaglie sui trasporti e l’autoriduzione delle bollette del gas.
Alla fine degli anni Settanta arriva anche la crisi della “Bloch”. I “maschi” della “Latteria “hanno avuto nel tempo rapporti contradittori con le operaie della grande fabbrica. Nella lotta ci si butta il primo obiettore di coscienza belluschese, il mai dimenticato Lino Menichetti che potrebbe essere un emblema di questa storia: importante formazione cattolica in oratorio, diplomato al liceo classico Zucchi di Monza, obiettore di coscienza, animatore sociale (in dialetto si dice: “vuna la fa quel oltra la pensa”), passa nel vario arcipelago delle forze politiche che allora si definivano di estrema sinistra e poi logopedista in quel di Lerici.
Quello con la religione ha continuato ad essere un rapporto difficile, la domenica mezzogiorno quelli che non erano andati a messa aspettavano quelli che ci erano andati per farsi dire qual era stato il vangelo, cosa aveva detto il prete alla predica, in modo da poter sostenere il probabile interrogatorio materno al pranzo domenicale tutti vestiti della festa.
Gli aneddoti sono ovviamente tantissimi, e sono degni di alcuni “film panettoni” che raccontano quegli anni. Difficili anche tenerli segreti. Quando uno cominciava dicendo “Eh … non sono cose che si possono dire” dopo qualche ora si sapeva quasi tutto e a volte anche di più.
Qualcuno ha anche tentato l‘avventura “on the road” e la fuga dal paese che sembrava troppo provinciale. A qualcuno è andata bene ad altri meno.
Erano anni in cui c’era spazio per una grande creatività, dove l’assenza di regole precise o la voglia di trasgredirle perché ritenute vecchie dava la possibilità di inventarsi cose. Solo per ricordarne alcune, si sono improvvisati: una ciclistica a cronometro, senza bici da corsa, lungo via Bergamo, provinciale, via Milano via Castello, un torneo di calcio in 24 ore, un incontro di calcio in Germania, tornei di ping pon (uso sala autoscuola Dossena), tornei di scacchi, di “cutec” ….
Qualche partita di calcio improvvisata d’estate dopo mezzanotte sull’incrocio via Suardo, via Bergamo via Roma arrivava al limite del “disturbo della quiete pubblica” oppure dava il via all’applicazione di una forma di democrazia diretta quando il Sindaco si affacciava al balcone della propria casa per rimproverare i ragazzi e partiva uno “scambio di opinioni” sulle promesse elettorali più o meno mantenute.
Insomma, c’è stato un ’68, di paese.

