domenica 1 marzo 2020

Corona virus, emergenza, protezione civile


Corona virus, emergenza, protezione civile


Anche mentre sto scrivendo mi sto chiedendo se è necessario farlo, visto che in questi giorni abbiamo una valanga di parole ed opinioni su questa emergenza per cui non sono così certo che valga la pena di aggiungerne altre. Cercherò di contenere il campo di riflessione sul tema protezione civile. Lo faccio da una esperienza ventennale di volontario e di formatore dei volontari.
La protezione civile in Italia ha avuto una sua legge cardine nel 1992, prima quindi del decentramento di questa funzione alle regioni. La gestazione di questa legge è stata molto lunga e travagliata come spesso capita in Italia. Gli albori risalgono all'esperienza dell’alluvione di Firenze del 1966 in cui sono comparsi sulla scena un numero consistenti di volontari chiamati poi “gli angeli del fango”, animati da tanto impegno ma senza nessuna organizzazione o strutturazione, caratteristiche che possono compromettere le azioni di soccorso necessarie. Prima di allora le emergenze erano gestite solamente dai militari, anch'essi senza specifica preparazione ma con una struttura organizzativa molto forte e una catena di comando collaudata. Tant'è che parecchio del gergo militare è entrato anche nel linguaggio della protezione civile. Il secondo evento “fondativo” è stato il terremoto del Friuli del 1977 in cui collaborano come volontari gli ex alpini dell’ANA, quindi già un po’ più strutturati e organizzati. In questa occasione il commissario prefettizio, l’On. Zamberletti si fa promotore della necessità di avere una apposita legge che strutturasse la protezione civile in Italia. La legge come abbiamo detto arriva molto dopo, nel frattempo la gestione di altre emergenze governata centralmente risultano gravemente inefficaci, tra tutte va ricordata la gestione del terremoto dell’Irpinia del 1980 dove anche a seguito dell’intervento diretto del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, ad emergenza in corso, viene richiamato l’On. Zamberletti a porre rimedio alle gravi disfunzioni del soccorso.
Con queste premesse la protezione civile in Italia, diversamente che in altri paese europei nasce come un “servizio” non un corpo autonomo, un servizio che è in grado di coordinare altri servizi e corpi dello Stato per una attività di previsione, prevenzione e mitigazione dei rischi, per la gestione delle emergenze e il loro superamento. All'interno di questo servizio hanno un ruolo principale i vigili del fuoco e i volontari sono solo un elemento (nella nuova formulazione del D. Lgs 1/2018 nell'elenco dei componenti i volontari sono al quinto posto).
L’organizzazione della protezione civile in Italia è formulata secondo il principio della sussidiarietà verticale secondo cui le autorità più vicine al bisogno sono le più adatte ad affrontarlo. La legge individua tre livelli. Il primo livello chiamato “A” si riferisce ad una emergenza gestibile a livello comunale, con il Sindaco che è “autorità di protezione civile”. Un documento successivo, chiamato “metodo augustus” ha indicato come struttura operativa a livello comunale il Centro Operativo Comunale (oppure l’Unità di Crisi Locale). Se invece l’emergenza richiede un intervento di coordinamento più ampio in termini territoriali o di risorse viene classificata di tipo “B” coordinata in origine dal Prefetto che attiva il Centro Operativo Misto oppure il Centro Coordinamento Soccorsi. Su questo livello ha ora competenza anche il Presidente della Regione che attiva il Centro Operativo Regionale, inoltre la regione può dichiarare lo “stato di calamità”. Se l’emergenza richiede l’attivazione di poteri straordinari viene definita di tipo “C”, può essere dichiarato un primo momento lo “stato di mobilitazione”, un allertamento e coordinamento di tutte le strutture sotto ordinate, oppure lo “stato di emergenza” in cui si attiva il Dipartimento della Protezione Civile con la nomina di un Commissario Prefettizio e con una struttura chiamata “Direzione di Comando e Controllo” (DICOMAC) di solito collocata in un’area sicura vicino all'evento. Nella dichiarazione dello stato di emergenza vengono chiariti i poteri straordinari del Commissario Prefettizio. Il livello comunale, provinciale e regionale elaborano i piani di protezione civile, la Regione Lombardia ha coordinato, anche con dei format l’unitarietà della redazione di questi piani. I piani contengono l’individuazione dei pericoli di un determinato territorio, la conseguente valutazione del rischio, le operazioni di previsione e prevenzione del rischio e la descrizione degli “scenari di rischio” in cui si indica chi fa che cosa in ogni momento dell’emergenza.
Questa organizzazione sussidiaria verticale in realtà non è entrata correttamente nelle attività delle amministrazioni territoriali che tendono ad occuparsi di protezione civile e di emergenza solo ad emergenza in corso, per cui alla domanda dell’allora Sindaco di Roma Allemanno o anche a quella recente dell’Assessore Regionale lombardo Gallera “dov'è la protezione civile?” La risposta non può che essere “la protezione civile sei tu”.
Prendendo in considerazione la più semplice delle equazioni che definiscono il rischio come valutazione di un pericolo: R = F x M dove R sta per rischio, F per frequenza o probabilità che quel pericolo si manifesti in quel determinato territorio e M sta per magnitudo, cioè la quantità di danni che il manifestarsi di quel pericolo può causare a quel contesto territoriale e sociale, si ricavano alcune considerazioni.
Per ridurre il rischio si può lavorare sulla la probabilità che quel pericolo si manifesti, questa operazione si ottiene con la PREVENZIONE, se invece si vogliono ridurre gli effetti di un rischio nell'ipotesi che la prevenzione non arrivi ad azzerare la possibilità che il pericolo si manifesti si lavora dunque sulla magnitudo con azioni di PROTEZIONE.
Da tempo si sottolinea una difficoltà di gestione del livello B, dove i due soggetti: Prefetto (territorialmente provinciale) e il Presidente di Regione hanno spesso un coordinamento difficile, del resto non è possibile eliminare il ruolo del prefetto che ha autorità su corpi dello Stato su cui il Presidente di Regione non ne ha : vigili del fuoco ( in realtà avrebbero potuto essere regionalizzati, i “pompieri” era un corpo comunale) forze armate, forze di polizia. Mentre la regione ha poteri sul volontariato, i servizi sanitari, le strutture di previsione e ambientali.
L’art. 16 del D.Lgs 1/2018 inquadra gli eventi di tipo igienico -sanitario non tra quelli principali di protezione civile ma tra quelli per cui si interviene “ferme restando le competenze dei soggetti ordinariamente individuati ai sensi della vigente normativa di settore”. Ma nel momento in cui si decide di intervenire con il servizio di protezione civile si deve intervenire con le sue strutture. Dichiarato lo stato d’emergenza, quindi intervento di livello nazionale, si nomina il commissario prefettizio, gli si assegnano i poteri esecutivi necessari, si installa la DICOMAC in un punto strategico per l’emergenza e da lì si coordinano tutti gli interventi che il Governo provvede a ratificare quando necessario.
Se torniamo alla equazione del rischio, nel caso del corona virus, si evidenziano alcuni problemi applicativi:
La comunità scientifica non è concorde nella definizione e descrizione del PERICOLO è un dato che non abbiamo molti strumenti certi e sicuri per intervenire sulla PROTEZIONE, per ridurre il RISCHIO non si hanno a disposizione che interventi per ridurre la FREQUENZA di manifestazione del pericolo, anche in termini di impatto socio economico, attualmente quindi si può intervenire riducendo drasticamente le possibilità di contagio con scelte che impattano a loro volta sulla quotidianità dei cittadini e sulle attività economiche che garantiscono la socialità.
Altra questione è il rapporto tra emergenza e comunicazione, già con l’alluvione di Firenze abbiamo avuta la presenza dei vip nello scenario (perfino Ted Kennedy), poi abbiamo avuto la tragedia di Vermicino 1981 che ha segnato un capitolo anche sulla storia della televisione, ora però abbiamo i social che aprono un nuovo capitolo del rapporto tra attività in emergenza e comunicazione per cui andrà trovato un nuovo equilibrio.

