lunedì 18 marzo 2024

 


Barbara Kingsolver 2

“L’ALBERO VELENOSO DELLA FEDE”

Il libro è stato pubblicato negli Stati Uniti nel 1998 ma in Italia nel 2013. La storia è quella di una famiglia che guidata dal fanatismo religioso del padre Nathan Price, un missionario battista, si sposta dal sud degli Stati Uniti nel Congo Belga per evangelizzare, convertire e battezzare la popolazione locale di un piccolo villaggio nel profondo entroterra. Siamo nel 1960 quando scoppiano le rivolte per l’indipendenza a seguito del ritiro della sovranità del Belgio e l’interesse degli americani e sovietici per il controllo del paese, il passaggio dal colonialismo al neocolonialismo.

La scrittrice ha vissuto effettivamente in Congo nei primi anni Sessanta a seguito dei genitori, il padre era un operatore sanitario nell’allora capitale Léopoldville.

Il fanatismo religioso, anacronistico, del padre trascina in Congo la moglie Orleana e le quattro figlie: la maggiore Rachael, le due gemelle Lea e Adah e la più piccola di cinque anni Ruth May.

I paragrafi del romanzo sono intitolati a ognuna delle protagoniste e raccontano in prima persona, con modalità e il linguaggio che caratterizzano il proprio personaggio, la propria esperienza e visione delle cose. Possiamo attribuire ad ogni protagonista del romanzo quasi un archetipo nel rapporto del mondo occidentale con la questione Africa. Così la madre presenta le figlie all’inizio del romanzo “Le figlie le marciano dietro, quattro ragazze strizzate in corpi tesi come archi, ciascuna pronta a scoccare un cuore di donna in direzioni diverse, verso la gloria o la dannazione”

Rachael, un po’ superficiale e edonista, la più oppositiva al progetto del padre, rimpiange una normale vita da ragazza americana “alla moda”. Dopo la tragedia che smembrerà la famiglia e varie peripezie matrimoniali, rimane in Africa senza mai integrarsi, ma ritagliandosi un proprio business, apre un albergo per soli bianchi nel Congo Brazzaville.

L’Africa si può anche non capirla ma ci si possono fare degli affari.

Lea rappresenta l’idealista che crede di salvare il mondo e quando le cose vanno nel verso sbagliato non può che sentirsi in colpa. All’inizio è la più fervente collaboratrice del padre, lo difenderà sia all’interno della famiglia che nei confronti del capo villaggio, il quale vede come minaccia verso le tradizioni e la religiosità panteistica l’opera di Nathan. Una prima incrinatura rispetto alle proprie certezze l’ha a a seguito della visita del pastore Fowles che gestiva precedentemente la missione. Il pastore ha abbandonato la missione ha sposato una donna congolese, ricerca una forma più sincretica tra cristianesimo e panteismo locale e concentrandosi sul fare, nella dimensione della carità. Lea comincia a collaborare col maestro del villaggio Anatole, a sua volta formato nell’ambito missionario. Anatole si occupa di Lea quando si ammala durante l’abbandono del villaggio, i due si innamorano e abbracciano la causa del Presidente Lumunba, primo eletto dopo l’indipendenza, figura non gradita dalle potenze occidentali che lo rovesciano con una guerra interna di secessione della regione del Katanga e appoggiano il dittatore Mobuto. Lumumba verrà accusato a sua volta di essere appoggiato dai sovietici. A seguito dell’omicidio di bianchi, ad opera delle milizie indipendentiste , animate da un feroce spirito di vendetta rispetto a quanto subito nella dominazione belga, Interviene l’ONU che si schiera a sostegno di Mobuto il quale rimase al potere fino al 1997. (il libro contiene una documenta bibliografia anche su questi fatti storici e sul coinvolgimento della CIA).

Anatole subisce più volte il carcere per le sue posizioni politiche, alla fine la coppia si prodigherà nella costituzione di cooperative agricole nel sud del paese fino a spostarsi in Angola dove l’esperimento simile di indipendenza ad opera di Agostino Neto, portò poi il paese nell’orbita dell’influenza sovietica e cubana.

Lea rappresenta un po’ il sostegno occidentale idealista alle lotte di liberazione e di indipendenza dell’Africa sia dal colonialismo che dal neocolonialismo.

Adah, la sorella gemella di Lea ha subito una emiparesi durante il parto e mantiene un difetto fisico ma è dotata di una grande intelligenza che gli permette di imparare velocemente sia le lingue che tutto ciò che legge, scegli poi un mutismo nei confronti di tutti, sentendosi in debito nei confronti di Dio, del mondo, della sua famiglia e di sua sorella che gli ha rubato parte della normalità. Non parlando Adah scrive diversi quaderni con riflessioni scientifiche, razionale ma anche calembour linguistici. E’ dotata di straordinaria capacità di calcolo mentale. La lentezza e l’isolamento sociale gli permettono di indagare sugli aspetti naturalistici, ma anche linguistici del villaggio con un atteggiamento antropologico. Insieme alla madre abbandona il Congo per tornare in Georgia, si laurea in medina ma abbandona anche questa professione trovando incongruo il giuramento di Ippocrate di accanimento contro la morte che invece considera un fatto naturale. L’atteggiamento malthusiano la porta ad occuparsi dello studio dei virus.

Adah rappresenta l’approccio scientifico razionale alla questione africana.

Ruth May arriva in Africa all’età di 5 anni, il suo è un approccio ingenuo e infantile al contesto, questo gli permette comunque di indagare, curiosare e conoscere quello che gli sta attorno. E’ la prima a trovare una forma di dialogo se non di integrazione con gli altri bambini del villaggio a cui insegna i propri giochi. Si sottrare alla assunzione sistematica del chinino e si ammala. Non riesce comunque ad uscirne viva da questa esperienza e muore per il morso di un serpente dall’aspetto fantastico. La sua morte è la tragedia che fa esplodere le contraddizioni interne alla famiglia, dalla scelta di andare in Africa alla sottomissione del fanatismo religioso del padre.

