lunedì 25 novembre 2019

La Latteria


Ricordi belluschesi 2

La Latteria

Stavo raccogliendo i pensieri per ordinarli in altri ricordi belluschesi, ma stamattina ci ha lasciato “ul Mandel” e allora mi concentro sulla “Latteria”, Personaggi pieni di vita ed esuberanti che può portarseli via solo un infarto. Adesso Enzo ricomincerà le sue interminabili discussioni con l’altro protagonista del bar: il “Ca-Carletu” sul calcio o meglio su Milan e Inter.
La Latteria ha aperto nel 1963 e subito qualche tempo dopo ha cominciato ad essere frequentata dai giovani belluschesi ed è stata il punto di riferimento per la “beat generation” belluschese.
50 metri quadri in totale, due banchi, quello della latteria e quello del bar, tre tavolini, 12 sedie il jukebox (50 lire una canzone 100 lire tre canzoni) e il flipper, quest’ultimo a furie di spinte e colpi d’anca, ma senza mandarlo in tilt, ha lasciato i segni scavando le piastrelle del pavimento. Un retro che in teoria doveva essere la cucina privata ma che in pratica diventava il prolungamento del bar, ogni tanto quando tornavo da scuola mi trovavo a mangiare in un angolo del tavolo mentre sullo stesso tavolo della cucina giocavano a carte. Durante il mio turno di servizio per leggere mi rincantucciavo tra la vetrina e la macchina del caffè.
Non esisteva il divieto di fumo per cui spesso l’aria diventava irrespirabile
Il bar non serviva super alcolici se non per la correzione del caffè, le bevande più diffuse quelle più economiche: la gazzosa, la spuma (in tutte le sue varianti), l’acqua e menta, d’estate grandi quantitativi di ghiaccioli.
All’inizio era frequentato anche da diverse ragazze, con grande scandalo in paese. Ragazzi e ragazze, giovani, insieme nello stesso bar si diceva: “è come mettere la paglia insieme al fuoco”. Poi il machismo l’ha fatta da padrone le ragazze sono scappate. Per evitare gli sguardi insistenti e il “gallismo machista” di quei giovani le ragazze evitavano di passarci davanti, oppure altre ci passavano spesso.
Però stranamente per un periodo il sabato e domenica sera d’estate, quando i giovani andavano nelle sale da ballo arrivavano le famiglie per farsi una coppa di gelato con l’amarena Fabbri.
Se d’inverno lo spazio era davvero “ristretto” non impediva però di organizzare tornei di scopa, di “cutecc” e perfino di scacchi.
D’estate lo spazio si dilatava tutto all’esterno fino ad occupare il marciapiedi al di là di via Bergamo.
I giovani erano studenti e lavoratori ma in generale le disponibilità economiche erano limitate. Erano gli anni del boom economico, le prime automobili, le prime vacanze in riviera romagnola o a Lignano.
Se avete presente i film dei Vanzina sugli anni ’60 qui li ho visti o sentiti raccontati tutti dal vero. La goliardia era sempre nell’aria ma divieto assoluto di bestemmiare se no si sentiva il rimprovero di Giannina.
Il bar all’inizio non aveva il giorno di chiusura ma chiudeva solo mezza giornata a Natale, ma anche nel pomeriggio di Natale si trovavano li fuori e non sapendo dove andare magari si inventavano di andare a prendere un caffè a Venezia.
Oppure quella volta che avevano accompagnato il loro amico in stazione centrale a Milano che partiva per il CAR a Genova e poi si sono guardati in faccia e si dicono “cosa facciamo adesso?” Ed uno: “E se gli facciamo una sorpresa e andiamo in macchina a Genova ad aspettarlo alla stazione?” Detto fatto.
I ricordi sarebbero tantissimi, magari qualche cliente di allora si sbilancia a raccontare quello che si può raccontare, ma come non ricordare la gara a cronometro di ciclismo inventata li per li una domenica pomeriggio, o i tornei di calcio.
Come per tutte le generazioni di giovani erano in conflitto con gli adulti, a bar chiuso continuavano a rimare li fuori o a giocare a calcio sull’incrocio di via Roma via Bergamo e allora dalle finestre intorno arrivavano secchiate d’acqua condite con l’epiteto “andì in lecc barbuni”.
Si lasciava la compagnia appena si “metteva la testa a posto”, qualcuno ha passato li diverse ondate e a un certo punto sono comparsi anche due anziani: “ul Fredu” e “il Cigno” che probabilmente non volevano invecchiare.
Qui sono comparsi i primi capelloni, i pantaloni a zappa d’elefante, le camicie a fiori, il maxi-cappotto, gli eskimo, i jeans sfrangiati, le espadrillas.
Il pezzo forte della latteria era la cioccolata con la panna.
Nel 1977 la Latteria si converte in pasticceria, divieto di fumo e niente carte da gioco. Si interrompe il passaggio generazionale, anche se il pezzo forte della pasticceria: le pizzette il sabato pomeriggio, un certo passaggio si è mantenuto.
La gestione del bar si è conclusa alla fine del 2010 con una grande festa degli ex nel cortile.
Allego il link alla canzone di Davide Van De Sfroos “L’esercito delle dodici sedie” che richiama molto dell’atmosfera del bar