Alla fine, il pezzo è forse troppo lungo, ho detto la mia, chiedo scusa se per caso ho contribuito a generare più confusione.

martedì 4 febbraio 2020

Famiglia i nomi e l’urbanistica


Ricordi belluschesi 8

Famiglia i nomi e l’urbanistica

I miei parenti paterni sono chiamati “i troni” e deriva dal fatto che il mio bisnonno gestiva una osteria. Probabilmente l’importazione dei vini di più forte valore alcolico dal sud serviva per tagliare vini di minore gradazione alcolica della nostra zona, quindi l’importazione di vino da Trani: località della Puglia ha dato il nome alle osterie che erano chiamate “trani”.
Nelle nostre campagne la vite era coltivata “maritata” ai gelsi, si usavano cioè i gelsi come supporto per i tralci della vite. Nell'ultimo ventennio dell’Ottocento la fillossera a distrutto gran parte del patrimonio viticolo europeo e anche da noi le viti originarie sono state sostituite dalla vite “americana”, con scarse qualità dal punto di vista vinicolo, si produceva un vino dolciastro chiamato “ul pincianel” di uso ormai strettamente personale. Da allora sarà quindi aumentata l’attività di importazione dei vini da altre parti d’Italia.
L’osteria era situata in via Bergamo all'altezza degli attuali numeri civici 24 e 26 recentemente ristrutturati da un ramo della famiglia “di troni”. Sulla mappa catastale del 1855 questa zona del paese non era ancora urbanizzata ma si possono notare le variazioni successive che vanno a raddrizzare ed allargare la vecchia “strada del castello” che diventa importante asse di traffico, la realizzazione della linea ferrata del 1890 ha dato la configurazione attuale di questa zona. La linea del tram era utilizzata anche per il trasporto merci e in questa zona era presente un binario morto che serviva per il carico e lo scarico delle merci ed era probabilmente collocato sull'attuale
era a parcheggio, le case in questo tratto sono arretrate rispetto a quelle che vanno verso la piazza. Da notare inoltre che i cortili che si formano sono molto diversi da quelli tradizionali, sono infatti insediamenti commerciali, a partire dal civico 14 che era chiamata “curt del negusiont” e anche ai numeri civici 18, 20 e 22 e quelli di fronte. Erano cortili senza stalle, un corpo edilizio sul lato corto verso strada e poi il lotto si sviluppava in profondità con portici o laboratori per il deposito o la lavorazione delle merci. In fianco, appunti, c’era l’osteria “di troni”.
I tre figli del mio bisnonno non hanno continuato l’attività ma hanno cambiato indirizzo, mio nonno Enrico (Ricü), tre figli e Adrea (Indrien), sette figli, hanno gestito in comune fino alla fine della Seconda guerra mondiale un commercio di vitelli, inoltre vivevano come un’unica famiglia (anche tra secondi cugini ci si sente in realtà un po’ primi) Mario invece ha gestito una macelleria a Boviso Masciago, poi portata avanti dal figlio Osvaldo. L’Osvaldo ogni tanto arriva a Bellusco con una bicicletta sportiva da corsa oppure con qualche auto sfolgorante di cui era appassionato.
Mio nonno Enrico era un tipo particolare e molto volitivo, ha avuto tre figli mio papà Ettore, Luigi e Carlotta, ma si lamentava di tutti e tre, secondo lui non sarebbero stati in grado di portare avanti l’attività. “Ste nuove generazioni chissà cosa saranno in grado di fare!” (Non mi sembra nuova questa affermazione).
La moglie si è ammalata di cuore per cui al momento della separazione delle famiglie con il fratello Andrea la zia Carlotta già sposata c’era quindi bisogno di una donna in casa e così che hanno accelerato il matrimonio dei miei che si sono sposati il 2 gennaio del 1947, i festeggiamenti si sono svolti in casa con tutto da preparare e il nonno che imprecava contro la zia Carlotta che non si faceva vedere salvo poi scoprire che aveva partorito un figlio proprio lo stesso giorno. Al contrario dei figli la nuora gli era entrata in simpatia. Gli piaceva molto la mostarda e diceva a mia madre che morto lui non l’avrebbero più comprata a Natale perché mio padre spendeva troppi soldi per comprare libri e giornali (effettivamente una passione che ha poi mantenuto), è così che invece, anche da noi sotto le feste di Natale si comprava una latta da 5 chili di mostarda proprio per smentire il nonno.
L’attività di compravendita dei vitelli comportava la gestione di una stalla nel cortile che con il continuo via vai di mezzi e bestiame spesso si sporcava, mia madre provvedeva a spazzolare il cortile, ma anche su questo il nonno aveva una sua opinione: “Va bene pulire, ma non troppo, qualche filo di paglia bisogna lasciarlo, perché se no la gente pensa che lì non si lavori abbastanza”. Nei racconti dei miei genitori l’apoteosi delle sue stranezze l’ha raggiunta una volta che dopo una furiosa litigata aveva concluso un contratto in cui si era sentito raggirato e ha preso i soldi li ha gettati nel letame della stalla e li rimestava, con mia madre che cercava di calmarlo.
E veniamo alla storia dei nomi, un po’ particolare. Quando nasce mio fratello eredita il nome del nonno: Enrico, quando nasce mia sorella il parroco decide che deve ereditare il nome della nonna quindi Enrichetta. Soltanto che la nonna non si chiamava affatto Enrichetta, ma Rachele, tutti la chiamavano Enrichetta in quanto moglie di Enrico, tra l’altro siccome la cognata si chiamava effettivamente Enrica in paese venivano chiamate Richeten e Richeton Il parroco si accorge dell’errore subito dopo il battesimo ma ormai la cosa era registrata e si rifarà su mia cugina due anni dopo.
Morto mio nonno l’attività di compravendita dei vitelli l’ha portata avanti mio papà. Comprava i vitelli nei mercati della Val Brembana a San Giovanni Bianco e poi con una specie di mezzadria li assegnava ai contadini che li richiedevano da ingrassare, al momento della vendita del vitello l’importo era diviso a metà, se il vitello fosse morto la perdita sarebbe rimasta a carico dei miei. Un contratto effettivamente un po’ strano, ma da noi non esistevano grandi allevamenti di bestiame da carne.
Per svolgere questa attività, morto il nonno, mio padre acquista un camion. Con questo mezzo che in settimana veniva usato per i vitelli, la domenica si metteva una panca di legno nel cassone e si ricordano gite memorabili con tutti i cugini a: Madonna del Bosco, Caravaggio, Madonna della Cornabusa.
I miei genitori erano molto impegnati prima in Azione Cattolica, poi nei Comitati Civici della Democrazia Cristiana, una specie di super militanti in chiave anticomunista che dovevano sostenere la difficili campagne elettorali del 46 e del 48, mi hanno raccontato che una volta col famoso camion sono andati con un gruppo di aderenti belluschesi al comizio di De Gasperi in piazza Duomo a Milano e galvanizzati dal leader decidono di attraversare il centro di Sesto San Giovanni (che loro chiamavano Sesto San Palmiro) con gli uomini nel cassone scoperto a catare a squarciagola l’inno della DC “bianco fiore” recuperando ovviamente una fitta sassaiola. Questo episodio in realtà è saltato fuori in famiglia quando negli anni Settanta si discuteva animatamente di politica con mio padre che mi dava dell’”estremista”, quando la discussione si animava un po’ troppo, mia madre per calmare le acque si metteva in mezzo e rivolta a mio papà: “dai tas che se dervi me ul liber…”