Rut rappresenta in qualche modo l’approccio occidentale semplicistico alle questioni africane, approccio destinato a soccombere.

La madre Orleana che apre le riflessioni in alcuni capitolo, a seguito della tragedia della perdita di Ruth May, prende la decisione di abbandonare il marito, la fede e il Congo cercando di portare in salvo le sue figlie, torna negli Stati Uniti con la figlia al momento più debole e con forti sensi di colpa a partire dal non essere stata pienamente se stessa fin dal matrimonio, di non essersi opposta al fanatismo religioso del marito, di non essersi opposta al progetto della missione in Congo e di non aver difeso le figlie.

Orleana può rappresentare la riflessione intellettuale e politica dell’occidente a posteriore e con forti sensi di colpa per non riuscire a capire e ad agire concretamente ed efficacemente sulle questioni grandi e complesse che agitano l’Africa.

Un libro che mi è piaciuto molto, coinvolgente con una scrittura molto fluida che fornisce materia di riflessione sull’Africa, sulla colonizzazione culturale, sul fanatismo religioso che può sembrare macchiettistico e anacronistico riferito ai missionari battisti ma che incombe ancora.

martedì 5 marzo 2024

 

Barbara Kingsolver 1

“DEMON COPPERHEAD”

 


Come ogni tanto capita, mi sono imbattuto in una scrittrice molto interessante: Barbara Kingsolver, salvo poi scoprire che è data come tra le più importanti scrittrici americane viventi. Nel 2023 ha vinto il premio Pulitzer per la narrativa col primo romanzo che ho letto “Demon Copperhead” uscito negli Stati Uniti nel 2022.

Il romanzo è proprio una riscrittura di quello di Dickens “David Copperfield”, il protagonista è un ragazzo orfano prima di padre e poi anche di madre, sono ripresi diversi dei personaggi e alcune caratterizzazioni del romanzo originale. Il contesto però è molto diverso, Demon è un “millenium” e vive nella provincia americana del Tennessee in un contesto di depressione economica per dell’abbandono delle miniere di carbone e attività agricole di sussistenza. È interessante il confronto fra i due testi.

Manca quindi lo spirito positivista dello sviluppo industriale londinese, certo, con tutte le sue deficienze, ma in grado di far immaginare una ascesa sociale. Per Demon le speranze sono più ristrette e l’abisso fisico e morale ancora più profondo. Se per David l’inizio del riscatto può essere un lavoro impiegatizio, per Demon si tratta di sperimentare il fallimento dell’organizzazione degli affidi e l’aspirazione di ascesa sociale potrebbe essere la squadra di rugby della scuola. La fuga dalle depressioni giovanili possono essere gli stupefacenti diffusi, ma la piaga sociale diventa la dipendenza da psicofarmaci abbondantemente somministrati e sponsorizzati dalle case farmaceutiche. Il riscatto potrà arrivare, stavolta non dalla scrittura ma dal fumetto.

L’inizio del capitolo 23 è dedicato alla opinione del protagonista sulla sua esperienza scolastica vissuta fino a quel momento:

“Per la cronaca, io non ho sempre odiato la scuola. Anzi un tempo le dedicavo anche un certo sforzo. Uno dei più bravi a leggere, almeno fra i maschi. Forse credevo di rendere mamma orgogliosa. O forse volevo solo dimostrarle che non avrei mollato come aveva fatto lei. In ogni caso non aveva più importanza. Adesso guardavo gli altri ragazzi che alzavano la mano, davano le risposte giuste, e buon per loro. Oggetto delle risposte la battaglia di Appomattox, il ciclo vitale di una pianta, ma chissenefrega? Se tutto quello che ti interessa sapere è dov’è la porta per uscire di qui e che ovunque tu vada continuerai ad avere fame.

Gli insegnanti, il preside e Miss Barks mi facevano tutti la stessa predica perché non mi impegnavo abbastanza e non sfruttavo a pieno il mio potenziale. Io non mi ci metto nemmeno a discutere, con loro. Arrivi al punto che non te ne importa un accidente se la gente ti considera uno sfigato. Forse perché a quella conclusione ci eri già arrivato per primo. Avrei voluto dirgli: Ce l’avete davanti il mio potenziale, è quello che state guardando. Come cazzo volete chiamarlo? Ma credete davvero che l’abbia deciso io, di ritrovarmi a vivere dentro uno così?

Impegnarmi a fondo? Ve lo dico io com’è: cercate di arrivare in fondo a ogni giornata evitando di fami guardare male, di prendermi una parte di merda da un insegnante, di farmi ridere dietro dalle ragazze, o essere preso a cazzotti da qualche stronzo. Se per caso vi è mai capitato lo sapete già. Se invece provate a immaginarlo, non ci arriverete neppure vicino. Tutta quella gente doveva proprio continuare a chiedermi perché volevo mollare la scuola? Che potevo fare, se non guardare il muro e non dire niente, o al massimo mi dispiace? Stavo imparando ad apprezzare quell’orrido sapore di bruciato delle parole che mi sarebbe toccato mandare giù chissà quante volte. Mi dispiace.”

Quanti ragazzi incontrati in questo stato d’animo.