La via Bergamo a Bellusco negli anni '60


Ricordi belluschesi 1

La via Bergamo a Bellusco negli anni '60

Agli inizi degli anni Sessanta la via Bergamo era ancora molto disabitata, partendo dalla via Roma e uscendo dal paese c’erano già sulla sinistra la villa Gatti, quella della farmac
ia, e quella dopo detta dei Cagnola. La villa Carozzi che era già suddivisa in appartamenti, la cascina “bergamina” ora scomparsa, l’officina di “Guido fere” ora trasformata in palestra, il cortile della “furnas” toponimo che richiama una preesistente fornace, la casa dei Brambilla con la carrozzeria e la concessionaria Volkswaghen e poi un nucleo intorno alla cascina Bellana che era l’ultima casa del paese. Sulla destra il condominio d’angolo con la via Suardo è stato terminato nel ’63, prima c’era un giardino e frutteto con una recinzione che non impediva ai ragazzi di scavalcare per “rubare” un po’ di frutta, un paio di fabbricati più o meno di fronte alla farmacia e poi più nulla fino al nucleo di fronte alla “furnas” attiguo alla Lei Tsu un ulteriore edificio vicino e poi più nulla. I condomini che troviamo ora sulla destra sono stati realizzati nella seconda metà degli anni ’60. Non esisteva Corso Alpi.
La via non aveva i marciapiedi ma fossi laterali scolmatori, con paracarri in granito grandi quanto un bambino di 5-6 anni, i ragazzi un po’ più grandi riuscivano ad andarci a cavalcioni. Sul lato nord lungo la recinzione Gatti, fino alla villa Carozzi esisteva un terrapieno piuttosto alto su cui da bambini si giocava e ci si rincorreva. La scarsa luminosità ci permetteva nelle sere di maggio, dopo l’uscita della chiesa per la recita del rosario, di andare a caccia delle lucciole, in alternativa al gioco dei quattro cantoni con le colonne del pronao della chiesa. Il rientro a casa comprendeva la ramanzina perché si era fatto tardi e perché si era tutti sudati.
Al posto della via Pascoli c’era un sentiero immerso in un boschetto di robinie in cui d’estate da ragazzi si costruivano le mitiche capanne, nella zona con ragazzi un po’ più grandi e con notevoli abilità manuali si costruivano capanne complesse e anche sopraelevate. Il nostro terrore era “Batiston” un burbero contadino, imponente come un armadio, cacciatore che girava spesso in bicicletta con il fucile in spalla e il cane al guinzaglio della bicicletta, abitava nella cascina bergamina e se ci scopriva a fare le capanne ci sgridava e minacciava, per cui quando si era nelle capanne era necessario un servizio di guardia che avvisasse “arriva Batiston via tutti”.
Non esisteva neanche la via Papa Giovanni, ma un sentiero che continuava nel boschetto di robinie, esisteva però la via Verdi che si concludeva con la casa del maestro Accordino, dove ora c’è l’autoscuola Dossena, penso che anche questa casa sia stata costruita in quegli anni, il sentiero poi piegava in quella che ora è la via Bellini e poi andava verso Camuzzago. Il maestro Accordino oltre che insegnante nella scuola elementare ha svolto per qualche anno il ruolo di direttore didattico.