giovedì 16 gennaio 2020

Storie, fuochi e donne di Brianza


Ricordi belluschesi 7

Storie, fuochi e donne di Brianza

Mi ricordo di una storia che mi raccontavano da piccolo e che ho scoperto poi essere un frammento di folklore dei nostri paesi, il frammento che mi hanno tramandato è questo:
Delle donne sposate volevano organizzare una festa ad insaputa dei loro mariti, si mettono d’accordo per il giorno stabilito, e dopo che i mariti si sono addormentati si trovano in una cucina a preparare il risotto con la salsiccia. I mariti si accorgono della festa dallo spioncino che dal pavimento della camera metteva in comunicazione i due locali e che serviva per far salire un po’ di calore per riscaldare le camere soprastanti. I mariti quindi si organizzano per combinare uno scherzo alle mogli. Vanno sul tetto e fanno scendere dal camino una calza rossa impagliata recitando:
O donne divote
andate a letto che è mezzanotte
l’è san Peder che cumanda
se non volete creder guardate questa gamba.
Al che le donne terrorizzate scapparono gridando: “La Gibiana! la Gibiana!” E i mariti scesero a mangiare il risotto con la salsiccia.
Così raccontata la storia ha una connotazione evidentemente antifemminista. Solo dopo un po’ e lavorando sulla storia del paesaggio agrario per la tesi di laurea mi sono imbattuto nel libro di Franca Pirovano “Momenti di folklore in Brianza” pubblicato da Sellerio nel 1985 e ora ripubblicato con altri scritti, sempre dalla stessa autrice in “Sacro, magia e tradizioni in Brianza” da La Vita Felice nel 2019. Franca Pirovano è una studiosa di etnologia sulla scia del più famoso Ernesto de Martino.
La storia della Gibiana è molto più complessa, secondo la studiosa potrebbe essere addirittura una divinità celtica propiziatrice della fertilità che volava nei boschi (quindi anche sui tetti), la presenza della desinenza “ana” nel nome si deve probabilmente alla contaminazione della cultura celtica con quella romanza in cui la divinità assume le sembianze di Diana protettrice della natura. Il mito poi è stato contaminato in tutte le epoche storiche successive, fino alla operazione culturale sollecitata da San Carlo Borromeo ai parroci di estirpare i riti pagani tra i contadini o di trasformare le feste pagane in feste religiose. Anche questa festa della Gibiana in parte è stata riletta e in parte combattuta, quella che Franca Pirovano è riuscita a ricostruire una settantina d’anni fa tra le cascine delle colline brianzole parla di una festa popolare che si svolgeva l’ultimo giovedì di gennaio.
Per tutto il giorno le ragazze da marito giravano acconciate come streghe facendo rumore percuotendo delle latte e anche i giovani non ancora sposati partecipavano con i trick e trak cantando un ritornello:
E viva viva la Gibiana
un quart de luganiga
un quart de luganeghen
viva viva Giuanen.
(Viva viva la Gibiana/un quarto di salsiccia/ un quarto di cotechino/viva viva Giovannino) che era l’invito a preparare la cena del risotto con le salsicce e la catasta per il falò della sera (diverse infatti sono le tradizioni dei falò di fine gennaio).
Dopo cena sul falò si bruciava il fantoccio della Gibiana non tanto come atto negativo ma come atto propiziatorio per la prossima stagione agricola (diversi gli esempi di fuoco propiziatorio compreso quello di bruciare un rametto dell’ulivo della festa delle palme in presenza di forti temporali estivi), nelle caratteristiche della fiamma si prevedeva l’andamento dei prossimi mesi e anche la possibilità per le giovani di trovare marito, infatti intorno al falò si gridava:
El va ‘l giné de la buna ventura
me sun nè maridada nè impumatuda
el va ‘l giné e me resti indré.
(Se ne va gennaio della buona ventura /non sono né maritata né promessa/ se ne va gennaio e io resto indietro)