venerdì 2 dicembre 2016

2 dicembre 2016 antivigilia del voto referendario

2 dicembre 2016 antivigilia del voto referendario


Stamattina Radipopolare di Milano annunciava gli appuntamenti radiofonici importanti per la giornata di domenica 4 dicembre. Al mattino trasmissione sul voto in Austria col pericolo del ritorno neonazista, poi la diretta sui funerali di Fidel e infine la diretta sui risultati del referendum in Italia. Per lunedì consigliavano di prendere ferie.
Nella situazione italiana qualcuno va rilanciando la frase di Obama all’indomani dell’imprevisto risultato delle elezioni americane “domani il solo sorge ancora”.
Temo che lunedì 5 dicembre il fatto che sorga ancora il sole sia solo un fatto astronomico ma, perlomeno in Italia, sarà comunque un nuovo periodo. All’interno del PD sarà comunque tutto diverso da prima.
Non penso interessi a molti cosa succederà al PD dal 5 dicembre, ma per chi ha creduto e ha lavorato alla nascita di una formazione politica riformista e di centro sinistra in Italia sarà un altro calvario.
E’ da tempo che sto in questo partito più per sentimento che per convinzione, prima per pratiche troppo poco riformiste, poi per l’incapacità di provare nuove forme aggregative e organizzative per un partito di massa realmente partecipativo che fa i conti con il nuovo tipo di comunicazione ma presente sul territorio e infine per l’insofferenza verso questo nuovo “verbo” del renzismo che per dirla con Prodi  è di “chi ha voluto ignorare e perfino negare la storia dell’Ulivo, con una leadership esclusiva, solitaria ed escludente”.
L’aggravante è legata all’azione di governo che ha usato il riformismo prevalentemente come propaganda mistificando la realtà facendo un doppio danno, il primo perché le riforme fatte male non raggiungono lo scopo, il secondo perché alimentano un clima antiriformista dettato dalla percezione che le riforme e, soprattutto le semplificazioni, peggiorano la situazione. Al contrario ogni azione riformista ha bisogno di capire a fondo la realtà esistente, qualcuno ha parlato di una “azione di verità”, ma per paura della comunicazione propagandistica degli altri, si è rincorso lo stesso metodo rasentando il cialtronismo.
La stagione iniziata con la “rottamazione” ha aggravato in questa campagna referendaria la delegittimazione delle posizione politiche diverse dalle proprie, ma ancora peggio la mancanza di rispetto reciproco e l’insulto personale. Altre campagne referendarie sono state politicamente molto divisive nella società ma nessuna così negativa negli attacchi personali. Complice certamente la disponibilità e la diffusione di nuovi strumenti comunicativi di ambigua trasparenza.
Alcuni hanno già deciso di abbandonare l’attività (e anche il voto) nel PD, la maggior parte in silenzio senza suscitare allarmi neanche nella dirigenza. L’impressione è che la dirigenza ha consapevolmente deciso che per questa stagione politica lo strumento partito non serve, per cui non va ripensato ma tenuto “in naftalina” e trasformato di fatto in comitato elettorale. Il confronto interno in orizzontale e in verticale non serve più, annientato in un twitter. I tempi della comunicazione digitale di massa e pubblica non sono adatti al confronto.
Altri hanno abbandonato il PD più rumorosamente fondando nuovi movimenti politici, ma anche in questo caso non c’è stata ne analisi ne confronto serio ma solo la ridicolarizzazione delle persone . L’unica analisi è stata l’accusa di scissionismo assolvendo in pieno chi ha il ruolo e il compito di non essere divisivo e di garantire in modo costruttivo lo spazio del dibattito e del confronto.
In questa situazione da” mucchio di macerie” torno ha una citazione che mi piace molto dal finale del film “Italia-Germania 4 a 3” di Andrea Branzini del 1990 .
- Il messaggio è questo: E’ che noi , noi per vivere, abbiamo bisogno di un sistema di riferimento, di una costruzione, di una cattedrale. Solo che abbiamo solo macerie. E allora cosa dobbiamo fare? Come nel medioevo noi prendiamo un capitello, una colonna, i mattoni, il resto dei crolli, i lastricati romani e li mettiamo tutti insieme.
- E facciamo una bella schifezza peggio di prima.
- No! Facciamo il Romanico. Il Romanico! Come loro, lo stile. Loro hanno fatto il Romanico, noi facciamo …

C’è  oggi in Italia (ma forse nella cultura occidentale) lo spazio per una forza politica di sinistra, popolare, partecipativa e riformista? E servirebbe averla?