martedì 27 agosto 2019

L’Amazzonia e il consumo di carne nel Rapporto Brandt


L’Amazzonia e il consumo di carne nel Rapporto Brandt


Sulla scia della questione degli incendi e deforestazione dell’Amazzonia sono andato a riprendere in mano il “Rapport Brandt”, pubblicato nel 1979 dieci anni prima della caduta del muro di Berlino. La Banca Mondiale cosciente che la questione politica mondiale si sarebbe spostata dallo scontro Est-Ovest a quella degli squilibri Nord-Sud, propose all’ex cancelliere tedesco e presidente dell’Internazionale Socialista Willi Brandt di coordinare una serie di studiosi provenienti da diverse parti del mondo uno lavoro sugli squilibri Nord-Sud e sulle prospettive future. Il rapporto è stato pubblicato in Italia da Mondadori nel 1980. Ne venni a conoscenza penso nello stesso anno in una tavola rotonda organizzata sul tema presso la Pro Civitate Christiana di Assisi in cui, tra l’atro, mi è talmente rimasta impressa una frase di Lidia Menapace che me la ricordo ancora: siccome il disequilibrio è talmente elevato che dovremmo prepararci ad un consistente ed inevitabile spostamento di massa dal Sud verso il Nord del mondo, possiamo affrontare questa situazione o in termini militari, preparandoci a difendere militarmente le nostre condizioni di vita oppure potremmo prepararci a questo nuovo mescolamento di popolazioni e culture preservando e valorizzando il meglio della nostra civiltà per passarlo alla nuova situazione. (Era il 1980!).
Riletto ora parecchie cose sono notevolmente cambiate, c’è stata la globalizzazione, alcuni paesi dell’estremo Est che erano compresi tra quelli del Sud del mondo hanno avuto una crescita economica molto consistente, alcune guerre che si sono fatte e si fanno, indirettamente ci permettono di continuare a mantenere il nostro livello di consumi, forse l’Africa continua a rimanere nella situazione di più forte squilibrio sociale, economico e culturale.
Comunque, sono andato a riprendermelo perché mi ricordavo che anche lì era già stato sollevato il problema della deforestazione per l’allevamento del bestiame. Dentro il rapporto, nel capitolo “fame e cibo”, a pg. 135 della pubblicazione in italiano si legge: “I ricchi del mondo potrebbero contribuire ad aumentare la disponibilità di generi alimentari […] consumando meno carne; infatti, produrre un’unità di proteine carnee comporta l’impiego di otto unità di proteine vegetali, che potrebbero invece venire direttamente consumate. Laddove gli animali che si nutrono di erba non richiedono cereali, il pollame e il bestiame nutriti a cereali ne consumano enormi quantitativi e precisamente da 3 a 9 chilogrammi per ogni chilogrammo di carne di pollo o di bovino edule, sufficienti a sopperire ai bisogni di una vasta percentuale delle popolazioni affamate del mondo mediante prodotti cerealicoli.” (Scritto nel 1979!)
La questione, come quella della emissione di CO2, rischia di assumere i toni di un neocolonialismo: per mantenere il nostro livello di benessere altre popolazioni devono vivere in condizioni di disagio per proteggere le risorse di tutti, perché la Terra è una.
Non si tratta probabilmente di diventare tutti vegetariani ma di stare più attenti, se ci è consentito veramente, alla provenienza dei cibi che compriamo cercando di non compromettere risorse di altre popolazioni. Bisogna inoltre che un riequilibrio delle risorse permetta a tutta la popolazione mondiale di vivere in buone condizioni economiche, sociali culturali e di opportunità senza compromettere le risorse delle future generazioni.

giovedì 15 agosto 2019

contrordine compagni! Sono finiti i popcorn


“Contrordine compagni! Sono finiti i popcorn”


