giovedì 15 agosto 2019

contrordine compagni! Sono finiti i popcorn


“Contrordine compagni! Sono finiti i popcorn”


Crisi di governo ferragostana del 2019, al limite della farsa come sono stati questi mesi di governo. Dopo aver approvato provvedimenti che da più parti dicono non essere sostenibili, non solo, promettendosene di farne altri altrettanti “a debito futuro” come si fanno quadrare i conti? Ci penseranno quelli che arrivano dopo. Salvini ha aperto una crisi politica con tempi non proprio comprensibili a questo riguardo, con lo spettro di un governo istituzionale che farà la legge di bilancio oltre che gestire le elezioni. Un Monti bis?
Cosa vuole Salvini sembra chiaro, capitalizzare l’ampio consenso popolare acquisito in questi mesi e riproporre un governo di centrodestra a guida leghista.
Cosa vogliano i Cinque Stelle sembra portare a casa una battaglia di bandiera: la riduzione del numero dei parlamentari, fatta, come il resto dell’azione politica del loro governo, all’insegna dell’improvvisazione. Una battaglia solo di bandiera non direttamente applicabile se si arrivasse a votare entro l’anno. Come si sistemano le cose? Ci penseranno quelli che vengono dopo.
Nella sinistra le cose, come sempre, sono “molto più complesse”.
La posizione più sorprendente è quella dei renziani che in meno di ventiquattro ore hanno deciso che il quadro politico era talmente cambiato da ribaltare anche la loro posizione politica. Dal minacciare la scissione se qualcuno nel PD avesse parlato anche solo di una consultazione coi Cinque Stelle a minacciare la scissione se non si fa un governo istituzione con i Cinque Stelle! Arrivando perfino ad affermare che la linea politica nel merito non l’avrebbe scelta la segreteria ma i gruppi parlamentari, così con un sol colpo si sfiduciava anche il segretario di partito.
C’era chi faceva presente già lo scorso anno che la situazione era pericolosa e i renziani hanno imposto la tattica del “popcorn” affermando che le istituzioni democratiche sono forti. Visto che lo sciagurato referendum renziano non era passato, le istituzioni democratiche sono ancora quelle. Certo la legge elettorale non è proprio il massimo, la Lega sembra avere un consenso altissimo, la riduzione del numero dei parlamentari avrebbe bisogno di correttivi (ma per questo come già detto non c’è problema perché non entrerebbe in vigore con queste elezioni!). Gli avversari interni avanzano il sospetto, sembrerebbe fondato, che qualche mese di ritardo delle elezioni servirebbero a Renzi per preparare il suo nuovo partito, simboli e nome già pronti.
Un altro pezzo del PD vorrebbe invece un accordo di governo con i Cinque Stelle per finire la legislatura, si sistemano i conti, si rimette a posto il rapporto con l’Europa, si rabbercia il quadro istituzionale e poi si va al voto. E’ uno scenario che ho già visto diverse volte: i due governi Prodi e il governo Monti. Il centro sinistra che impone al paese scelte impopolari poi perde le elezioni e la destra sperpera in scelte populiste che piacciono tanto agli elettori. Si dice “senso dello Stato”, adesso addirittura bisogna “salvare l’Italia e gli italiani”. Ma gli italiani vogliono essere salvati?
In teoria nel PD dovrebbe essere rimasto anche un gruppo che vorrebbe comunque andare alle elezioni, mobilitare il paese su un programma politico (?) in grado di recuperare gli astensionisti, i delusi dei Cinque Stelle, i moderati (secondo qualcuno in realtà i moderati sono già il PD) e le “varie anime della sinistra”.
Penso però che la sintesi programmatica sia impossibile. Tutta la sinistra occidentale dopo l’abbandono della socialdemocrazia novecentesca, la scelta del mercato, il blerismo, il liberalismo democratico, in realtà non riesce a costruire un programma politico per gli elettori ormai populisti. Non dico una ricetta per governare la globalizzazione e la crisi ambientale ma anche solo:
  • Si promuove il lavoro o si difendono i lavoratori?
  • Il merito fa parte dei valori o è sempre e solo meritocrazia?
  • Occuparsi dei diseredati è una questione di diritti (e doveri) o, in nome della “percezione della sicurezza” è un’opera di carità da lasciare alla chiesa e al volontariato?
  • Il riformismo è un percorso da ricominciare o è meglio lasciare le cose come stanno garantendo i corporartivismi se no si perdono i voti?
  • La sussidiarietà verticale è un valore? Portare il livello delle decisioni più vicino possibile agli elettori oppure in questo modo “si rompe l’unità della Repubblica”? Ma ricordiamoci dell’art. 114 della Costituzione “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato.” Possiamo pensare di migliore l’efficienza dei servizi decentralizzando la gestione trasformando i servizi statali in “beni pubblici” con al centro gli utenti invece delle corporazioni?
  • L’eguaglianza, l’equità e l’inclusione non sono sinonimi, come si coniugano le libertà individuali e l’appartenenza sociale? Come garantire a tutti di poter realizzare il proprio progetto di vita senza esagerate sperequazioni economiche e sociali?
  • Se le differenze economiche e sociali si polarizzano eliminando il ceto medio, possiamo pensare di avere un problema di ridistribuzione del reddito? O pensiamo che anche questo possa essere risolto dal mercato?