lunedì 10 ottobre 2016

UNA SETTIMANA AD ACCUMOLI VOLONTARIO DOPO IL TERREMOTO

UNA SETTIMANA AD ACCUMOLI VOLONTARIO DOPO IL TERREMOTO


L'esperienza  tragica di questo terremoto ci permettere di conoscere un altro volto dell’Italia, un territorio sconosciuto, paesaggi bellissimi ma perlopiù  disabitati per gran parte dell’anno. Esistono libri e film sulla provincia americana ma da noi mi sa che dopo il neorealismo ci sono rimasti, anche questi datati, solo i film di Celentano. Ma le province italiane sono diverse per paesaggio, per cultura e per storia. 
Se ogni terremoto è diverso, questo è quello delle frazioni delle seconde case. Anche nel terremoto dell’Umbria si era in presenza di piccoli centri sparsi e diffusi su un territorio montano, in più,  in questo caso, le frazioni sono diventate seconde case, e non già la classica seconda casa realizzata apposta per la villeggiatura,  qui siamo in presenza della casa di famiglia abbandonata come residenza principale perché  troppo isolata dai servizi dal benessere e dal progresso, per tornarci in vacanza a consolidare un tessuto di relazioni che rassicurano le proprie radici. Piccoli centri di case in pietra con la piazzetta e la chiesa da almeno un paio di secoli. Ora sono tutti chiusi, le strade interrotte da possibili frane, nessun abitante nelle frazioni, qualche roulotte appena fuori per chi ancora qui ha qualche attività  agricola.
Una situazione territoriale così pone problemi di gestione tecnica ma anche amministrativa dell’emergenza ancora una volta inediti. Problemi da capire e ancora una volta per imparare.
Una settimana ad Accumoli per fare le valutazioni di agibilità  post sisma e immergersi in nuovi paesaggi bellissimi e diversi. Li attraversa la Salaria ma poi verso l’interno si snodano per chilometri valli ormai disabitate. Un paese che negli anni ‘50 contava 3000 abitanti ed ora meno di 700 divisi in 17 frazioni, un territorio di quasi 80 km quadrati. Una macchina amministrativa che oggettivamente non può  essere all’altezza della situazione. Un uso del volontariato ancora una volta fantasioso, non può  essere un volontario il segretario comunale, il supporto tecnico agli uffici comunali non può  turnare ogni settimana, è l’apparato che deve garantire continuità amministrativa e gestionale per tutta l’emergenza,  si usi poi l’operatività  del volontariato che serve. Ancora una volta si evidenzia la fragilità  degli apparati amministrativi e gestionali dei livelli locali: i Centri Operativi Comunali.
In tutto questo emergono capacità relazionali fantastiche normalmente impensabili in una società  rancorosa come la nostra. Collaborazioni naturali serene e intense tra tecnici, vigili del fuoco, forze dell’ordine,  cittadini, volontari. Relazioni sostenute da un giusto grado di ironia e di autoironia che permette di andare oltre i problemi. 
“Architetto e cambi sta marcia! Che guidate tutti così al nord? E la lasci andare questa Lancia” 
“Sono un uomo di pianura non sono abituato a trovarmi dietro una curva una mucca che mi guarda di traverso e non si vuole spostare”.
“Guarda un po’ che roba! È tutto crollato. Almeno prima ce stava il paese gli amici e i parenti che vedevi d’estate,  il contadino che era rimasto che te vendeva la verdura la carne il pecorino, poi la festa della frazione e poi quelle delle altre frazioni c'è se passava l’estate.  Mo che c'è  rimasto? Solo l’aria bona”.
Ho visto geometri coordinare il lavoro di architetti, ingegneri e specialisti e nessuno ha avuto niente da ridire, tranne forse il prendersi in giro su chi aveva il giubbetto più “tecnico”. Persino i burberi super tecnici della Direzione Comando e Controllo della Protezione Civile sono diventati gentili quando ti controllano le schede che consegni.
E ci sono pure le bestie abbandonate. In una mattinata piovosa in una delle frazioni abbandonate, mentre tornavo alla macchia a prendere una cosa che avevo dimenticato, vedo venirmi incontro un cane, bagnato, infreddolito e malmesso, ho avuto paura, ma senza mostrarlo troppo mi sono affrettato a raggiungere il resto della squadra, ci raggiunge anche il cane che si mette a strusciare tra le nostre gambe, non aveva fame, cercava solo carezze.
È ormai certo che il volontariato fa bene a chi lo fa, ancora una volta dalle vittime arrivano lezioni etiche. Dobbiamo valutare l’agibilità della casa di una minuta signora di 85 anni, “in gamba” come si direbbe da noi. Le dico come a tutti:
” Prima facciamo entrare i vigili del fuoco, poi se ci danno il via entriamo noi.”
 “Perché se cade in testa un mattone a loro gli fa meno male?”
“No però  hanno una esperienza maggiore sui pericoli”
“Non è giusto, dovrei entrare prima io, la loro vita è più importante della mia”
Faccio fatica a trattenere l’emozione,  poi anche i VVF voglio fare una foto ricordo con la signora che acconsente ma: “tenetela per voi, non mettetela su quelle robe lì che girano”.
Hai capito la nonnina ne sa di più  dei nativi digitali.
Non è  la visione buonista  della situazione, ma certamente migliora l'opinione sui rapporti umani se non con le istituzioni.  Sarà la sindrome del volontario. 
Diverse cose sono iniziate storte, compreso il lavoro che stiamo facendo di rilevamento delle condizioni di danno e agibilità  degli edifici, e temo che sarà difficilissimo correggere il tiro anche se non si è ancora a metà del lavoro.
Purtroppo la fase più critica dell’emergenza è quella iniziale ed è anche quella più importante per ottenere poi risultati efficaci.
La settimana finisce, ci si lascia facendosi gli auguri.