Crisi di governo ferragostana del 2019, al limite della farsa come sono stati questi mesi di governo. Dopo aver approvato provvedimenti che da più parti dicono non essere sostenibili, non solo, promettendosene di farne altri altrettanti “a debito futuro” come si fanno quadrare i conti? Ci penseranno quelli che arrivano dopo. Salvini ha aperto una crisi politica con tempi non proprio comprensibili a questo riguardo, con lo spettro di un governo istituzionale che farà la legge di bilancio oltre che gestire le elezioni. Un Monti bis?
Cosa vuole Salvini sembra chiaro, capitalizzare l’ampio consenso popolare acquisito in questi mesi e riproporre un governo di centrodestra a guida leghista.
Cosa vogliano i Cinque Stelle sembra portare a casa una battaglia di bandiera: la riduzione del numero dei parlamentari, fatta, come il resto dell’azione politica del loro governo, all’insegna dell’improvvisazione. Una battaglia solo di bandiera non direttamente applicabile se si arrivasse a votare entro l’anno. Come si sistemano le cose? Ci penseranno quelli che vengono dopo.
Nella sinistra le cose, come sempre, sono “molto più complesse”.
La posizione più sorprendente è quella dei renziani che in meno di ventiquattro ore hanno deciso che il quadro politico era talmente cambiato da ribaltare anche la loro posizione politica. Dal minacciare la scissione se qualcuno nel PD avesse parlato anche solo di una consultazione coi Cinque Stelle a minacciare la scissione se non si fa un governo istituzione con i Cinque Stelle! Arrivando perfino ad affermare che la linea politica nel merito non l’avrebbe scelta la segreteria ma i gruppi parlamentari, così con un sol colpo si sfiduciava anche il segretario di partito.
C’era chi faceva presente già lo scorso anno che la situazione era pericolosa e i renziani hanno imposto la tattica del “popcorn” affermando che le istituzioni democratiche sono forti. Visto che lo sciagurato referendum renziano non era passato, le istituzioni democratiche sono ancora quelle. Certo la legge elettorale non è proprio il massimo, la Lega sembra avere un consenso altissimo, la riduzione del numero dei parlamentari avrebbe bisogno di correttivi (ma per questo come già detto non c’è problema perché non entrerebbe in vigore con queste elezioni!). Gli avversari interni avanzano il sospetto, sembrerebbe fondato, che qualche mese di ritardo delle elezioni servirebbero a Renzi per preparare il suo nuovo partito, simboli e nome già pronti.
Un altro pezzo del PD vorrebbe invece un accordo di governo con i Cinque Stelle per finire la legislatura, si sistemano i conti, si rimette a posto il rapporto con l’Europa, si rabbercia il quadro istituzionale e poi si va al voto. E’ uno scenario che ho già visto diverse volte: i due governi Prodi e il governo Monti. Il centro sinistra che impone al paese scelte impopolari poi perde le elezioni e la destra sperpera in scelte populiste che piacciono tanto agli elettori. Si dice “senso dello Stato”, adesso addirittura bisogna “salvare l’Italia e gli italiani”. Ma gli italiani vogliono essere salvati?
In teoria nel PD dovrebbe essere rimasto anche un gruppo che vorrebbe comunque andare alle elezioni, mobilitare il paese su un programma politico (?) in grado di recuperare gli astensionisti, i delusi dei Cinque Stelle, i moderati (secondo qualcuno in realtà i moderati sono già il PD) e le “varie anime della sinistra”.
Penso però che la sintesi programmatica sia impossibile. Tutta la sinistra occidentale dopo l’abbandono della socialdemocrazia novecentesca, la scelta del mercato, il blerismo, il liberalismo democratico, in realtà non riesce a costruire un programma politico per gli elettori ormai populisti. Non dico una ricetta per governare la globalizzazione e la crisi ambientale ma anche solo:
  • Si promuove il lavoro o si difendono i lavoratori?
  • Il merito fa parte dei valori o è sempre e solo meritocrazia?
  • Occuparsi dei diseredati è una questione di diritti (e doveri) o, in nome della “percezione della sicurezza” è un’opera di carità da lasciare alla chiesa e al volontariato?
  • Il riformismo è un percorso da ricominciare o è meglio lasciare le cose come stanno garantendo i corporartivismi se no si perdono i voti?
  • La sussidiarietà verticale è un valore? Portare il livello delle decisioni più vicino possibile agli elettori oppure in questo modo “si rompe l’unità della Repubblica”? Ma ricordiamoci dell’art. 114 della Costituzione “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato.” Possiamo pensare di migliore l’efficienza dei servizi decentralizzando la gestione trasformando i servizi statali in “beni pubblici” con al centro gli utenti invece delle corporazioni?
  • L’eguaglianza, l’equità e l’inclusione non sono sinonimi, come si coniugano le libertà individuali e l’appartenenza sociale? Come garantire a tutti di poter realizzare il proprio progetto di vita senza esagerate sperequazioni economiche e sociali?
  • Se le differenze economiche e sociali si polarizzano eliminando il ceto medio, possiamo pensare di avere un problema di ridistribuzione del reddito? O pensiamo che anche questo possa essere risolto dal mercato?