Tutte questioni su cui non vedo concrete possibilità di trovare sintesi nel centro-sinistra e, andando oltre la pretesa della “vocazione maggioritaria”, anche nella sinistra e nella sinistra sinistra (lascerei fuori che si propone di abbattere il capitalismo per avanzare verso il “sol dell’avvenir”).
Se invece si pensa ad una alleanza d’emergenza tipo CNL questa ha bisogno di un suo momento catartico. Sarà duro, sarà doloroso, sarà drammatico ma (sarà il pessimismo dell’età che avanza) non vedo altro modo per invertire la narrazione populista maggioritaria nel paese.
Salvini dice di avere già pronta la finanziaria, bene, andiamo a far scoprire le carte, facciamogliela approvare, poi la cosa non regge nella vita reale del paese, tutti si assumano le loro responsabilità, anche gli elettori. Aumenta l’IVA, gli investitori stranieri scappano, aumenta la dislocazione produttiva, non ci sono più i soldi per pagare i dipendenti pubblici (anche il mio), c’è bisogno della “troica”, si deve tagliare drasticamente la spesa sociale e le pensioni. Gli elettori del tempo dei sociali hanno bisogno di toccare direttamente con mano, se no sarà come la volta scorsa quando eravamo più o meno nelle stesse condizioni e il governo Monti rimette la situazione in sicurezza e nell’elettorato populista social dipendente la colpa è stata di Monti e della Fornero e non di chi ha causato la situazione e ora si appresta di nuovo a governare.
Forse solo dopo un disastro di questo tipo si potrebbero ritrovare le condizioni per un nuovo CNL e le condizioni per ripensare nuove sintesi e nuove riforme.
E’ brutto lo so.

sabato 15 giugno 2019

Il rosario, la Madonna, la fede e la politica


Il rapporto tra fede cristiana e politica ha avuto una fase iniziale molto conflittuale: persecuzioni, martiri, catacombe, non tanto perché si pensava che i cristiani aspirassero ad un ruolo di potere, ma al contrario una religione salvifica e centrata sulla vita ultraterrena proponeva valori che mettevano in discussione quelli della civiltà romana.
Ancora alla seconda metà del II secolo nella “Lettera a Diogneto” si ripropone il ruolo del cristiano come colui che” è nel mondo ma non è del modo”, un rapporto conflittuale che ha ispirato in modo significativo una parte della nascente religione cristiana e soprattutto la corrente ascetica e mistica. Un testo che ha avuto una fortunata riscoperta anche durante il periodo post conciliare e della fine del collateralismo tra cattolici e la rappresentanza politica partitica della DC.
Si fa risalire invece all'Editto di Milano del 313 la nascita di un collateralismo tra religione e potere coincidente con la fine delle persecuzioni. Sarà infatti significativo il ruolo dei pontefici nel passaggio tra la fine dell’Impero Romano d’Occidente e la nuova società medioevale. Curiosamente sarà proprio un pontefice: Papa Gregorio Magno a supplire alla carenza della politica nella parte occidentale dell’impero ed affrontare la questione delle invasioni barbariche con una forte opera di inclusione.
Anche quando poi arriverà lo scisma orientale la questione più che disputa teologica e di ruoli religiosi, sarà prettamente questione di potere temporale. Ancora adesso la regione ortodossa è molto intrecciata alle questioni politiche delle nazioni in cui è prevalente, una religione fortemente integralista e nazionalista.
La vera spaccatura sul piano religioso ma anche politico e culturale è senz'altro quello della Riforma e della Controriforma.
La riforma prefigura un ruolo più attivo e consapevole dei cristiani, pienamente responsabili al di fuori della mediazione religiosa. I cristiani protestanti saranno molto più istruiti anche nella conoscenza dei testi sacri (a volte fuorviati da una interpretazione strettamente letterale di testi scritti in epoche molto diverse) Senza la mediazione dei Santi e neanche della Madonna, anche se Lutero è un importante autore di un commento al Magnificat. Da qui, sfruttando le novità tecnologiche del tempo, la diffusione della Bibbia a stampa per i cristiani più colti e facoltosi e il ruolo delle liturgie centrate sul canto dei salmi e sul sermone.
In contrapposizione la controriforma vedrà l’esaltazione delle figure dei santi e della Madonna tanto da realizzare una serie di “fortilizi culturali” dei santuari dedicati alla Madonna e alle sue apparizioni su una linea di frontiera tra Europa cattolica e quella protestante, sostenute da apparizioni ed eventi miracolosi (con qualche riedizione nel 1948 quando la frontiera in Europa diventa quella tra est ed ovest). Anche la pratica della recita del rosario, di origine domenicana, riprende vigore proprio in contrapposizione alla lettura diretta dei testi sacri. Diffusa come pratica soprattutto popolare come momento di ritrovo serale della famiglia patriarcale, compito della “mater familias” era quella di “iniziare il rosario”, ricordando ad ogni decina i vari misteri di meditazione. Il rosario infatti è una pratica mistica in cui la voce ripete in continuazione la stessa locuzione e la mente è libera di pensare e meditare sui misteri religiosi od altro. Una pratica che i mistici definiscono di “attenzione apparente”, e se non ci sono meditazioni da fare … ci si addormenta.
Il pericolo intravisto nel mondo cattolico della lettura diretta dei testi sacri si protrae fino al Concilio Vaticano II con l’introduzione della liturgia in italiano e con la pubblicazione del documento “Dei verbum” del 1965. Fino ad allora i cattolici che volevano leggere direttamente i testi sacri avrebbero dovuto chiedere una specifica dispensa al proprio parroco.
L’ambito cattolico è caratterizzato da una notevole ignoranza, a diversi livelli, della lettura, interpretazione e “discernimento” dei testi sacri. Da qui una religiosità popolare di tipo superficiale, identitaria e fortemente caratterizzata dalla pratica sacramentale. La messa in discussione di questa impalcatura anche se in modo non sempre lineare sta aprendo brecce consistenti nell’intero sistema.
Va letta anche in questa chiave la dichiarazione di impotenza delle dimissioni di Benedetto XVI, che viene da una formazione fortemente intellettuale e contigua al mondo protestante.
In questa breccia della chiesa cattolica, anche in difficoltà a dare nuovo senso alla religiosità popolare di basso livello culturale e religioso anche dei propri preti e catechisti, si inserisce la dimensione religiosa identitaria sfruttata dalla Lega di Salvini.
La strada forse è quella già indicata da un altro intellettuale e “pastore” che fu il cardinale Martini che promosse a livello delle singole parrocchie una catechesi basata sulla pratica monastica della “lectio divina”, ma ahimè mancano i quadri intermedi.