venerdì 10 giugno 2016

Tecnici e tecnici laureati

Tecnici e tecnici laureati

Si legge oggi sul quotidiano Scuola 24 che il governo intende rafforzare il canale della formazione terziaria non accademica tramite gli ITS http://www.scuola24.ilsole24ore.com/?cmpid=nlqs  . Ma ancora una volta non si può che prendere atto di una mancanza di strategia generale coerente sul sistema scolastico da parte del governo e delle forze di maggioranza. E’ di pochi giorni fa la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della L. 89/2016 che converte in legge il DL 42/2016 “Disposizioni urgenti in materia di funzionalità del sistema scolastico e della ricerca”. Il DL era composto da solo quattro articoli, ma al Senato sono diventati undici e questi poi definitivamente approvati dalla Camera, per cui anche la ricerca del testo non è molto agevole.
L’art. 1 septies della L. 89/2016 prevede che per accedere all’esame di stato per lo svolgimento della libera professione di “perito industriale” non sarà più indispensabile il titolo conseguito con lo specifico diploma della scuola secondaria e relativo praticantato, ma, salvo riconoscimenti temporali dei percorsi in atto, sarà indispensabile la laurea di primo livello.
Il tema è quello del riconoscimento della libera professione in Europa. Su questo la scelta del percorso accademico è già stata fatta negli scorsi anni. Si poteva accedere agli esami di stato per la libera professione di perito industriale, e si può continuare a farlo per la professione del geometra, obbligatoriamente con il possesso dello specifico titolo rilasciato dalla scuola secondaria e praticantato. A sua volta il tirocinio o praticantato può essere sostituito da un percorso IFTS di almeno quattro semestri o da percorsi ITS o da una laurea di primo livello. Ma non mi pare che questi percorsi abbiano avuto molto successo, per una ragione molto semplice, essendo in possesso di una laurea di primo livello in ingegneria non si capisce perché il tecnico debba iscriversi al Collegio dei Geometri o dei Periti Industriali invece che all’Ordine degli Ingegneri (B o junior), avendo frequentato un corso accademico non specifico.
Come si vede la legge non va nella direzione della valorizzazione degli ITS auspicato dal governo in quanto ai diplomati ITS non sarà consentito l’accesso alla libera professione.
Da qualche mese le facoltà di ingegneria italiane si stanno muovendo per riformulare la proposta formativa nel settore, prevedendo un percorso triennale più professionalizzante ed uno, separato, quinquennale più accademico, non più quindi il 3+2. Gli esempi stranieri di riferimento, citati anche dagli articoli di Scuola 24 sono le Fachhochschulen tedesche, che sono si incardinate sulle università ma con una forte autonomia didattica e gestionale; gli Institutes universitaires de Technologie (IUT) francesi, ma anche in questo caso bisogna ricordare che in Francia esiste parallelamente anche la Section de Technique Supérieure (STS) che invece sono collegate ai lyceés; e l’esperienza del SUP svizzere che invece sono totalmente autonome dal mondo accademico.
Visti i numeri esigui della formazione terziaria non accademica in Italia non so se il sistema è in grado di reggere due canali paralleli, quello dell’ITS e quello universitario. Se la scelta per quanto riguarda la libera professione propende per il canale universitario questo dovrà avere una impostazione didattica significativamente non accademica e professionalizzante.
La scelta ha una ricaduta significativa anche sugli ordinamenti dell’istruzione tecnica della scuola secondaria (che in questa fase non sembra avere voce in capitolo), viene meno la specificità del titolo di studio per poter accedere alla libera professione.
Se si prende ad esempio l’esperienza svizzera, il canale della formazione tecnica prevede un percorso secondario di quattro anni con una uscita che non permette la libera professione ed un proseguimento nella Scuola Universitaria Professionale per chi vuole accedere ad un livello superiore che permette la libera professione in ambito tecnico. Se uno studente svizzero dopo cinque anni di formazione liceale intende cambiare percorso e accedere alla SUP deve fare un anno di passaggio, soprattutto di stage, perché non avrebbe le competenze necessarie per affrontare una SUP.