Tutte questioni su cui non vedo concrete possibilità di trovare sintesi nel centro-sinistra e, andando oltre la pretesa della “vocazione maggioritaria”, anche nella sinistra e nella sinistra sinistra (lascerei fuori che si propone di abbattere il capitalismo per avanzare verso il “sol dell’avvenir”).
Se invece si pensa ad una alleanza d’emergenza tipo CNL questa ha bisogno di un suo momento catartico. Sarà duro, sarà doloroso, sarà drammatico ma (sarà il pessimismo dell’età che avanza) non vedo altro modo per invertire la narrazione populista maggioritaria nel paese.
Salvini dice di avere già pronta la finanziaria, bene, andiamo a far scoprire le carte, facciamogliela approvare, poi la cosa non regge nella vita reale del paese, tutti si assumano le loro responsabilità, anche gli elettori. Aumenta l’IVA, gli investitori stranieri scappano, aumenta la dislocazione produttiva, non ci sono più i soldi per pagare i dipendenti pubblici (anche il mio), c’è bisogno della “troica”, si deve tagliare drasticamente la spesa sociale e le pensioni. Gli elettori del tempo dei sociali hanno bisogno di toccare direttamente con mano, se no sarà come la volta scorsa quando eravamo più o meno nelle stesse condizioni e il governo Monti rimette la situazione in sicurezza e nell’elettorato populista social dipendente la colpa è stata di Monti e della Fornero e non di chi ha causato la situazione e ora si appresta di nuovo a governare.
Forse solo dopo un disastro di questo tipo si potrebbero ritrovare le condizioni per un nuovo CNL e le condizioni per ripensare nuove sintesi e nuove riforme.
E’ brutto lo so.