Da qui la studiosa non è riuscita a ricostruire bene quale ruolo avesse il frammento di storia che riguarda le donne già sposate ricordato all'inizio e che si raccontava ancora a Bellusco una cinquantina d’anni fa. Del resto, l’inserimento di San Pietro nella filastrocca ci dice che la rilettura cattolica era forse il tentativo di riportare il mito della Gibiana, attiva divinità femminile, nell'ambito delle regole famigliari. Da ricordare inoltre che è collegato alla festa di Sant’ Agata il 5 febbraio il ritrovo conviviale delle donne sposate.
La cultura popolare ricorda spesso il conflitto tra mogli e marito che si svolgeva tra le mura domestiche ma che non doveva trapelare da lì, riporto il link ad una di queste canzoni riscoperte da Nanni Svampa che ha svolto anch’esso una poderosa ricerca nella canzone popolare milanese.


L'è tri dì ch'el pioeuv e'l fiòcca (E’ tre giorni che piove e nevica)
el mè marì l'è nò tornà, (mio marito non è tornato)
ò ch'el se perduu in la fiòcca (o si è perso nella nevicata)
ò ch'el se dismentegà (o si è dimenticato)
Derva quell'ùss, corpo de bìss (Apri quest’uscio, corpo di biscia)
derva quell'ùss, sangue de bìss, (apri quest’uscio, sangue di biscia)
derva quell'ùss, Marianna! (apri quest’uscio Marianna!)
In doe te see staa, corpo de bìss (dove sei stato, corpo di biscia)
in doe te see staa sangue de bìss, (dove sei stato, sangue di biscia)
in doe te see staa, Martino? (dove sei stato Martino?)
Son stà al mercà, corpo de bìss (Sono stato al mercato corpo di biscia)
son stà al mercà, sangue de bìss, (sono stato al mercato, sangue di biscia)
son stà al mercà, Marianna! (sono stato al mercato Marianna!)
Cos t'è comprà, corpo de bìss, (Cosa hai comprato corpo di biscia)
cos t'è comprà, sangue de bìss, (cosa hai comprato sangue di biscia)
cos t'è comprà, Martino? (cosa hai comprato Martino?)
On bel cappel, corpo de bìss, (Un bel cappello, corpo di biscia)
on bell capell, sangue de bìss, (un bel cappello, sangue di biscia)
on bel cappel, Marianna! (un bel cappello Marianna!)
Cos te gh'è dà, corpo de bìss, (Quanto l’hai pagato corpo di biscia)
cos te gh'è dà, sangue de bìss, (quanto l’hai pagato sangue di biscia)
cos te gh'è dà, Martino? (quanto l’hai pagato Martino?)
Gh'hoo dà cinq frànch, corpo de bìss, (L’ho pagato cinque soldi, corpo di biscia)
gh'hoo dà cinq franc, sangue de bìss, (l’ho pagato cinque soldi, sangue di biscia)
gh'hoo dà cinq frànch Marianna! (L’ho pagato cinque soldi, Marianna!)
Te gh'è da tròpp, corpo de bìss, (L’hai pagato troppo, corpo di biscia)
te gh'è da tròpp, sangue de bìss, (l’hai pagato troppo, sangue di biscia)
te gh'è da tròpp, Martino! (l’hai pagato troppo, Martino!)
Son mì el padron, corpo de bìss, (Sono io il padrone, corpo di biscia)
son mì el padron, sangue de bìss, (sono io il padrone, sangue di biscia)
son mì el padron, Marianna! (sono io il padrone, Marianna!)
Te doo on s'giaffon, corpo de bìss, (Ti do una sberla, corpo di biscia)
te doo on s'giaffon, sangue de bìss, (ti do una sberla, sangue di biscia)
te doo on s'giaffon, Martino! (ti do una sberla, Martino!)
Cià, fasèmm la pàs, corpo de bìss, (Dai facciamo la pace, corpo di biscia)
cià, fasèmm la pàs, sangue de bìss, (dai facciamo la pace, sangue di biscia)
fasèmm la pàs Marianna! (facciamo la pace, Marianna!)
Fèmm on ballett, corpo de bìss, (Facciamo un ballo, corpo di biscia)
fèmm on ballet, sangue de bìss, (facciamo un ballo, sangue di biscia)
fèmm on ballett, Martino! (facciamo un ballo, Martino!)
L'è tri dì ch'el pioeuv e'l fiòcca, (E’ tre giorni che piove e nevica)
mè marì l'è tornà a cà (mio marito è tornato a casa)
per pù perdel in la fiòcca (per non perderlo più nella nevicata)
mì l'hoo sarà su in la cà . (io l’ho chiuso in casa.)