Sempre da notizie di stampa dei mesi scorsi anche il Collegio dei Geometri ha attivato un tavolo di lavoro con il MIUR per ridefinire il percorso formativo, penso sarebbe utile che a questo tavolo si esprimesse anche la scuola secondaria.

domenica 5 giugno 2016

Organico scolastico 2016-17 ancora pasticci

Organico scolastico 2016-17 ancora pasticci

Con i neonati si fa spesso un gioco: con una mano gli si copre gli occhi dicendo “bauu” si fa scomparire o riapparire qualcosa, si toglie la mano esclamando “cetti!”.
Guardando le proposte di organico per il prossimo anno che stanno arrivando alle scuole mi sembra che si stia giocando a “bau cetti”, nessuna traccia dell’organico del potenziamento e uno pensa che sia ricondotto nell’“organico dell’autonomia”, o per lo meno così sembrava dalla lettura del comma 68 dell’art.1 della L. 107/2015. Ma non è così. Non sono proprio indicati. Si possono fare progetti di respiro triennale, ma anche solo per il prossimo anno senza avere la certezza di quante risorse umane sono disponibili? Quali caratteristiche hanno queste persone? Quando verranno assegnati alle scuole? Se non si riesce a progettare per tempo si rischia di avere di nuovo colleghi che stazionano in sala professori in attesa di una supplenza improvvisa.
Chi è entrato in ruolo quest’anno, compreso i colleghi per il potenziamento, concludono l’anno di straordinariato e dovranno scegliere la destinazione effettiva, ma se questi posti non compaiono abbinati a scuole specifiche, visti che i famosi ambiti non sono ancora stati strutturati, su che basi scelgono?
Nelle tabelle dell’organico per il prossimo anno non compaiono neanche le nuove classi di concorso che pure sono già legge. Le discipline sono indicate con le vecchie classi di concorso, con tanto di distribuzione oraria separata anche per le discipline che sono state invece fuse in nuove classi di concorso.
Visto che l’ottimismo se ne è già andato, veramente non si sa più dove trovare la forza di volontà per progettare attività didattiche.
Ci hanno detto che lo scorso anno sarebbe stato un anno di passaggio, continuando così non vorrei il prossimo fosse quello di trapasso.


Va be almeno mi sono sfogato.