sabato 15 giugno 2019

Il rosario, la Madonna, la fede e la politica


Il rapporto tra fede cristiana e politica ha avuto una fase iniziale molto conflittuale: persecuzioni, martiri, catacombe, non tanto perché si pensava che i cristiani aspirassero ad un ruolo di potere, ma al contrario una religione salvifica e centrata sulla vita ultraterrena proponeva valori che mettevano in discussione quelli della civiltà romana.
Ancora alla seconda metà del II secolo nella “Lettera a Diogneto” si ripropone il ruolo del cristiano come colui che” è nel mondo ma non è del modo”, un rapporto conflittuale che ha ispirato in modo significativo una parte della nascente religione cristiana e soprattutto la corrente ascetica e mistica. Un testo che ha avuto una fortunata riscoperta anche durante il periodo post conciliare e della fine del collateralismo tra cattolici e la rappresentanza politica partitica della DC.
Si fa risalire invece all'Editto di Milano del 313 la nascita di un collateralismo tra religione e potere coincidente con la fine delle persecuzioni. Sarà infatti significativo il ruolo dei pontefici nel passaggio tra la fine dell’Impero Romano d’Occidente e la nuova società medioevale. Curiosamente sarà proprio un pontefice: Papa Gregorio Magno a supplire alla carenza della politica nella parte occidentale dell’impero ed affrontare la questione delle invasioni barbariche con una forte opera di inclusione.
Anche quando poi arriverà lo scisma orientale la questione più che disputa teologica e di ruoli religiosi, sarà prettamente questione di potere temporale. Ancora adesso la regione ortodossa è molto intrecciata alle questioni politiche delle nazioni in cui è prevalente, una religione fortemente integralista e nazionalista.
La vera spaccatura sul piano religioso ma anche politico e culturale è senz'altro quello della Riforma e della Controriforma.
La riforma prefigura un ruolo più attivo e consapevole dei cristiani, pienamente responsabili al di fuori della mediazione religiosa. I cristiani protestanti saranno molto più istruiti anche nella conoscenza dei testi sacri (a volte fuorviati da una interpretazione strettamente letterale di testi scritti in epoche molto diverse) Senza la mediazione dei Santi e neanche della Madonna, anche se Lutero è un importante autore di un commento al Magnificat. Da qui, sfruttando le novità tecnologiche del tempo, la diffusione della Bibbia a stampa per i cristiani più colti e facoltosi e il ruolo delle liturgie centrate sul canto dei salmi e sul sermone.
In contrapposizione la controriforma vedrà l’esaltazione delle figure dei santi e della Madonna tanto da realizzare una serie di “fortilizi culturali” dei santuari dedicati alla Madonna e alle sue apparizioni su una linea di frontiera tra Europa cattolica e quella protestante, sostenute da apparizioni ed eventi miracolosi (con qualche riedizione nel 1948 quando la frontiera in Europa diventa quella tra est ed ovest). Anche la pratica della recita del rosario, di origine domenicana, riprende vigore proprio in contrapposizione alla lettura diretta dei testi sacri. Diffusa come pratica soprattutto popolare come momento di ritrovo serale della famiglia patriarcale, compito della “mater familias” era quella di “iniziare il rosario”, ricordando ad ogni decina i vari misteri di meditazione. Il rosario infatti è una pratica mistica in cui la voce ripete in continuazione la stessa locuzione e la mente è libera di pensare e meditare sui misteri religiosi od altro. Una pratica che i mistici definiscono di “attenzione apparente”, e se non ci sono meditazioni da fare … ci si addormenta.
Il pericolo intravisto nel mondo cattolico della lettura diretta dei testi sacri si protrae fino al Concilio Vaticano II con l’introduzione della liturgia in italiano e con la pubblicazione del documento “Dei verbum” del 1965. Fino ad allora i cattolici che volevano leggere direttamente i testi sacri avrebbero dovuto chiedere una specifica dispensa al proprio parroco.
L’ambito cattolico è caratterizzato da una notevole ignoranza, a diversi livelli, della lettura, interpretazione e “discernimento” dei testi sacri. Da qui una religiosità popolare di tipo superficiale, identitaria e fortemente caratterizzata dalla pratica sacramentale. La messa in discussione di questa impalcatura anche se in modo non sempre lineare sta aprendo brecce consistenti nell’intero sistema.
Va letta anche in questa chiave la dichiarazione di impotenza delle dimissioni di Benedetto XVI, che viene da una formazione fortemente intellettuale e contigua al mondo protestante.
In questa breccia della chiesa cattolica, anche in difficoltà a dare nuovo senso alla religiosità popolare di basso livello culturale e religioso anche dei propri preti e catechisti, si inserisce la dimensione religiosa identitaria sfruttata dalla Lega di Salvini.
La strada forse è quella già indicata da un altro intellettuale e “pastore” che fu il cardinale Martini che promosse a livello delle singole parrocchie una catechesi basata sulla pratica monastica della “lectio divina”, ma ahimè mancano i quadri intermedi.

martedì 2 ottobre 2018

Che fine farà il "bonus docenti"?