Parliamo di famiglia


Ricordi belluschesi 6

Parliamo di famiglia

Ho preso l’occasione di queste ultime vacanze per fare un giorno nella zona del confine nazionale friulano, con tappa al Sacrario di Redipuglia dove mi avevano raccontato è sepolto il fratello di mio nonno che si chiamava Gaetano Parolini, morto durante la I° Guerra Mondiale, il sacrario non è completamente vistabile per restauri che dovrebbero concludersi entro marzo 2020, ma sul sito del monumento mi hanno fatto vedere che Parolini Gaetano effettivamente è sepolto li.
La famiglia Parolini è quella di mia mamma, otto fratelli che si sono sposati e hanno avuto figli tutti qui a Bellusco, per cui il livello della “cuginanza” è molto ampio. Mi capita di parlare con qualcuno non originario del paese e magari salta fuori un nome e di dire: “certo che lo conosco, è mio parente”, dopo due o tre volte mi sento dire: “ma insomma sono tutti tuoi parenti a Bellusco”, no ovviamente ma siamo in tanti e anche strategicamente posizionati, i miei avevano la latteria, uno zio la tabaccheria e osteria del paese ed un altro zio un negozio di alimentari – salumeria. Se comprendiamo anche i fratelli del nonno nel parentado entrava anche un macellaio, una rivendita di vino, un falegname poi il figlio elettrauto, un imprenditore edile, tutti a Bellusco. Anche la terza generazione è largamente presente in paese.
I capostipiti: nonno Francesco detto “Cecc” di cui ho ereditato il nome e nonna Ambrogina ma chiamata “Bigina” anche perché di corporatura minuta. Le prime tre figlie femmine, mi raccontano che all’osteria il nonno veniva preso un po’ in giro perché non “arrivava il maschio”, e poi cinque maschi. Otto figli la prima del 1922 e l’ultimo del 1939.
I nonni avevano entrambi il cognome Parolini, entrambi di Bellusco ma venivano da due ceppi diversi, al di là del cognome le famiglie erano identificate per l’appellativo. Il nonno era degli “Spagnou” la nonna dei “Bision”, gli zii raccontano che gli “Spagnou” erano più solari socievoli, mentre i “Bision” un po’ più rigidi e infatti il nonno sapeva cucinare bene, la nonna meno, era più portata perle pulizie di casa, il rammendo e i lavori a maglia. Se avessi voluto mangiare un buon risotto avrebbe dovuto cucinarlo il nonno.
Le condizioni economiche dell’agricoltura, a partire, più o meno, dal XVIII secolo hanno influito sulla organizzazione sociale della famiglia, nella bassa pianura padana dove l’agricoltura era molto fiorente e gestita in modi imprenditoriale si consolida la grande cascina con la “famiglia patriarcale”, quella del film di Bertolucci “Novento”, per intenderci. A Nord della pianura l’agricoltura è meno produttiva e la famiglia si divide nella “famiglia mononucleare”, quella del film di Olmi “L’albero degli zoccoli”, sempre in mode esemplificativo. Spesso le famiglie, anche se divise, rimangono ad abitare nella stessa corte che ne prende il nome.
Le famiglie contadine della nostra zona avevano con un contratto ad affitto a grano, una quota fissa di grano (indipendentemente dall’annata) per l’affitto dei campi e della casa che il “fittavolo” raccoglieva per conto del proprietario. L’allevamento del baco da seta era spesso invece a mezzadria. Ogni famiglia aveva a disposizione dei locali ed una stalla, ma con pochi animali perché la gestione dell’agricoltura non permetteva il mantenimento di più animali. Il lavoro dei campi era largamente manuale per cui era necessario avere tanti figli, almeno per un periodo dell’anno, per portare a termine i lavori agricoli.
Proprio quando la famiglia di nonno Cecc era in crescita il proprietario terriero decide di vendere ai singoli affittuari, così, come la gran parte delle famiglie belluschesi, anche lui si indebita per poter comprare i terreni su cui lavorava, tra l’altro non attigui ma divisi secondo le caratteristiche produttive: un pezzo ai “marcion” o nei “quader”, nei “ger”, ai “garioul” e un pezzo di boschetto per la legna da riscaldamento. La casa e la stalla in “stal de matua”. Per diversi periodi dell’anno la manodopera famigliare era in esubero per cui la nonna va a lavorare nella filatura Carozzi con le figlie a dare una mano nella gestione famigliare (mi dicono che mia mamma aveva sempre un po’ del caporale). Quando diventano poco più grandi anche loro al lavoro in tessitura o a “fare i mestieri” nelle case di famiglie più facoltose.
I figli maschi invece iniziavano la loro carriera lavorativa alle dipendenze dello zio imprenditore edile ed erano quindi tutti in grado di fare i muratori, è così che si sono costruiti la casa. Si faceva realizzare all’impresa la parte portante e poi tutto il clan famigliare collaborava il sabato, la domenica (su dispensa del parroco) e nei pomeriggi per tutto il lavoro di completamento in “autocostruzione”.
Alla realizzazione di una di queste ho collaborato un po’ anch’io. La mia è stata la prima generazione che ha avuto la possibilità di studiare, questa cosa non era ben digerita dagli zii che si lamentavano “se tutti vanno a studiare chi farà andare la cazzuola?”. Avevo scelto il corso geometra per cui era abbastanza attinente al lavoro di autocostruzione e sono stato coinvolto nel dare il mio aiuto, li mi hanno visto lavorare e hanno sentenziato “meglio che continui a studiare, il lavoro manuale non fa per te”. La cosa che non andava bene era il fatto che continuassi a lavarmi le mani; cosa devo farci se la polvere di laterizio e del cemento mi dava fastidio e i guanti non erano ancora in uso corrente, comunque ho fatto una specie di “alternanza scuola – lavoro” ante litteram. Due i pranzi previsti per ogni cantiere, all’arrivo del tetto e a fine lavori.
L’animatore socio-culturale del parentado è stato lo zio Carlo, organizzatore di gite in pullman e pranzi di famiglia. Avevamo anche dei parenti lontani, una sorella del nonno, la zia Maria sposata a un Dozio, di cantone, la loro famiglia aveva dovuto trasferirsi a Pont Saint Martin in Valle d’Aosta perché lì si era sposta da Sesto l’acciaieria Viola in cui lavorava il capofamiglia. I parenti lontani venivano, oltre che nelle occasioni canoniche di famiglia, tutti gli anni, fino a poco tempo fa, anche alla festa del paese per vedere i carri e rincontrare i parenti, per noi andare a trovare la zia Maria era l’occasione di fare gite e vacanze in montagna.
I nonni ci hanno lasciato dopo 68 anni di matrimonio, come in una storia romantica a due mesi di distanza l’uno dall’altro.
Difficile sostituire anche il ruolo dello zio Carlo, ma qualcosa ogni tanto si combina lo stesso anche se la “cuginanza” si allarga sempre di più.