sabato 26 marzo 2016

I nodi al pettine: l’alternanza scuola-lavoro

I nodi al pettine: l’alternanza scuola-lavoro

La “riforma Moratti” ha introdotto nel 2003 l’attività di alternanza scuola-lavoro per gli istituti scolastici di secondo grado, in teoria l’attività poteva essere svolta anche nei licei ma penso siano state veramente poche le esperienze in questo senso. Per gli istituti professionali l’alternanza ha assorbito un obbligo precedente già quantificato come monte ore aggiuntivo, mentre per gli istituti tecnici si è attuato in parte all’interno delle ore curricolari e in parte in orario aggiuntivo al termine delle lezioni.
Per diversi anni il coordinamento e la valutazione dei progetti delle singole scuole è stato svolto dagli uffici scolastici regionali che assegnavano anche le risorse economiche alle singole scuole. Il ministero ha svolto una funzione di monitoraggio sull’andamento delle esperienze. I progetti e i modelli di alternanza sono stati quindi diversi da regione a regione, in alcune regioni ad esempio è stato assegnato un contributo anche ai tutor aziendali. Il modello lombardo che conosco per avervi partecipato dal 2005 prevedeva una diversificazione di interventi a partire dal secondo anno in cui non si svolgevano stage ma azioni di sensibilizzazione sulla realtà lavorativa dei comparti affini agli indirizzi di studio e all’imprenditorialità in genere. Queste attività riguardavano soprattutto incontri a scuola e visite d’istruzione e non rientravano nelle spese coperte dal finanziamento ministeriale. Nel terzo e quarto anno invece la scuola e le aziende avrebbero dovuto elaborare un progetto didattico comune definendo le competenze che l’attività avrebbe dovuto far acquisire agli studenti, nonché le modalità di verifica e misurazione di queste competenze da parte sia del tutor aziendale che da parte del consiglio di classe. Il gruppo di progetto misto, scuola-azienda che ha elaborato il progetto avrebbe poi dovuto valutare il progetto stesso.
L’alternanza scuola- lavoro coinvolgeva all’interno di ogni istituto solo alcuni consigli di classe e in alcuni progetti solo alcuni studenti della classe che avrebbero poi condiviso il racconto dell’esperienza con gli altri compagni. Sono stati prodotti in quegli anni diversi strumenti e materiali, dalla bozza di convenzione ai modelli per i progetti didattici e per il “diario di bordo degli studenti” affinché gli stagisti potessero rendicontare il tipo e la qualità dell’esperienza.
Il materiale è disponibile nel sito: http://www.requs.it/default.asp?pagina=3821
Le obiezioni nei collegi dei docenti è sempre stata molto forte e, come adesso, andavano dall’accusa di “formare al precariato” allo “sfruttamento gratuito di forza lavoro”, la realtà era, ed è rimasta, quella che per il mondo produttivo l’alternanza è una complicazione in termini di risorse e tempo impiegato e anche, non da ultimo, in tema di sicurezza sui luoghi di lavoro. Ci sono stati, è vero, episodi, arrivati anche alla cronaca, soprattutto nel settore turistico, di stage molto lunghi che si configuravano come sfruttamento gratuito di manodopera.
 Oltre alla difficoltà di coinvolgere pienamente tutto il consiglio di classe, anche da parte aziendale il coinvolgimento in fase progettuale è stato spesso difficile. Nelle esperienze che coinvolgevano obbligatoriamente tutta la classe è emerso a volte una difficile sensibilizzazione di tutti gli studenti, alcuni infatti nel periodo extrascolastico preferivano trovare un qualsiasi lavoretto in nero ma remunerato. Complessivamente si trattava di stage che arrivavano complessivamente nel biennio a 200 ore. Su questo punto i datori di lavoro segnalavano spesso la necessità di aumentare le ore di stage per arrivare a conseguire una competenza. Negli anni si è proceduto a ridimensionare l’estensione delle competenze inserite nei progetti.
L’alternanza raggiungeva una serie di obiettivi. Innanzitutto aveva una funzione orientativa ponendo lo studente nel contesto reale di lavoro attinente al proprio percorso scolastico, offriva inoltre l’opportunità di sperimentare direttamente un contesto relazionale lavorativo diverso da quello scolastico facendo presagire le competenze trasversali utili per inserirsi in un contesto lavorativo. Si aveva la possibilità di apprendere conoscenze e abilità professionali a volte in anticipo rispetto alla loro trattazione teorica a scuola. Questo ultimo punto mi è sempre stato utilissimo, in quanto insegnante di materie tecniche mi è capitato spesso che nello svolgimento teorico di un argomento si inserisse uno studente riportando l’esperienza diretta dello stage, comparando le proposte e riformulando quesiti.
Su questo tema la L.107/15 presenta alcune criticità. La prima è quella dell’obbligatorietà e della definizione del numero di ore minimo da dedicare. Un’altra volta si impongono percorsi didattici uguali per tutti e non invece come opportunità per personalizzare il proprio curricolo. L’estensione quantitativa dell’attività sta portando a soluzioni improprie come un notevole numero di ore dedicate a lezioni frontali che invece di essere tenuti dai docenti sono svolte da personale proveniente dal mondo del lavoro e non è detto che questi sappiano gestire meglio degli insegnanti le lezioni frontali, anzi! Ulteriore soluzioni che sta emergendo è l’attivazione dell’”impresa simulata” che altra cosa, estremamente impegnativa dal punto di vista organizzativo, più indirizzata verso l’imprenditorialità ma priva secondo me dell’esperienza fondamentale dello stage. Mi riferiva un dirigente che riportava di casi di altri colleghi che computerebbero all’interno delle 400 ore obbligatorie per i tecnici e i professionali le ore curricolari delle materie professionali!
La “buona scuola” ha enfatizzato eccessivamente l’esperienza dell’alternanza confondendola con la formazione duale che è tutt’altra cosa in termini di contenuti e di organizzazione, direttamente finalizzata all’inserimento al lavoro, esperienza utilissima ma che va impostata complessivamente come un vero e proprio canale formativo.
È chiaro che alla luce dei nuovi obblighi di legge vanno completamente rivisti i precedenti progetti di alternanza mantenendo gli obiettivi positivi dei vecchi progetti: valenza orientativa, confronto diretto col mondo del lavoro, valorizzazione delle competenze trasversali e acquisizione di conoscenze e abilità professionali anche invertendo il momento applicativo con quello teorico. In uno dei confronti che in questi anni la Rete dell’alternanza delle scuole della Lombardia ha organizzato anche con la SUPSI del Canton Ticino il suo direttore sintetizzava l’impostazione in uno slogan:” c’è chi impara con gli occhi e chi impara con le mani”.
Ulteriore elemento di novità sono le risorse assegnate alle scuole che sono effettivamente ingenti e vincolate all’alternanza (sempre in nome dell’autonomia) che se si manterranno negli anni futuri possono permettere coperture di costi prima impossibili come la progettazione, il tutoraggio scolastico, le spese di trasporto degli studenti, le spese delle uscite didattiche finalizzate, la dotazione dei Dispositivi di Protezione Individuali per gli studenti e altro, sperando che non siano sprechi.