martedì 2 ottobre 2018

Che fine farà il "bonus docenti"?


Il 31 agosto 2018 si è conclusa la sperimentazione del “bonus” per la valorizzazione del merito dei docenti. Come ADI ci siamo espressi nettamente in modo contrario a questa scelta. Forti del nostro specifico sguardo internazionale sulla scuola, sostenuti dai risultati ottenuti con scelte simili già applicati in altri paesi ci era già chiaro che fosse una scelta sbagliata. Alla scuola non servono più forti competenze singolari estemporanee da premiare a posteriori annualmente ma una organizzazione di squadra con competenze e ruoli differenziati attraverso una vera e propria carriera dei docenti stabile, per andare oltre la valorizzazione del “capitale umano” verso una organizzazione che faccia emergere il “capitale professionale”.
Il meccanismo è stato applicato ma non se ne conoscono i risultati di una azione che la legge stessa definiva sperimentale. Il MIUR ha condotto una indagine sull’applicazione solo nel primo anno. Secondo il comma 130 gli USR dovrebbero fornire al ministero una “relazione sui criteri adottati dalle istituzioni scolastiche”, queste relazioni dovrebbero essere esaminate da un apposito comitato tecnico scientifico, esplicitamente previsto per legge dal comma 130, che dovrebbe predisporre le linee guida per l’applicazione definitiva del meccanismo.
Tutta la sperimentazione sembra conclusa con un’altra malsana abitudine italiana, quella di modificare una legge del Parlamento non solo con Decreti Ministeriali ma addirittura con il Contratto Collettivo Nazionale. Quello della scuola infatti di aprile 2018 fa confluire il fondo specifico nell’unico fondo per il miglioramento dell’offerta formativa, poi all’art. 22 introduce anche il “bonus docenti” nella contrattazione sindacale d’istituto per la definizione “dei criteri generali per la determinazione dei compensi”. Ma secondo il comma 127 i criteri sono definiti dal comitato di valutazione. Sembrerebbe quindi che il DS assegnerà il “bonus” tenendo dei criteri del comitato di valutazione e applicando quelli contrattati con la RSU.
Siccome poi le farse della normativa non ci stupiscono più, il CCN parla di far confluire nel fondo per il per il miglioramento dell’offerta formativa anche quello del “bonus” a partire dall’a.s. 2018-19, l’Aran con una nota del 29 agosto 2018 (a due giorni dal termine dell’anno scolastico!) rettificando una propria nota di luglio, afferma che la contrattazione dei criteri con l’RSU vale anche per l’anno scolastico 2017-18 nel comunicarlo alle scuole fa presente che tanto i soldi non ve li hanno ancora dati.
Temo che anche questa sperimentazione finirà all’italiana senza una vera valutazione sui dati senza una decisione chiara su come proseguire, rimarrà in vita come un residuato, una riserva da cui da cui di volta in volta recupere fondi, come del resto è già avvenuto proprio con il Contratto. Nessun cambiamento in vista insomma.