sabato 28 dicembre 2019

ricordi storici e “ricordi geologici”


Ricordi belluschesi 5

Stavolta mischiamo ricordi storici e “ricordi geologici”.

Circa 2.000.000 di anni fa la nostra zona era interessata da forti periodi di espansione e ritiro dei ghiacciai che trasportarono verso la pianura consistenti quantità di materiali, è così che proprio da noi si formano delle morene laterali tipiche dei ghiacciai, sopra queste morene laterali abbiamo la Cascina San Nazzaro, e l’abitato di Bernareggio. L’avvallamento che abbiamo tra Bellusco e San Nazzaro non è stato scavato da un torrente ma dal ritiro di un ghiacciaio, anche quello tra Vimercate e San Nazzaro è stato disegnato da un’altra lingua di ghiacciaio. Queste morene disegnano dei movimenti nel paesaggio anche se modesti e contenuti. Essendo inadatti alla coltivazione ospitano da circa duecento anni i boschetti di robinie.
Una delle sponde di queste morene è stata utilizzata splendidamente dal punto di vista architettonico per collocarci la chiesa parrocchiale che presenta quindi un bel sagrato in salita. Così come ha sottolineato il Card. Martini nella sua visita pastorale, la “salita al tempio” è un’azione mistica.
In dialetto questi avvallamenti li chiamiamo “avai” rispettivamente gli “avai de Casina Musca” e gli “avai de Vimerca”. Negli anni recenti ci è piaciuto pronunciarli come il cinquantesimo degli stati federati agli U.S. “gli Hawaii”.
Mi dicono che queste modeste salite erano comunque un problema per il tram che passava da Bellusco e a volte i passeggeri erano costretti a scendere per permettere al tram di superare le salite, fatta anche loro la salita a piedi poi vi risalivano. La lentezza del mezzo, che è stato tolto nel 1958, aveva anche qualche vantaggio, mi dicono che c’era un belluschese che abitava vicino alla fermata del tram che prendeva per andare a lavorare a Monza, ma si sa i più vicini sono anche i più ritardatari per cui prendeva il tram all’ultimo momento con ancora la scodella della colazione in mano, colazione che finiva di consumare all’altezza di Cascina Mosca dove buttava nel prato la scodella che la madre poi recuperava in mattinata.
L‘espansione urbana della metropoli milanese ha consumato soprattutto territorio a nord della città, il vimercatese ha risentito molto meno della crescita urbana ma si è caratterizzato per un forte pendolarismo verso Monza, Sesto e Milano. Ancora adesso abbiamo ampi spazi non urbanizzati che nel tempo hanno sempre stimolato gli appetiti dei pianificatori alla grande scala
Quando c’erano i nebbioni seri era proprio negli avvallamenti che si “tagliava a fette”, nonostante questo a un certo punto hanno pensato di progettare un aeroporto proprio tra Vimercate e Bellusco che avrebbe dovuto supplire alle chiusure di Linate in caso di nebbia (sic!). La costruzione dell’omnicomprensivo era già conclusa e l’incidente avvenuto il 9 dicembre 1990 a Casalecchio di Reno dove un’areo è precipitato su una scuola uccidendo 12 ragazzi ha probabilmente convinto tutti che non era il caso.
Poi si è parlato di un nuovo carcere, dello spostamento dell’autodromo di Monza, anche il nostro “Corso Alpi” da Aicurzio avrebbe dovuto rimanere nell’avvallamento e raccordarsi con il provinciale Monza-Trezzo dove ora si trovano dei capannoni e invece poi è stato spostato a est del paese.
Il fondo di questi avvallamenti è caratterizzato da strati di ghiaia che rendono i terreni più “freschi e asciutti” e quindi molto produttivi dal punto di vista agronomico., al contrario i terreni a est del paese, fino al “canyon” dell’Adda i ghiacciai lasciarono terreni molto paludosi con conseguente depositi di sabbie e argille che rendono ancora adesso questi terreni molto impermeabili e meno produttivi per l’agricoltura.
La morena laterale di sinistra si abbassa sempre più spostandoci verso sud e va a lambire la cascina Camuzzago, al suo piede si infila il percorso del torrente Cava. Ma anche in questo caso la chiesa e il chiostro sono collocati sul margine della morena andando a caratterizzare un altro angolo architettonico molto interessante che è il raccordo tra la cascina e l’antico chiostro di Camuzzago con relativa scalinata sotto il portico.