Subito dopo però, il confronto con l’esperienza di un precario lavoro estivo gli permette di riconsiderare la scuola come sistema:

“Quello di cui non ti rendi conto a scuola, è che tutti sono in cammino verso qualcosa. Anche se sei uno di quelli già fregati in partenza, partecipi lo stesso. Okay, ragazzi, arriviamo alla fine di questa lezione, di questo quadrimestre, di quest’anno. A maggio faremo i test di valutazione, forse la nostra disgraziatissima scuola otterrà un punteggio migliore, così gli insegnanti conserveranno il loro posto e passeremo tutti alla classe successiva. E comunque qualsiasi ragazzo pensa solo a crescere e perciò ecco fatto, progresso automatico.”

Tra i nuovi personaggi introdotti c’è una coppia di insegnanti, coppia mista, Mr Armstrong nero, consulente per l’orientamento e Ms Annie, bianca, insegnante di arte. Demon li incontra nella nuova scuola, l’occasione della nuova ripartenza, in un nuovo affido. I due insegnati sono un po’ l’emblema della pedagogia progressista, quegli insegnanti insomma che si prefiggono sempre di salvare il modo, saranno loro a valorizzare le capacità fumettistiche del protagonista.

Un bellissimo romanzo di formazione contemporaneo, scritto in modo efficace per una lettura veramente coinvolgente.

martedì 21 febbraio 2023

 

L’abolizione dei “bonus edilizi” una discussione parziale

La cialtronaggine con cui sono stati aboliti i bonus edilizi è dovuta soprattutto ai tempi con cui la decisione è stata assunta e per l’assenza di una qualsiasi altra soluzione. Si parla dei bonus legati al risparmio energetico e al miglioramento sismico degli edifici privati.

Per gli enti pubblici negli scorsi anni sono state investite risorse pubbliche tramite strumenti quali i “certificati bianchi” e il “conto termico”, con l’utilizzo anche delle ESCO (Energy Service COmpany), e chi sa se gli stessi strumenti possano essere ripensati anche per il settore privato.

Gli interventi sul risparmio energetico del patrimonio edilizio privato sono necessari proprio nell’ottica della riconversione energetica, per cui è miope riferire il solo costo sulle finanze pubbliche di questi interventi senza farne un bilancio ambientale in termini di riduzione della CO2 in atmosfera e sulla questione dei cambiamenti climatici. A quanto ammonta e ammonterà il costo dei soccorsi e del ripristino dei danni alle infrastrutture e al patrimonio edilizia a seguito dei danni dagli eventi meteorici anomali?

Gli interventi sul risparmio energetico del patrimonio edilizio non possono essere sostenuti direttamente dai privati cittadini per l’entità delle risorse richieste e perché per il singolo cittadino l’intervento può essere non conveniente o con tempi di rientro troppo lunghi. Bisogna tenere presente che il vantaggio economico di questi interventi è determinato anche dall’andamento del costo delle fonti energetiche. Il bene da perseguire è principalmente collettivo anche in riferimento alla scala degli interventi, quello del risparmio energetico, riferito alla prestazione energetica dei singoli edifici (nell’ottica che il miglior risparmio energetico è dato dall’energia non consumata) ha una economia di scala più o meno individuale; mentre l’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili ha una economia di scala anche collettiva. I due interventi hanno una forte complementarità, se ho bisogno di meno energia posso usare sistemi di produzione anche meno potenti.

Anche gli interventi sul miglioramento antisismico degli edifici privati presentano problematiche simili, al di là dei costi umani per il numero delle vittime i costi in termini di stanziamenti pubblici dei terremoti in Italia dal 1968 al 2012 è stato di 121 milioni di euro (attualizzati al 2014) https://www.cni.it/images/News/2016/I_costi_dei_terremoti_in_Italia.pdf

Anche in questo caso i costi sono difficilmente sostenibili dalle singole famiglie, si aggiunga inoltre la difficoltà di addivenire alle decisioni a livello condominiale e ancora più complesse nell’ambito dei centri storici (maggiormente a rischio) dove le proprietà private a volte non vanno da “terra a cielo” e comunque implicano interventi su muri confinanti ed altre varie complessità.

Come al solito dopo ogni terremoto sentiremo la solita tiritera della necessità di interventi di prevenzione, Il territorio italiano (al netto del mistero Sardegna) è quasi totalmente con pericolo sismico da 3 a 1.

Un elemento di criticità dei bonus attivi fino all’altro giorno è stato l’innalzamento dei costi degli interventi (al di là delle truffe che …) ma stiamo parlando di un mercato regolamentato, non certo di un mercato libero per cui qualche intervento da questo punto di vista si sarebbe potuto fare. L’atro intervento poteva essere quello di un intervento di tipo strutturale e non contingente, con tempi molto più lunghi di possibilità di utilizzo dello strumento.

Infine, la questione delle imprese edili. Dobbiamo scontare il fatto che il settore dell’edilizia si è poco industrializzato in termini di dimensioni aziendali con tutte le conseguenze del caso, siamo in presenza di un settore con un know aut di tipo artigianale. È almeno dal secondo dopoguerra che una delle poche politiche economiche pubbliche puntano sull’edilizia, a partire dal “piano Fanfani” che aveva come titolo “Provvedimenti per incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori” e che vedono nella crescita del settore edilizio il motore in grado di trainare anche gli altri comparti economici. Interventi che hanno avuto anche una ricaduta sulle trasformazioni sociali e occupazionali, l’edilizia è stato per molti il passaggio intermedio da immigrato contadino a operaio e ancora adesso lo si riscontra con l’immigrazione extracomunitaria. Nel caso citato, poi con il piano casa degli anni ’70 (dopo di che il vuoto) gli interventi pubblici miravano all’incremento del patrimonio di edilizia sociale, il tema ora è invece quello del recupero del patrimonio edilizio esistente per evitare di continuare a buttare solti del riscaldamento in un contenitore inefficiente e quantità di CO2 in atmosfera, per avere case più sicure in presenza di uno scuotimento sismico almeno per la tutela della vita.

martedì 13 settembre 2022

 

Ricordi belluschesi 16

“ul furmenton”

 

E’ tempo per “bat ul furmenton” ma la siccità di quest’anno presenta campi di mais in uno stato veramente pietoso. Già qualche tempo fa Roberto Invernizzi ci diceva “Con slancio poetico avrei voluto raccontarvi della bellezza della campagna belluschese con il trionfo del furmenton”, mi sono sentito sollecitato e allora vorrei parlarne io.