Il nuovo Codice della Protezione Civile


All’inizio dell’anno è stato pubblicato il nuovo “Codice della protezione civile” con il D.lgs. n.1 del 2 gennaio 2018. Precedentemente il Servizio Nazionale di protezione civile era regolato dalla Legge 225 del 1992.
La legge del 1992 era stata fortemente voluta dall’On. Zamberletti che aveva svolto il compito di Commissario Straordinario nel Terremoto del Friuli del 1976. La legge arrivava in porto allora dopo 12 anni di discussioni e ripensamenti e dopo che nel frattempo diverse emergenze avevano messo in luce gravi disfunzioni nella gestione centralistica delle emergenze. È rimasto storico l’intervento dell’allora Presidente delle Repubblica Sandro Pertini con un messaggio alle Camere ma anche ai cittadini tramite un intervento in televisione a seguito delle disfunzioni durante l’emergenza del terremoto dell’Irpinia del 1980.
Un precedente fatto storico aveva segnato in modo profondo la discussione sul tipo di organizzazione da dare alla protezione civile in Italia: l’alluvione di Firenze del 1966. In quella occasione parecchi studenti italiani si sono autonomamente e spontaneamente mobilitati per portare soccorso alla città ricca di monumenti e beni culturali, furono definiti “gli angeli del fango”. Tanta abnegazione era però priva di organizzazione e di direzione operativa col rischio di aggravare i problemi di gestione dell’emergenza. Anche durante il terremoto del Friuli fu significativa la presenza del volontariato nei soccorsi, ma questa volta era più strutturato e organizzato in associazioni come ad esempio l’Associazione Nazionale Alpini (ANA) che da allora ha continuato con grande professionalità gli interventi in tutte le successive emergenze.
Gli avvenimenti hanno spinto quindi il “padre della protezione civile”, l’On. Zamberletti ha insistere e ha ottenere nella L. 225/1996 che la protezione civile in Italia fosse concepita come un servizio pubblico e non come un corpo specifico dello Stato, con il coinvolgimento di diversi soggetti sia gestionali che operativi. Un modello diverso sia di quello francese, centralistico di uno specifico corpo statale che di quello tedesco basato invece su una forte presenza di volontariato. In Italia la protezione civile è nata e continua a essere definita nel nuovo codice come un “Sistema” che coordina diverse competenze in caso di necessità. Un ruolo particolare è riservato dal punto di vista gestionale ed operativo al Dipartimento Nazionale di Protezione Civile presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e operativamente nel primo soccorso tecnico al Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.
Dal '92 ad oggi sono intervenute diverse modifiche sul piano giuridico amministrativo: dal nuovo ruolo delle regioni, dei comuni e delle province, una nuova suddivisione dei ruoli tra tecnici e politici. Anche la gestione delle varie emergenze che si sono succedute ha messo in evidenza criticità organizzative da affrontare in un'ottica di miglioramento. Non da ultimo la scarsità di risorse economiche disponibili ha inciso anche sul sistema di protezione civile.
Il nuovo Codice della protezione civile prevede uno specifico articolo sulla partecipazione dei cittadini, l’articolo 31. Il primo comma afferma che il Servizio nazionale promuove la crescita della resilienza delle comunità.
Quello della resilienza è un concetto che è entrato nel dibattito in questi ultimi anni, è un concetto derivato dalla fisica dei materiali che descrive le capacità elastiche e di reazione dei materiali che dovrebbe essere applicata anche alle comunità, la capacità cioè di reagire agli eventi eccezionali assorbendo e reagendo in modo positivo. Diversamente dai materiali rigidi (comunità poco flessibili) che superato il punto di resistenza si rompono e non si possono reintegrare facilmente o da materiali plastici (comunità poco strutturate) che subiscono i cambiamenti in modo permanente senza reazione.
Al secondo comma si sottolinea la necessità di formare e informare la popolazione sui rischi. Sempre al secondo comma si definisce però anche un nuovo concetto: le comunità in occasione delle emergenze “hanno il dovere di ottemperare alle disposizioni impartite dalle autorità di protezione civile in coerenza con quanto previsto negli strumenti di pianificazione.” Per la prima volta viene introdotto il concetto di “dovere” dei cittadini anche durante l’emergenza e non solo quello dei diritti.
Il terzo comma chiarisce che i cittadini possono concorrere allo svolgimento delle attività di protezione civile in due modi: aderendo alle organizzazioni di volontariato che ne curano la formazione e l’addestramento, ma anche negli interventi diretti “riferiti al proprio ambito personale, famigliare o di prossimità” Quindi, se da una parte non è più tempo di “angeli del fango”, il cittadino in caso di emergenza deve mettere in atto i comportamenti indicati dalle autorità di protezione civile e può adoperarsi per mettersi in sicurezza autonomamente e portare soccorso ai propri famigliare e vicini.
Come associazione riproporremo anche questo autunno delle attività formative rivolte a tutti i cittadini.
È inoltre utile sapere che si può consultare il Piano d’emergenza comunale al link:
È inoltre disponibile un applicativo denominato “protezione civile Lombardia” da installare sul proprio smartphone che permette ai cittadini di essere informati in tempo reale sui comunicati di allertamento emessi dalla Regione Lombardia.
In emergenza la nuova parola d’ordine dovrà essere: “cittadini informati, comunità resiliente”.