Rimane il problema atavico della scuola superiore italiana, quello di coinvolgere tutto il consiglio di classe almeno in modo non oppositivo.

sabato 5 marzo 2016

Non basta sorvegliare gli studenti, d’ora in poi dovremo controllare anche l’autista

Non basta sorvegliare gli studenti, d’ora in poi dovremo controllare anche l’autista

Sta suscitando, giustamente, forti polemiche tra gli insegnanti la nota del MIUR n.674 del 03/02/2016 sui viaggi di istruzione e visite guidate.
La nota annuncia di aver concordato un protocollo con la Polizia Stradale per attuare una collaborazione con le scuole nelle attività di organizzazione delle uscite didattiche che prevedano l’utilizzo di un mezzo di trasporto, dell’accordo è stato prodotto un “Vademecum” allegato alla nota.  La parte di questo documento è quella che dice:
Nel corso del viaggio gli accompagnatori dovranno prestare attenzione al fatto che il conducente di un autobus non può assumere sostanze stupefacenti, psicotrope (psicofarmaci) né bevande alcoliche, neppure in modica quantità. Durante la guida egli non può far uso di apparecchi radiotelefonici o usare cuffie sonore, salvo apparecchi a viva voce o dotati di auricolare.”
Il pressappochismo giuridico del ministero parte dallo strumento: una nota, in base a quale riferimento giuridico principale se ne fa discendere un obbligo per un soggetto? Temo ancora l’art. 2048 del Codice Civile. Che tipo di obbligo è quello di “prestare attenzione”? Che tipo di responsabilità sono a carico dell’accompagnatore?
Perché nella nota si dice anche:
“Ogni qualvolta si ritenga opportuno, in particolare prima di intraprendere il viaggio e/o durante lo stesso se la condotta del conducente o l'idoneità del veicolo non dovessero rispondere ai requisiti riassunti nel Vademecum, dovrà essere richiesta la collaborazione e l'intervento degli Uffici della Polizia Stradale territorialmente competenti, già sensibilizzati a tal riguardo dalla propria Direzione centrale.”
Quel “dovrà essere richiesta” anche durante il viaggio, fa scattare il reato di ommessa denuncia nei confronti dell’accompagnatore? Se ad esempio durante un normale controllo di polizia dovesse riscontrare una irregolarità nel mezzo la cui verifica è al di fuori delle conoscenze dell’accompagnatore, cosa rischia per non aver sufficientemente “prestato attenzione”?
Il resto della nota fa riferimento al fatto che ci di deve servire di aziende che rispettano la legge e questo è giusto ma anche ovvio, fa parte di quel noto comportamento di perizia e diligenza del buon padre di famiglia.
Se si voleva elevare il livello di sicurezza dei mezzi utilizzati la strada più opportuna era quella di creare una agenzia di qualificazione dei mezzi di trasporto per le scuole, anche gestita dalle stesse aziende di trasporto, in grado di garantire standard di sicurezza più elevati rispetto alla normativa vigente e in grado di assumersi tutte le responsabilità del caso.
La nota riguarda solo l’uso di “mezzo di trasporto a noleggio con conducente” escluso il trasporto pubblico (anche se svolto da aziende private, spesso le stesse che fanno anche servizi privati) e il treno, chissà perché.
Comunque temo che la situazione potrà solo peggiorare e note di questo tipo emanate da una qualche direzione generale del ministero sono destinate ad aumentare dopo che sarà entrata in vigore la pessima riforma costituzionale approvata dal Parlamento dove il precedente punto n) dell’articolo 117 riservava allo Stato le sole “norme generali sull’istruzione” mentre nella formulazione che entrerà in vigore si parla di “disposizioni generali e comuni sull’istruzione”.
Aspettiamoci quindi sempre più circolari e note anche sugli aspetti più elementari della vita scolastica, ma forse al MIUR non hanno mai smesso di farlo. Ovviamente in nome dell’autonomia.

Non ci resta che sperare nel buon senso delle direzioni generali del ministero (tanto per chiudere con una battuta).