Il nome è mais (Zea mays), siccome proveniva da un altro modo e fu accoppiato all’altro cereale: il grano, lui fu chiamato “granoturco” in alcuni dialetti “melgot”. Fu importato in Europa al ritorno del primo viaggio di Colombo nel 1493 come altri prodotti come il pomodoro e la patata. Col fascino di una pianta esotica all’inizio fu coltivata nei giardini come pianta ornamentale, stava nei giardini della Villa Farnesina dei banchieri Chigi a Roma ed è affrescata nei festoni della loggia di Amore e Psiche della stessa Villa ad opera di Giovanni da Udine sotto la supervisione di Raffaello nel 1517. Altra curiosità: in occasione della visita di Papa Leone X a Firenze nel 1515 Giovanni Della Robbia produce una terracotta (ora al Baltimore Walters Museum) intitolata “Adamo ed Eva” in cui il ruolo della foglia di fico è sostituito dalla pianta del mais.

La diffusione nella nostra zona coltivata in modo intensivo è fatta risalire al primo ventennio del 1600. La coltivazione andò a sostituire altri cereali di minore produttività come l’avena, la segale, il farro e il miglio. La coltivazione del mais nella pianura asciutta a nord di Milano ha generato diversi problemi. Complice una diversa gestione dei contratti agrari che passano dalla mezzadria all’affitto a grano, nella zona si imporrà una rotazione agronomicamente sbagliata tutta cerealicola: grano – mais con impoverimento dei terreni. L’assenza di significativi allevamenti di bestiame (relegati a livello famigliare) non rendeva necessaria la produzione del foraggio. Per il foraggio dei pochi animali allevati si introduce una ulteriore pratica sconsigliata dagli agronomi: il taglio della efflorescenza superiore della pianta (pratica denominata “sciumà”).

Dal punto di vista alimentare la polenta di farina di mais diventa il piatto a volte unico dell’alimentazione contadina causando la diffusione della pellagra. Le popolazioni messicane utilizzavano la farina del mais dopo un particolare trattamento dei grani (ancora oggi si fa lo stesso trattamento nella cultura ispanica per la farina con cui si fanno le tortillas) che non generano gli effetti dannosi della pellagra.

Il termine “bat ul furmenton” è stato probabilmente traslato dalla modalità di separazione dei chicchi di frumento che poteva avvenire per battitura, non così era invece per il mais.

La raccolta avveniva a mano staccando la singola pannocchia dalla pianta, dopodiché, in cascina, si procedeva a togliere le foglie (scartos) che potevano essere usate per fare i materassi, e si sgranava la pannocchia con una apposita macchina azionata a mano, si raccoglievano i grani mentre il totolo (mulen) veniva anch’esso accantonato e utilizzato come combustibile invernale. La pianta veniva tagliata e utilizzata come foraggio, oppure bruciata nei campi e poi arata nel terreno. I grani di mais venivano fatti asciugare sull’aia e poi insaccati e macinati per ottenere la farina. La pannocchia ha una efflorescenza filamentosa detta “barba del furmenton” che veniva fumata di nascosto come prima trasgressione adolescenziale dell’epoca.

Una prima meccanizzazione ha riguardato la sgranatura con una apposita macchina azionata da un motore a scoppio oppure collegato attraverso un albero cardanico a quello del trattore che la portava sull’aia o nella cascina. Nella macchina venivano inserite, tramite un nastro trasportatore nell’alto della macchina, le pannocchie intere e raccolte comunque a mano, la macchina divideva i scarts, i mulen e i grani del mais insaccandolo. La macchina azionata tramite cinghie di trasmissioni non coperte da carter causava a volte incidenti non da poco.

Il mais doveva comunque essere fatto asciugare stendendolo per alcuni giorni al mattino sull’aia e raccolto prima di sera quando tramontava il sole, un gioco dei bambini era quello di entrare nella distesa dei grani con i piedi scalzi e disegnare dei solchi paralleli per accelerare l’asciugatura. Una parte del raccolto era tenuto per esigenze alimentari della famiglia e il resto veniva venduto, anche tramite il ruolo dei consorzi agrari.

Un secondo momento della meccanizzazione è avvenuto con delle grandi trebbiatrici che tagliavano la pianta a circa 10 – 20 cm dal terreno (lasciando sul terreno degli spuntoni che sono un attentato ai polpacci) ed era in grado di dividere i grani dal resto della pianta. Ora invece le nuove trebbiatrice tritano tutto insieme

Le varietà del mais sono tantissime, se ne avuta conoscenza durante l’ultima expo di Milano a cui era dedicato un padiglione tematico con le diverse varietà anche estremamente curiose come quelle di colore nero o viola.

Nel secondo dopoguerra è stata introdotta una nuova varietà ibrida che è quella più diffusa e che è ormai la sola coltivata nella nostra zona, più produttiva e adatta ormai soprattutto per la produzione di mangimi animali utilizzando la pianta intera come “trinciato”.


Giovanni Della Robbia "Adamo ed Eva" 1515


mercoledì 25 maggio 2022

 Ricordi belluschesi 15 bis

Le battaglie ecologiste

Se vogliamo stare dentro il discorso di “Ricordi Belluschesi” abbiamo avuto a Bellusco anche la sede di un circolo di Legambiente, è durato due o tre anni dall’1986 all’89 circa poi ognuno dei componenti è stato preso da altri impegni e l’iniziativa si è spenta.