Ma il '68 c'è stato anche a Bellusco?


Sono usciti quest’anno diversi libri, non solo in Italia, che ricordano i cinquant’anni che ci separano dal 1968. I cambiamenti sociali hanno però tempi più lunghi in cui si manifestano, per cui diverse situazioni negli anni precedenti e poi negli anni successivi hanno determinato in realtà un periodo storico di grandi innovazioni che è continuato negli anni ‘70.
Anche a Bellusco arrivano al pettine istanze di cambiamento che coinvolgo le due strutture dei poteri forti del paese, il comune e la parrocchia.
All’interno del comune si gioca una partita tutta interna al la Democrazia Cristiana con una crisi che porta alla nomina a Sindaco di Edoardo Brioschi il 25 agosto del 1966 con una giunta definita del “Nuovo corso”, una giunta che dura in carica però solo due anni fino alle dimissioni il 2 aprile 1968. Alle successive elezioni del 1969 vince una lista civica chiamata il “Salvagente” composta da personalità laiche della società civile e dal PSI, guidata dalla personalità forte del Sindaco il dott. Giancarlo Gatti.
Anche la parrocchia viene lacerata da questo scontro politico e nel 1966 si ha la rottura tra il parroco Don Giorgio Colombo e il coadiutore Don Luigi Tagliabue, con il trasferimento di quest’ultimo e una spaccatura tra i parrocchiani che si dividono nelle due fazioni.
In paese era nato anche circolo delle ACLI che andava ad intaccare l’egemonia di altre associazioni religiose. Terminano in quegli anni diversi gruppi cattolici: i “Luigini”, la “”Scuola del SS Sacramento” e quella di “S:Agnese”. Sono gli anni in cui si sospesero anche i carri.
Altre iniziative nascono in paese con una forte opposizione del parroco, nel 1966 si apre a Bellusco una sezione del CAI che organizza gite sciistiche domenicali frequentate da giovani ragazzi e ragazze, insieme, e senza controllo, disertando l’oratorio.
Negli anni precedenti si era aperta in paese una sala cinematografica privata: il famoso “Cinema Roma”, in concorrenza con quello parrocchiale, e anche per il fatto che trasmetteva anche film vietati, era spesso oggetto di strali durante le prediche domenicali. Ma lì si è potuto vedere "In nome del Papa Re" del 1969 di Luigi Magni e "Giù la testa" del '72 di Sergio Leone.
Personalmente ero piccolo e ho vissuto marginalmente questi episodi specifici, ma ho vissuto direttamente un particolare osservatorio belluschese dei cambiamenti sociali che da quegli anni si sono poi sviluppati: l’osservatorio della “Latteria di Giannina”
La “Latteria” ha aperto nel 1963, ma i primi gruppi giovanili cominciano a frequentarla qualche anno dopo. La prima generazione è quella dei nati intorno alla seconda metà degli anni Quaranta e quando ha cambiato tipo di attività era frequentata dai ragazzi nati nella prima metà degli anni Sessanta. Vent’anni di gioventù (la “meglio gioventù” belluschese?) è passata dal bar. Le generazioni si susseguivano e mano a mano che “mettevano la testa a posto” lasciano il campo a quella successiva
Nel bar non si serviva vino, i super alcolici erano utilizzati per correggere il caffè, e per la clientela di giovani e studenti con poche disponibilità andavano alla grande la gazzosa (che poteva diventare un cocktail con l’aggiunta dello sciroppo di menta), la spuma in diverse varianti, le bibite più note, e d’estate il ghiacciolo.
Erano gli anni del boom economico, delle prime macchine, anche oltre la 500, c’era la 850 e la 850 spider che andavano forte, poteva andare bene anche una 600 ma la si poteva trasformare in stile “pop art” in un colore originale e con decorazioni ispirate alla Andy Warhol. Poi arrivarono anche la 124, la 128, la mini e il maggiolone.
All’inizio la presenza femminile era piuttosto significativa, si può solo immaginare con quali conflitti e pressioni in famiglia. Tanto che a un certo punto per creare un ambiente più libero, e anche perché il bar, pur utilizzando la cucina privata, era comunque piccolo (tre tavolini, il flipper e il jukebox), i ragazzi fondano una associazione il “Pincy Club”. Chissà chi ha importato dal linguaggio comune inglese quel nome! Affittano un piccolo capannone in disuso in centro paese e ne fanno una specie di discoteca.