carta geologica d'Italia


la scuola media


Ricordi belluschesi 4


Qualcosa di più leggero


Il 31 dicembre 1962 nasceva in Italia la scuola media unificata che nel testo di legge si chiama “scuola secondaria di primo grado”: i ritorni storici…


Prima di allora per chi voleva proseguire gli studi dopo la licenza elementare esistevano due percorsi: la Scuola Media che era stata derivata dai percorsi ginnasiali (da qui è rimasta la dizione di quarta e quinta ginnasio per il primo biennio del liceo classico) e la Scuola di Avviamento al Lavoro. Nessuno di questi due percorsi erano disponibili a Bellusco, ma per frequentarli bisognava andare a Vimercate o a Monza.
Con l’anno scolastico 1963-64 parte anche a Bellusco la scuola media occupando parte della scuola elementare, nel frattempo viene ampliato l’edificio con un ingresso separato, è ancora riconoscibile come il corpo più a sud dell’edificio attuale della scuola elementare con il suo ingresso (quello vicino alla mensa).
La prima leva che ha frequentato la scuola media a Bellusco è stata quella del 1952.
La mia classe è entrata nell’anno scolastico 1969-70 c’erano tre sezioni: la A prevalentemente maschile e faceva francese, la sezione B tutta femminile sempre di francese e la sezione C mista che faceva inglese.
Fino a due anni prima la scuola media di Bellusco era frequentata anche da ragazzi e ragazze di Sulbiate e di Mezzago e poi solo da quelli di Mezzago. E insomma ci voleva un po’ di tempo per integrare gli “stranieri” che venivano da fuori paese. Il passaggio dalle scuole elementari alle media comportava per i maschi l’abbandono della “blusa nera col fiocco blu”, mentre per le ragazze il grembiule è durato qualche anno ancora. Si abbandonava la cartella a favore dell’elastico che a fatica riusciva a contenere il libro di “Epica” che durava tre anni. Ai miei tempi oltre alle normali ore mattutine c’era il doposcuola comunale nel pomeriggio in cui si facevano i compiti o si rifacevano gli argomenti del mattino, per cui continuava per altri tre anni il supplizio della mensa.
Gli anni delle medie erano anni di passione soprattutto verso le professoresse che avevano il fascino delle donne di città.
In prima l’insegnante di lettere era la professoressa Colli, veniva da Milano con una Fiat 850 blu, sempre elegante, trucco “significativo” e fondo tinta consistente, capelli cotonati e laccati, ma lei poteva: era una professoressa, era di Milano. Quello è stato il suo ultimo anno a Bellusco. I progetti per andarla a trovare un pomeriggio sono tutti naufragati, troppo avventuroso arrivare fino a Milano per dei ragazzi delle medie di quegli anni.
In terza media ci è arrivata la professoressa Skopinic, anche lei veniva da Milano ma coi mezzi pubblici. Bionda, alta, quel po’ trasandato che faceva colpo. Ed erano anni caldi, strategia della tensione, referendum sul divorzio, la Skopinic era dichiaratamente di parte, una passionaria, ma che apertura mentale! Mi ricordo ancora una ricerca in cui mi ero impegnato tantissimo sulla questione palestinese, e un tema “La felicità sta al diciassettesimo piano” a me sembrava bellissimo e invece secondo lei ero andato fuori tema. Con lei siamo andati un pomeriggio a vedere la mostra a Milano sul pittore Ligabue e i “naif”. Che avventura! Così un bel giorno una delegazione della 3A va dal vicepreside e chiede l’organizzazione di un cineforum. La risposta un po’ rude: “ma andate a studiare che avete gli esami”, però alla fine un film ce l’hanno organizzato un mattino all’oratorio me lo ricordo: “Uomini contro” di Franco Rosi con Gian Maria Volontè.
La materia di “Applicazioni tecniche” era divisa per maschi e femmine, i ragazzi avevano il loro laboratorio nello scantinato, con un saltello toccavi il soffitto, norme di sicurezza? Non esisteva il problema. Gran lavori di traforo.
Sui corridoi la vigilanza era ferrea a cura di Luigetto e Maria.