Sono stati anni importanti, con la prima battaglia contro i sacchetti di plastica per la spesa, il referendum sul nucleare e la prime elaborazione della proposta per il “parco Rio Vallone”. 

https://1drv.ms/b/s!AsPvGMHqjI34rUi7VSkI56331NeO?e=1WXc0I 


Tra le iniziative fatte anche un “corso base di ecologia” con la partecipazione di soggetti molto importanti dell’ecologismo nazionale: Laura Conti: direi “la mamma dell’ecologismo italiano”, impegnata come medico sulla vicenda dell’ICMESA di Seveso è tra i fondatori di Legambiente, come Ercole Ferrario a cui ora è intitolato il “Parco Nord Milano”, Giorgio Shultz passato poi al Partito Umanista e al pacifismo e Alfredo Viganò urbanista calato nella gestione concreta e quotidiana delle proposte ecologiste.

Proprio a partire dalle riflessioni di Laura Conti si è capito che la questione ecologica è un oggetto delicato da maneggiare.

“L’ecologia è l’unica scienza che oltre agli scienziati ha un folto stuolo di paladini […] Quest’ultima in Italia, infatti, conta su pochi professionisti, ma su decine di migliaia di paladini” Si capisce che il rischio di cadere nel populismo non è irrilevante. Ma se si sono ottenuti bene o male dei risultati in questo campo è stato fatto per mezzo della mobilitazione dei cittadini.

Dentro questa esperienza ho portato a casa un paio di concetti forti.

Lo slogan” pensare globalmente, agire localmente”, anche i ragionamenti e le proposte generali possono avere dei risvolti locali, alla portata e all’impegno di ognuno. Così come un problema locale può essere capito meglio in un ragionamento più ampio.

L’altra questione si riferisce al fatto che l’ecologia è una scienza, come si dice “olistica” o “di sistema”, un concetto che è diventato poi di moda e abusato, forse superato in questi anni da quello di “resilienza”. Per capire questa cosa ci è venuto in aiuto in quegli anni un racconto di Italo Calvino contenuto nel libro “Le città invisibili” del 1972:

“Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra. «Ma qual è la pietra che sostiene il ponte?» chiede Kublai Khan. «Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra – risponde Marco –, ma dalla linea dell’arco che esse formano». Kublai Khan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: «Perché mi parli delle pietre? È solo l’arco che m’importa». Polo risponde: «Senza pietre non c’è arco».

L’ecologia è così, se ti fermi troppo a ragionare sul singolo elemento non riesci a capire che quell’elemento lì ha diverse e complicate relazioni con altri e che una serie di elementi compongono un insieme che sta in piedi. In più l’ecosistema a differenza dell’”arco di Marco Polo” è un sistema dinamico evolutivo sia nella componente naturale che nella presenza umana. Un ragionamento possibile è quello di trasformare tutto in quantificazione energetica, ma è una delle semplificazioni possibili. Nella realizzazione dei prodotti un conto sensato, ma non ancora puntualmente applicato, partirebbe da quanta energia occorre per procurarsi le materie prime, quanta se ne consuma per la produzione, quanta per l’uso, per le manutenzioni e per lo smaltimento finale e nel ragionamento andrebbe considerata la durata di questo ciclo. Ma passando dai prodotti alle azioni non ci si può fermare alla somma dei prodotti coinvolti, ci sono importanti ricadute sociali.

Abbiamo anche a disposizione strumenti e normative che hanno indirizzato il problema come la Valutazione d’Impatto Ambientale o la Valutazione Ambientale Strategica, ma anche se non applicate in modo meramente burocratico, sembrano ancora insufficienti, però almeno ci fornisco dati e ipotesi di effetti sull’ambiente.

Ragionamenti complessi che spesso non danno risposte semplici e che è difficile gestire con la mobilitazione dal basso. Per fare un esempio: qualcuno può sostenere sinceramente di avere in tasca la soluzione definitiva per Taranto?

Per uscire da una posizione che potrebbe sembrare relativista e di arresa, bisogna saper coinvolgere il decisore cioè la politica e quindi ancora i paladini sapendo che le soluzioni non sono facili.

Torniamo alla nostra Pedemontana.

Abbiamo già detto che è impostata male e sbagliata, ma intanto un pezzo è già fatto e a questo punto dove la facciamo finire? Li dove è arrivata adesso senza avventurarsi sul bosco della diossina? Oppure la facciamo arrivare ad occupare, in modo altrettanto complicato ad occupare la sede dell’attuale Milano Meda? Ragionando sulla tratta D la proposta della D breve fa meno danni dell’ipotesi della D lunga, meno territorio niente nuovo ponte autostradale sull’Adda. La D breve è un doppione del prolungamento della tangenziale est a un paio di chilometri in linea d’aria in parallelo, la prima sarebbe comunque a pagamento la seconda no. La proposta va ad aggravare la situazione del comune di Agrate, già pesantemente interessato da tratti e svincoli autostradali, inoltre gli assi autostradali diventano essi stessi nuovi attrattori di nuovi insediamenti produttivi e commerciali, certo questa situazione è di pertinenza (non totalmente) dei comuni ma si sa poi le amministrazioni cambiano. Una ipotesi sarebbe quella di fare concludere la tratta C all’intersezione del prolungamento della tangenziale est a nord di Vimercate, con ancora due problemi, un aumento del traffico su questo tratto e la mancata connessione ad Agrate tra tangenziale Est e autostrada A4.

E se si rinunciasse anche alla tratta C, rimarrebbe lì un residuato un po’ inutile. meglio inutile che dannoso?