Dalla cultura anglosassone arriva soprattutto la musica attraverso il jukebox, all’inizio sono i cantanti italiani più all’avanguardia e i complessi. Dopo arriva anche la musica più colta inglese e americana. Ma anche i giovani belluschesi si cimentano dando origine ad alcuni gruppi musicali "I plegg", “Le pagine del futuro”, "Alla corte di Enrico VIII".
Col tempo le ragazze vengono meno e l’ambiente diventa più “machista”, le ragazze si incontrano in discoteca a Pontirolo o a Fara Gera D’Adda, la domenica pomeriggio! La domenica sera c’è la “Domenica Sportiva” da vedere in gruppo e accendere le discussioni sportive per tutta la settimana.
I cambiamenti di costume erano comunque sempre traumatici, i primi capelloni, i jeans sfrangiati, i pantaloni a “zampa di elefante”, il maxicappotto, l’eskimo…
Negli anni si era cominciato a discutere anche di politica, riportando in paese esperienze maturate nelle scuole e nelle fabbriche, l’opinione prevalente, o che si esponeva di più, era quella di sinistra, sull’altro versante ci stava mio padre democristiano convinto e “fanfaniano”, di solito le discussioni le troncava mia madre con: “Allora! Non è ora di piantarla lì?” (in dialetto) e tutti si tornava nei ranghi. Stessa chiusura succedeva spesso anche per le discussioni di calcio, quando sembrava di andare oltre il consentito. Assolutamente redarguita la bestemmia.
Nel 1974 in occasione del referendum sul divorzio nasce il CDM (coordinamento dodici maggio) che organizza una sede nella “palazzina”. Negli anni successivi il gruppo rappresenterà l’ala più movimentista della politica belluschese con le battaglie sui trasporti e l’autoriduzione delle bollette del gas.
Alla fine degli anni Settanta arriva anche la crisi della “Bloch”. I “maschi” della “Latteria “hanno avuto nel tempo rapporti contradittori con le operaie della grande fabbrica. Nella lotta ci si butta il primo obiettore di coscienza belluschese, il mai dimenticato Lino Menichetti che potrebbe essere un emblema di questa storia: importante formazione cattolica in oratorio, diplomato al liceo classico Zucchi di Monza, obiettore di coscienza, animatore sociale (in dialetto si dice: “vuna la fa quel oltra la pensa”), passa nel vario arcipelago delle forze politiche che allora si definivano di estrema sinistra e poi logopedista in quel di Lerici.
Quello con la religione ha continuato ad essere un rapporto difficile, la domenica mezzogiorno quelli che non erano andati a messa aspettavano quelli che ci erano andati per farsi dire qual era stato il vangelo, cosa aveva detto il prete alla predica, in modo da poter sostenere il probabile interrogatorio materno al pranzo domenicale tutti vestiti della festa.
Gli aneddoti sono ovviamente tantissimi, e sono degni di alcuni “film panettoni” che raccontano quegli anni. Difficili anche tenerli segreti. Quando uno cominciava dicendo “Eh … non sono cose che si possono dire” dopo qualche ora si sapeva quasi tutto e a volte anche di più.
Qualcuno ha anche tentato l‘avventura “on the road” e la fuga dal paese che sembrava troppo provinciale. A qualcuno è andata bene ad altri meno.
Erano anni in cui c’era spazio per una grande creatività, dove l’assenza di regole precise o la voglia di trasgredirle perché ritenute vecchie dava la possibilità di inventarsi cose. Solo per ricordarne alcune, si sono improvvisati: una ciclistica a cronometro, senza bici da corsa, lungo via Bergamo, provinciale, via Milano via Castello, un torneo di calcio in 24 ore, un incontro di calcio in Germania, tornei di ping pon (uso sala autoscuola Dossena), tornei di scacchi, di “cutec” ….
Qualche partita di calcio improvvisata d’estate dopo mezzanotte sull’incrocio via Suardo, via Bergamo via Roma arrivava al limite del “disturbo della quiete pubblica” oppure dava il via all’applicazione di una forma di democrazia diretta quando il Sindaco si affacciava al balcone della propria casa per rimproverare i ragazzi e partiva uno “scambio di opinioni” sulle promesse elettorali più o meno mantenute.
Insomma, c’è stato un ’68, di paese.