la 3A  a.s. 71/72


lunedì 25 novembre 2019

Bellusco nel terremoto dell'Irpinia del 1980


Ricordi belluschesi 3

Bellusco nel terremoto dell'Irpinia del 1980

Oggi 23 novembre ricorre l’anniversario del terremoto in Irpinia, era il 1980 39 anni fa. È stato il mio primo intervento di protezione civile anche se non ancora inquadrato in una organizzazione (del resto la protezione civile ancora non esisteva), si era attivato un gruppo di uomini e giovani intorno all’oratorio. In realtà la mente di tutto è stato Don Fedele parroco di Porto d’Adda (ma anche insegnante di religione al Banfi) che insieme ai suoi parrocchiani si era mobilitato per il terremoto del Friuli del 1977, in quella occasione con un aggancio di parrocchiani originari dei paesi terremotati era riuscito ad organizzare un intervento diretto con squadre di volontari che hanno montato case provvisorie utilizzando le baracche di cantiere, quindi raccolta fondi, acquisti delle baracche di cantiere, trasporto sul posto e montaggio, tutto in gestito in proprio con volontari. Sulla base di questa esperienza tre anni dopo si rimette in moto la macchina organizzativa per l’Irpinia, scegliendo anche questa volta un centro periferico rispetto al “cratere” dell’evento: Spiano, una frazione di Mercato San Severino in provincia di Salerno. Stavolta l’intervento è più impegnativo e Don Paolo raccoglie l’appello di Don Fedele e la parrocchia di Bellusco partecipa attivamente all’operazione. Le squadre si alternavano ogni settimana e anche il modello di baracche scelto cambia, si sceglie un modello un po’ più confortevole, si realizza la piattaforma di calcestruzzo come piattaforma e poi sopra si montano le casette provvisorie. Come volontari eravamo ospiti delle famiglie che avevano conservato la casa senza danni. Don Fedele no, lui dormiva sul pulmino che serviva per il viaggio perché aveva paura dei terremoti e non si fidava a dormire nelle case. Il contatto in questo caso era il parroco che chiamavamo “don terremoto” perché si ostinava ad usare la chiesa per le funzioni anche se il tetto presentava una evidente apertura. Ma a “don terremoto” non mancava la dialettica raccontava una sera dopo il lavoro che in paese era ancora in vigore la pratica di far benedire dal parroco la nuova automobile appena acquistata, ora un parrocchiano subito dopo la benedizione fa un incidente in cui si salva la vita ma la macchina non è recuperabile e ritorna dal parroco per chiedere chiarimenti sull’efficacia della sua benedizione e lui gli risponde “Cosa vuoi di più ti sei salvato la vita!”.
Sono state diverse le persone di Bellusco che si sono impegnate nella raccolta fondi e poi che si sono alternate nelle settimane di lavoro a Spiano. La continuità del cantiere era garantita da due ragazzi di una comunità di recupero per tossico dipendenti. Sembra incredibile, ma è stata questa la terapia che li ha tirati fuori, un’operazione che solo il coraggio di sognare di Don Fedele poteva concepire. Uno dei ragazzi mi ha raccontato che era sceso anche suo padre a trovarlo e continuava a piangere perché non ci credeva che fosse proprio suo figlio a fare questa cosa.
Spiano era una frazione poverissima, l’unica attività produttiva era la realizzazione di scale a pioli in legno, con tutta una lavorazione artigianale incredibile per raddrizzare i legni dei montanti laterali. L’impatto con questo sud e con la famiglia che mi ha ospitato è stato molto forte, intanto il ricordo di una pasta e fagioli che ormai è diventata mitica, non ce né stata più nessuna uguale. Il locale per il pranzo aveva il pavimento in terra battuta ma aveva un televisore da cui passavano le pubblicità dei prodotti per la pulizia dei pavimenti e mi domandavo se solo io vedevo la contraddizione. Il personaggio più importante della famiglia era il figlio maggiore, qualche anno più di me, aveva ottenuto un impiego fisso e pubblico al catastato! E “teneva il 128”. La figlia che chiedeva anche lei di fare la patente aveva messo in crisi la famiglia: cosa avrebbero detto in paese di una ragazza che fa la patente?
Ad un certo punto l’operazione Spiano arriva alle orecchie della Caritas Ambrosiana che doveva decidere come utilizzare i fondi raccolti, chiama Don Fedele e gli da carta bianca ma per intervenire su Sant’Angelo dei Lombardi, nell’epicentro dell’area. La città aveva perso nel terremoto il sindaco, tutto il consiglio comunale e il vescovo, la direzione amministrativa viene assegnata al farmacista e poi gira la voce che vorrebbero Don Fedele come vescovo, ma lui si oppone deciso, tra l’altro gli chiedono di utilizzare i fondi per ricostruire l’”episcopio”. Ma Don cos’è? Io con quel nome conosco solo un apparecchio in grado di proiettare sul muro le pagine di un libro (prima delle nuove tecnologie, in qualche scuola lo potrete trovare negli scantinati), ma no! “E’ la casa del vescovo”. Non se ne parla neanche con tutta la città a terra. Studia e ristudia Don Fedele tira fuori un’altra delle sue idee. “Qui l’attività principale è l’allevamento ma poi il latte lo vendono a prezzi bassi, ma se invece gli mettiamo in piedi una cooperativa agricola per l’uso dei mezzi agricoli e gli facciamo imparare a produrre e commercializzare i formaggi prodotti, superiamo il terremota gli diamo una svolta”. Detto fatto, mette in piedi anche una attività formativa, alcuni agricoltori di Sant’Angelo vengono ospitati per un periodo e formativo presso aziende agricole del sud Milano per poi ritornare a mettere in piedi le attività di trasformazione.
Don Fedele non si può farlo santo perché poi si è innamorato, si è sposato, ha avuto un figlio che ha battezzato con il mio nella notte di Pasqua del 1989 a Fontanelle da Turoldo.
Aggiungo la foto della nostra squadra, tre belluschesi, un ragazzo di Vimercate e i due ragazzi che gestivano la continuità del cantiere.