Dopo di che rimane il macigno dell’eccessivo trasporto su gomma delle merci e della condizione del tratto urbano della A4, se si vuole seriamente trasferire le merci sul ferro occorrono comunque nuove infrastrutture compresi gli interscambi ferro-gomma, ma non basterebbe, bisogna rendere più economico ed efficiente il trasporto merci su ferro affrontando la situazione che si verrebbe a creare con gli autotrasportatori, siamo in grado di “costruire l’arco”?

domenica 22 maggio 2022

 Ricordi belluschesi 15

Pedemontana una storia vecchia di cinquant’anni

La prima idea di una nuova infrastruttura autostradale in senso orizzontale nel territorio lombardo risale al “progetto 80” un documento di programmazione politico sociale elaborato con l’arrivo al governo in Italia del centrosinistra, il documento è stato pubblicato nel 1969. Un progetto a cui lavorarono importanti esponenti della cultura socialista come Giolitti e Ruffolo ma che era vista con sospetto dalla componente centrista e conservatrice perché suscitava allusioni ai piani quinquennali sovietici. Questo documento si proponeva una serie di obiettivi per l’Italia da raggiungere negli anni ’80 (una sorta di PNRR dell’epoca).

Uno degli obiettivi in campo urbanistico era quella di spezzare la crescita “a macchia d’olio” dell’area urbana milanese che continuava a crescere a dismisura (fenomeno che viene chiamato di conurbazione) fino ad andare ad occupare tutta l’area cosiddetta “metropolitana” cioè l’insieme del territorio che ha forti relazioni sociali ed economiche. C’erano in quegli anni esperienze europee a cui la classe politica e intellettuale italiana guardava con interesse, soprattutto l’idea delle “New Town” londinesi o la crescita di Copenaghen che inglobava e manteneva ampi spazi agricoli. La storia urbanistica lombarda metteva già sul piatto questa idea di una metropoli policentrica, fatta cioè di centri urbani, sociali e produttivi abbastanza forti ed autonomi per poter interagire con un ruolo paritario col centro di tutto il motore, il modello poteva essere quello di Milano con i centri che definiscono la dimensione metropolitana lombarda: le città di Varese, Como, Lecco, Bergamo e Brescia. Storicamente lo sviluppo produttivo di quest’area era già avvenuto lungo i fiumi (energia idraulica, non avevamo il carbone) Olona, Seveso. Lambro, che, come del resto tutte le infrastrutture, facevano perno su Milano, in parte anche l’Adda attraverso i canali. Sempre attraverso i canali si può considerare anche nell’area metropolitana lombarda anche un pezzo di Piemonte come il novarese; quindi, prendendola un po’ alla lunga nel “progetto ’80” si pensa di infrastrutturare con un nuovo collegamento autostradale dalla Malpensa a Bergamo (Orio non era ancora una realtà che conosciamo oggi) favorendo interazioni interne senza passare da Milano e con l’obiettivo di frenare la crescita delle periferie milanesi. Questa idea della “città policentrica” ha stimolato anche interventi privati, ahimè fallimentari come l’idea di “Zingonia”, oppure interventi pubblici che hanno prodotto però risultati diversi per cui erano stati pensati come il prolungamento della linea verde della metropolitana a Gorgonzola che avrebbe dovuto ospitare il trasferimento del Politecnico di Milano, la linea poi avrebbe dovuto proseguire fino all’Adda tra Vaprio e Cassano dove sarebbe sorta una nuova città (fortunatamente mai realizzata). Il fatto è che le città nel territorio esistono già e secondo il piano andavano potenziate nei collegamenti infrastrutturali che per quegli anni erano collegamenti su gomma.

Alla fine degli anni ’60 nasce l’idea di una “Autostrada pedemontana” perché doveva collocarsi ai piedi delle colline lombarde collegando Varese, Como, Lecco e Bergamo, andando a sostituire la “strada briantea” esistente e ritenuta sottodimensionata.

La proposta ritorna nel Piano viabilità e trasporti della Regione Lombardia nel 1985 con un primo abbassamento nell’attraversamento dell’Adda che veniva fatto coincidere con il nuovo ponte di Paderno il cui concorso di idee si era appena concluso. La Regione a presidenza Guzzetti introduce anche una importante ipotesi di riordino ferroviario, ipotizzando una “Quadra delle merci”, un ampio quadrilatero di linee ferroviarie a servizio della metropoli per spostare una quota del trasporto merci dalla strada alle rotaie.  Il progetto Pedemontana va avanti come sappiamo quello ferroviario di competenza FS non troverà i finanziamenti neanche per il progetto preliminare.

Il progetto pedemontana non troverà investitori convinti o meglio gli investitori propongono un drastico abbassamento del tracciato a ridosso della conurbazione nella ipotesi di intercettare l’elevato aumento di traffico sul tratto urbano della A4 dalla barriera di Monza a Viale Certosa, probabilmente il tratto più intasato della rete autostradale italiana, traffico largamente generato dal trasporto merci.

Un passaggio cruciale è la “Legge obiettivo del 2001” con cui si intendono accelerare la realizzazione delle opere pubbliche, nell’elenco viene inserito la Pedemontana lombarda, in forza di questa legge non sono più richiesti i pareri degli enti locali.

La realizzazione viene data in concessione alla Società Autostrada Pedemontana S.p.A la concessione prevede il collegamento tra le autostrade di Varese, Como, e Bergamo. Il progetto preliminare viene approvato dall’organi di controllo governativo e prevede la realizzazione delle tangenziali di Varese e di Como, un tracciato basso che raggiunge Bergamo collegandosi alla A4 all’altezza di Brembate, il tratto da Vimercate a Brembate è individuato come Tratta D. Il progetto definitivo arriva agli enti locali nel 2009 con ormai poche possibilità di intervento. Riporto uno stralcio della delibera della Giunta Comunale di Bellusco del 16 luglio 2009.