venerdì 2 dicembre 2016

2 dicembre 2016 antivigilia del voto referendario

2 dicembre 2016 antivigilia del voto referendario


Stamattina Radipopolare di Milano annunciava gli appuntamenti radiofonici importanti per la giornata di domenica 4 dicembre. Al mattino trasmissione sul voto in Austria col pericolo del ritorno neonazista, poi la diretta sui funerali di Fidel e infine la diretta sui risultati del referendum in Italia. Per lunedì consigliavano di prendere ferie.
Nella situazione italiana qualcuno va rilanciando la frase di Obama all’indomani dell’imprevisto risultato delle elezioni americane “domani il solo sorge ancora”.
Temo che lunedì 5 dicembre il fatto che sorga ancora il sole sia solo un fatto astronomico ma, perlomeno in Italia, sarà comunque un nuovo periodo. All’interno del PD sarà comunque tutto diverso da prima.
Non penso interessi a molti cosa succederà al PD dal 5 dicembre, ma per chi ha creduto e ha lavorato alla nascita di una formazione politica riformista e di centro sinistra in Italia sarà un altro calvario.
E’ da tempo che sto in questo partito più per sentimento che per convinzione, prima per pratiche troppo poco riformiste, poi per l’incapacità di provare nuove forme aggregative e organizzative per un partito di massa realmente partecipativo che fa i conti con il nuovo tipo di comunicazione ma presente sul territorio e infine per l’insofferenza verso questo nuovo “verbo” del renzismo che per dirla con Prodi  è di “chi ha voluto ignorare e perfino negare la storia dell’Ulivo, con una leadership esclusiva, solitaria ed escludente”.
L’aggravante è legata all’azione di governo che ha usato il riformismo prevalentemente come propaganda mistificando la realtà facendo un doppio danno, il primo perché le riforme fatte male non raggiungono lo scopo, il secondo perché alimentano un clima antiriformista dettato dalla percezione che le riforme e, soprattutto le semplificazioni, peggiorano la situazione. Al contrario ogni azione riformista ha bisogno di capire a fondo la realtà esistente, qualcuno ha parlato di una “azione di verità”, ma per paura della comunicazione propagandistica degli altri, si è rincorso lo stesso metodo rasentando il cialtronismo.
La stagione iniziata con la “rottamazione” ha aggravato in questa campagna referendaria la delegittimazione delle posizione politiche diverse dalle proprie, ma ancora peggio la mancanza di rispetto reciproco e l’insulto personale. Altre campagne referendarie sono state politicamente molto divisive nella società ma nessuna così negativa negli attacchi personali. Complice certamente la disponibilità e la diffusione di nuovi strumenti comunicativi di ambigua trasparenza.
Alcuni hanno già deciso di abbandonare l’attività (e anche il voto) nel PD, la maggior parte in silenzio senza suscitare allarmi neanche nella dirigenza. L’impressione è che la dirigenza ha consapevolmente deciso che per questa stagione politica lo strumento partito non serve, per cui non va ripensato ma tenuto “in naftalina” e trasformato di fatto in comitato elettorale. Il confronto interno in orizzontale e in verticale non serve più, annientato in un twitter. I tempi della comunicazione digitale di massa e pubblica non sono adatti al confronto.
Altri hanno abbandonato il PD più rumorosamente fondando nuovi movimenti politici, ma anche in questo caso non c’è stata ne analisi ne confronto serio ma solo la ridicolarizzazione delle persone . L’unica analisi è stata l’accusa di scissionismo assolvendo in pieno chi ha il ruolo e il compito di non essere divisivo e di garantire in modo costruttivo lo spazio del dibattito e del confronto.
In questa situazione da” mucchio di macerie” torno ha una citazione che mi piace molto dal finale del film “Italia-Germania 4 a 3” di Andrea Branzini del 1990 .
- Il messaggio è questo: E’ che noi , noi per vivere, abbiamo bisogno di un sistema di riferimento, di una costruzione, di una cattedrale. Solo che abbiamo solo macerie. E allora cosa dobbiamo fare? Come nel medioevo noi prendiamo un capitello, una colonna, i mattoni, il resto dei crolli, i lastricati romani e li mettiamo tutti insieme.
- E facciamo una bella schifezza peggio di prima.
- No! Facciamo il Romanico. Il Romanico! Come loro, lo stile. Loro hanno fatto il Romanico, noi facciamo …

C’è  oggi in Italia (ma forse nella cultura occidentale) lo spazio per una forza politica di sinistra, popolare, partecipativa e riformista? E servirebbe averla?

lunedì 10 ottobre 2016

UNA SETTIMANA AD ACCUMOLI VOLONTARIO DOPO IL TERREMOTO

UNA SETTIMANA AD ACCUMOLI VOLONTARIO DOPO IL TERREMOTO


L'esperienza  tragica di questo terremoto ci permettere di conoscere un altro volto dell’Italia, un territorio sconosciuto, paesaggi bellissimi ma perlopiù  disabitati per gran parte dell’anno. Esistono libri e film sulla provincia americana ma da noi mi sa che dopo il neorealismo ci sono rimasti, anche questi datati, solo i film di Celentano. Ma le province italiane sono diverse per paesaggio, per cultura e per storia. 
Se ogni terremoto è diverso, questo è quello delle frazioni delle seconde case. Anche nel terremoto dell’Umbria si era in presenza di piccoli centri sparsi e diffusi su un territorio montano, in più,  in questo caso, le frazioni sono diventate seconde case, e non già la classica seconda casa realizzata apposta per la villeggiatura,  qui siamo in presenza della casa di famiglia abbandonata come residenza principale perché  troppo isolata dai servizi dal benessere e dal progresso, per tornarci in vacanza a consolidare un tessuto di relazioni che rassicurano le proprie radici. Piccoli centri di case in pietra con la piazzetta e la chiesa da almeno un paio di secoli. Ora sono tutti chiusi, le strade interrotte da possibili frane, nessun abitante nelle frazioni, qualche roulotte appena fuori per chi ancora qui ha qualche attività  agricola.
Una situazione territoriale così pone problemi di gestione tecnica ma anche amministrativa dell’emergenza ancora una volta inediti. Problemi da capire e ancora una volta per imparare.
Una settimana ad Accumoli per fare le valutazioni di agibilità  post sisma e immergersi in nuovi paesaggi bellissimi e diversi. Li attraversa la Salaria ma poi verso l’interno si snodano per chilometri valli ormai disabitate. Un paese che negli anni ‘50 contava 3000 abitanti ed ora meno di 700 divisi in 17 frazioni, un territorio di quasi 80 km quadrati. Una macchina amministrativa che oggettivamente non può  essere all’altezza della situazione. Un uso del volontariato ancora una volta fantasioso, non può  essere un volontario il segretario comunale, il supporto tecnico agli uffici comunali non può  turnare ogni settimana, è l’apparato che deve garantire continuità amministrativa e gestionale per tutta l’emergenza,  si usi poi l’operatività  del volontariato che serve. Ancora una volta si evidenzia la fragilità  degli apparati amministrativi e gestionali dei livelli locali: i Centri Operativi Comunali.
In tutto questo emergono capacità relazionali fantastiche normalmente impensabili in una società  rancorosa come la nostra. Collaborazioni naturali serene e intense tra tecnici, vigili del fuoco, forze dell’ordine,  cittadini, volontari. Relazioni sostenute da un giusto grado di ironia e di autoironia che permette di andare oltre i problemi. 
“Architetto e cambi sta marcia! Che guidate tutti così al nord? E la lasci andare questa Lancia” 
“Sono un uomo di pianura non sono abituato a trovarmi dietro una curva una mucca che mi guarda di traverso e non si vuole spostare”.
“Guarda un po’ che roba! È tutto crollato. Almeno prima ce stava il paese gli amici e i parenti che vedevi d’estate,  il contadino che era rimasto che te vendeva la verdura la carne il pecorino, poi la festa della frazione e poi quelle delle altre frazioni c'è se passava l’estate.  Mo che c'è  rimasto? Solo l’aria bona”.
Ho visto geometri coordinare il lavoro di architetti, ingegneri e specialisti e nessuno ha avuto niente da ridire, tranne forse il prendersi in giro su chi aveva il giubbetto più “tecnico”. Persino i burberi super tecnici della Direzione Comando e Controllo della Protezione Civile sono diventati gentili quando ti controllano le schede che consegni.
E ci sono pure le bestie abbandonate. In una mattinata piovosa in una delle frazioni abbandonate, mentre tornavo alla macchia a prendere una cosa che avevo dimenticato, vedo venirmi incontro un cane, bagnato, infreddolito e malmesso, ho avuto paura, ma senza mostrarlo troppo mi sono affrettato a raggiungere il resto della squadra, ci raggiunge anche il cane che si mette a strusciare tra le nostre gambe, non aveva fame, cercava solo carezze.
È ormai certo che il volontariato fa bene a chi lo fa, ancora una volta dalle vittime arrivano lezioni etiche. Dobbiamo valutare l’agibilità della casa di una minuta signora di 85 anni, “in gamba” come si direbbe da noi. Le dico come a tutti:
” Prima facciamo entrare i vigili del fuoco, poi se ci danno il via entriamo noi.”
 “Perché se cade in testa un mattone a loro gli fa meno male?”
“No però  hanno una esperienza maggiore sui pericoli”
“Non è giusto, dovrei entrare prima io, la loro vita è più importante della mia”
Faccio fatica a trattenere l’emozione,  poi anche i VVF voglio fare una foto ricordo con la signora che acconsente ma: “tenetela per voi, non mettetela su quelle robe lì che girano”.
Hai capito la nonnina ne sa di più  dei nativi digitali.
Non è  la visione buonista  della situazione, ma certamente migliora l'opinione sui rapporti umani se non con le istituzioni.  Sarà la sindrome del volontario. 
Diverse cose sono iniziate storte, compreso il lavoro che stiamo facendo di rilevamento delle condizioni di danno e agibilità  degli edifici, e temo che sarà difficilissimo correggere il tiro anche se non si è ancora a metà del lavoro.
Purtroppo la fase più critica dell’emergenza è quella iniziale ed è anche quella più importante per ottenere poi risultati efficaci.
La settimana finisce, ci si lascia facendosi gli auguri.