Ad unanimità di voti resi nelle forme di legge

DELIBERA

1.    Di presentare, ai sensi dell’art. 166 del D.Lgs. 163/2006, le seguenti osservazioni al progetto definitivo del “Collegamento autostradale Dalmine Como Varese Valico del Gaggiolo ed opere ad esso connesse – Tratta D (Vimercate – Osio Sotto)” denominato “Pedemontana”, che si strutturano secondo tre problematiche:

  1. osservazione di carattere generale;
  2. osservazioni sugli aspetti giuridici e procedurali
  3. osservazioni in merito al rispetto delle prescrizioni del CIPE

a) OSSERVAZIONE DI CARATTERE GENERALE

Il Comune di Bellusco ribadisce la sua contrarietà alla realizzazione della tratta D “Collegamento autostradale Dalmine Como Varese Valico del Gaggiolo” denominato “Pedemontana”. Come già espressa con delibere del Consiglio Comunale n. 18 del 14.03.01, n. 53 del 14.09.01, n. 45 del 29.06.02, n. 46 del 26.07.02, n. 13 del 12.03.04, n. 42 del 10.07.08 e della Giunta Comunale n. 68 del 12.05.09 e in sede di Conferenza di Servizio.

La contrarietà si base sulle seguenti considerazioni.

L’autostrada “Pedemontana” conserva solo nel nome la finalità per cui è stata ipotizzata negli anni precedenti, il continuo abbassamento verso sud del tracciato ne hanno profondamente mutato il ruolo e la funzione.

Se la funzione della Pedemontana era quello di infrastrutturare adeguatamente il sistema metropolitano lombardo di tipo policentrico, collegando in modo efficace le città di Varese, Como, Lecco e Bergamo, il progetto definitivo è completamente diverso, sono rimasti frammenti del progetto originario nelle tangenziali di Varese e Como, completamente scollegate col resto dell’asse autostradale proposto.

Altro frammento della storia dell’infrastruttura che è rimasto nel nome e si è perso nel progetto è il termine dell’autostrada a Dalmine con relativo innesto alla A4, il progetto infatti prevede tale raccordo, immediatamente al di là dell’Adda all’altezza di Brembate.

Così modificato il progetto assume una nuova e diversa connotazione, l’asse autostradale proposto si configura come un elemento a servizio della conurbazione milanese costituendo in realtà una nuova “Tangenziale Nord Esterna”.

Tenendo conto che la tratta D non migliora le condizioni del traffico del territorio interessato ma contribuisce senz’altro a peggiorarle, come dimostrato in appositi studi effettuati negli scorsi anni e in possesso della Regione Lombardia; e che probabilmente la tratta D risulta finanziariamente problematica rispetto ai flussi di traffico intercettabili, tanto da prevedere degli “interventi di carattere insediativi e territoriale, definiti e attuati nell’ambito dell’accordo di programma di cui all’art. 9, al servizio degli utenti delle infrastrutture medesime ovvero a servizio delle funzioni e delle attività del territorio, i cui margini operativi di gestione possono contribuire all’abbattimento del costo dell’esposizione finanziaria dell’iniziativa complessiva, “(comma 3 dell’Art. 10 della L.R. n.15 del 26 maggio 2008), dispositivo che sembra perfettamente calzante con il progetto definitivo di inserire una serie di funzioni complesse su un'area che interessa la parte nord del Comune di Bellusco oggetto di osservazioni successive. […]”

Per chiarire l’ultimo passaggio va detto che tra Ruginello e San Nazzaro era stato inserito un’area di servizio molto grande con anche un albergo. In tutti questi anni il progetto non è mai decollato per mancanza di investimenti private, le tratte realizzate sono state tutte finanziate con soldi pubblici.

E siamo arrivati all’ultima proposta, quella di accorciare la Tratta D innestandosi sulla A4 ad Agrate tanto da rispettare la Concessione che prevede il collegamento da Varese a Bergamo, un po’ tortuoso ma sulla carta c’è. Purtroppo, a volte, la serietà e la dignità spesso non fanno parte dell’agire amministrativo.

Sta di fatto che questa struttura non è più “pedemontana” ma un ulteriore anello della crescita della conurbazione milanese a “macchia d’olio”, proprio il contrario di quello che si auspicava all’origine del ragionamento.


sabato 23 aprile 2022

 

Ricordi belluschesi 14

Bellusco-Andrea-Camaldoli

Abbiamo avuto notizia in questi giorni della scomparsa improvvisa di Andrea Colnaghi monaco camaldolese belluschese, da anni in California in quel di Berkeley. Per i belluschesi è sempre stato semplicemente Andrea, non ci veniva mai chiamarlo Padre Andrea, anche a quelli della mia generazione, non dei primi amici più stretti, ma quella dei “fratelli minori”. Quella di Camaldoli e di Bellusco è stata una storia che ha segnato almeno due generazioni di giovani tra gli anni ’70 e ’90. Andrea da operaio decide di farsi monaco, entra nel convento di Camaldoli accompagnato da Don Paolo Banfi, sono i primi anni post-conciliari, quella della stagione del grande fermento per la chiesa cattolica e anche la scelta di Andrea diventa un evento prezioso per i camaldolesi guidati allora da Padre Benedetto Calati. Benedetto era massimo esperto di storia dei padri della chiesa, di San Gregorio Magno (anche Papa Gregorio era stato monaco benedettino prima di diventare Papa). Benedetto parlava di Gregorio Magno come grande innovatore della chiesa, in un periodo di forte decadenza politica, secondo lui Gregorio Magno ha avuto un ruolo importante per le integrazioni delle culture cosiddette “barbare” in piena crisi e decadenza della società romana. Sarà, ma in questi ultimi anni mi capita spesso di riandare alle analisi di Benedetto Calati sul ruolo di Gregorio Magno e di quanto sarebbe necessario un vero innovatore anche sociale e politico che non può venire cha da un certo distacco dalla politica quotidiana. La fine degli anni ’60 erano animati da una forte speranza di cambiamento in meglio anche in ambito religioso confidando con una certa fiducia dell’azione dello Spirito Santo.

Anni di speranze che non erano certo privi di dissidi e contrasti anche forti. Si può immaginare quanto la necessità e l’urgenza dei cambiamenti nei giovani di allora facesse fatica a convivere con una religiosità molto tradizionalista di paese. I cambiamenti sociali che comunque avanzavano nella società con un numero sempre crescente di giovani studenti, il protagonismo operaio, la nascita di associazioni laiche ricreative, culturali e politiche anche in paese, ponevano nuove domande anche alla religiosità che in prima battuta si richiude a difesa.

Però i germi conciliari fruttificano anche a Bellusco. Don Angelo Pirola, anche lui dalla fabbrica, inizia una nuova esperienza ecclesiastica a Fano sotto la guida di Don Romolo che arriverà poi all’incontro con la grande esperienza di Don Giuseppe Dossetti. Diverse formazioni sacerdotali che non si ritrovano più nell’esperienza del seminario diocesano vedono protagonisti altri giovani belluschesi di allora, Luigi con Angelo a Fano, Alberto con un’esperienza tra gli immigrati italiani all’estero e nelle periferie urbane; Alfredo, anche lui dal mondo del lavoro, alla Torino del Cardinale Pellegrino e di Don Ciotti dove si forma per poi occuparsi dei carcerati. E Andrea a Camaldoli.

A Camaldoli quando dici che sei di Bellusco trovi ancora qualche monaco (Ugo, ad esempio, il bibliotecario) che ti sorride ricordando le incursioni dei giovani belluschesi che ci sono passati più volte per qualche giorno, per occasioni di crescita culturale e personale. Andare a Camaldoli voleva dire poter chiacchierare con Benedetto Calati di cui dicevo prima, con Emanuele Bargellini il priore, con Ugo lo schivo e taciturno bibliotecario che era capace di celebrare una messa in cui la predica consisteva in 10 minuti di silenzio e riflessione personale; Bernardino che era appena tornato da alcuni anni in India a vivere la spiritualità induista; al grande Innocenzo Gargano filologo, anche lui ha vissuto alcuni anni tra i monaci del Monte Athos in Grecia; e ora importante interprete delle scritture; a Robert, il grande amico di Andrea, impegnato in una ricerca ecumenica di incontro tra cattolici e anglicani. Robert, anche lui scomparso da poco, è venuto diverse volte a Bellusco, una volta è venuto a trovarci con Andrea quando ero appena sposato, mi ricordo che un po’ divertito raccontavo i regali di nozze ricevuti come retaggio della tradizione e lui con lo stupore e l’apparente ingenuità che solo gli americani sanno esprimere ci dice che invece questa cosa è bellissima come il segno che tutta una comunità di amici e parenti aiuta a “mettere su casa”, aiuta l’avvio di una nuova famiglia”. E’ stato per seguire Robert che anche Andrea si è traferito In California. Robert era stato richiamato a insegnare all’università di Berkeley dove aveva già fatto esperienze prima di diventare monaco camaldolese. Ora non so se mi spiego ma: Berkeley! Dove è cominciata la protesta contro la guerra in Vietnam, dove è cominciato il ’68!

In questi ultimi anni i belluschesi che si sono avventurati intorno a San Francisco sapevano di avere un appoggio o un concittadino da andare a trovare.

A Camaldoli ti poteva capitare, ad esempio, di parlare un pomeriggio con Innocenzo che raccontava come un gruppo di monaci scapestrati ha forzato la mano ai lavori conciliari per passare dalla liturgia in latino a quella in italiano, oppure sentire mons. Cipriani che spiegava la differenza tra l’attenzione apparente e l’attenzione reale tipica della mistica di tante religioni dove la recita di formule ripetitive ti mette nella condizione di attenzione apparente mentre l’attenzione reale si sposta sulla riflessione personale intorno ad una parola, ad un concetto colto al momento o con Salvatore, l’artista che raccontava delle sue ricerche.

Uno dei ricordi più belli che ho di Camaldoli è stata l’ordinazione sacerdotale di Andrea, ci eravamo andati come al solito con una nutrita compagnia di giovani belluschesi, era inverno e Camaldoli era tutta innevata, la sera si stava a chiacchierare e a discutere nella foresteria del monastero tra liquori, amari e tisane, poi in camera ero con Don Paolo ed un amico, ma la discussione continuava anche in camera a luci spente a un certo punto l’amico in belluschese sbotta “ ma le minga ura de durmé?”.

Tra le occasioni formative più forti che ricordo c’è quella del triduo di riflessioni organizzate in parrocchia in occasione della prima messa di Andrea a Bellusco. Sono state tre serate di riflessioni tenute da Innocenzo Gargano opportunamente preavvisato che avrebbe parlato in un piccolo paesino, con una religiosità molto tradizionalista. Innocenzo ha fatto la prima serata, da filologo, sul tema “tradizione e tradimento” richiamando la radice comune e mettendo in guardia dall’eccessivo attaccamento alla tradizione che può portare anche al tradimento dei principi originali.

Andrea con la sua serenità, il sorriso, l’apertura mentale e anche sapiente ironia è stata la porta per diversi giovani belluschesi portatori di nuove domande in cerca di nuove risposte.

Ordinazione sacerdotale a Camaldoli, abbraccio tra Don Paolo e Andrea, sullo sfondo: Luigi, Emanuele e Innocenzo