Il 31 agosto 2018 si è conclusa la sperimentazione del “bonus” per la valorizzazione del merito dei docenti. Come ADI ci siamo espressi nettamente in modo contrario a questa scelta. Forti del nostro specifico sguardo internazionale sulla scuola, sostenuti dai risultati ottenuti con scelte simili già applicati in altri paesi ci era già chiaro che fosse una scelta sbagliata. Alla scuola non servono più forti competenze singolari estemporanee da premiare a posteriori annualmente ma una organizzazione di squadra con competenze e ruoli differenziati attraverso una vera e propria carriera dei docenti stabile, per andare oltre la valorizzazione del “capitale umano” verso una organizzazione che faccia emergere il “capitale professionale”.
Il meccanismo è stato applicato ma non se ne conoscono i risultati di una azione che la legge stessa definiva sperimentale. Il MIUR ha condotto una indagine sull’applicazione solo nel primo anno. Secondo il comma 130 gli USR dovrebbero fornire al ministero una “relazione sui criteri adottati dalle istituzioni scolastiche”, queste relazioni dovrebbero essere esaminate da un apposito comitato tecnico scientifico, esplicitamente previsto per legge dal comma 130, che dovrebbe predisporre le linee guida per l’applicazione definitiva del meccanismo.
Tutta la sperimentazione sembra conclusa con un’altra malsana abitudine italiana, quella di modificare una legge del Parlamento non solo con Decreti Ministeriali ma addirittura con il Contratto Collettivo Nazionale. Quello della scuola infatti di aprile 2018 fa confluire il fondo specifico nell’unico fondo per il miglioramento dell’offerta formativa, poi all’art. 22 introduce anche il “bonus docenti” nella contrattazione sindacale d’istituto per la definizione “dei criteri generali per la determinazione dei compensi”. Ma secondo il comma 127 i criteri sono definiti dal comitato di valutazione. Sembrerebbe quindi che il DS assegnerà il “bonus” tenendo dei criteri del comitato di valutazione e applicando quelli contrattati con la RSU.
Siccome poi le farse della normativa non ci stupiscono più, il CCN parla di far confluire nel fondo per il per il miglioramento dell’offerta formativa anche quello del “bonus” a partire dall’a.s. 2018-19, l’Aran con una nota del 29 agosto 2018 (a due giorni dal termine dell’anno scolastico!) rettificando una propria nota di luglio, afferma che la contrattazione dei criteri con l’RSU vale anche per l’anno scolastico 2017-18 nel comunicarlo alle scuole fa presente che tanto i soldi non ve li hanno ancora dati.
Temo che anche questa sperimentazione finirà all’italiana senza una vera valutazione sui dati senza una decisione chiara su come proseguire, rimarrà in vita come un residuato, una riserva da cui da cui di volta in volta recupere fondi, come del resto è già avvenuto proprio con il Contratto. Nessun cambiamento in vista insomma.

Il nuovo Codice della Protezione Civile


All’inizio dell’anno è stato pubblicato il nuovo “Codice della protezione civile” con il D.lgs. n.1 del 2 gennaio 2018. Precedentemente il Servizio Nazionale di protezione civile era regolato dalla Legge 225 del 1992.
La legge del 1992 era stata fortemente voluta dall’On. Zamberletti che aveva svolto il compito di Commissario Straordinario nel Terremoto del Friuli del 1976. La legge arrivava in porto allora dopo 12 anni di discussioni e ripensamenti e dopo che nel frattempo diverse emergenze avevano messo in luce gravi disfunzioni nella gestione centralistica delle emergenze. È rimasto storico l’intervento dell’allora Presidente delle Repubblica Sandro Pertini con un messaggio alle Camere ma anche ai cittadini tramite un intervento in televisione a seguito delle disfunzioni durante l’emergenza del terremoto dell’Irpinia del 1980.
Un precedente fatto storico aveva segnato in modo profondo la discussione sul tipo di organizzazione da dare alla protezione civile in Italia: l’alluvione di Firenze del 1966. In quella occasione parecchi studenti italiani si sono autonomamente e spontaneamente mobilitati per portare soccorso alla città ricca di monumenti e beni culturali, furono definiti “gli angeli del fango”. Tanta abnegazione era però priva di organizzazione e di direzione operativa col rischio di aggravare i problemi di gestione dell’emergenza. Anche durante il terremoto del Friuli fu significativa la presenza del volontariato nei soccorsi, ma questa volta era più strutturato e organizzato in associazioni come ad esempio l’Associazione Nazionale Alpini (ANA) che da allora ha continuato con grande professionalità gli interventi in tutte le successive emergenze.
Gli avvenimenti hanno spinto quindi il “padre della protezione civile”, l’On. Zamberletti ha insistere e ha ottenere nella L. 225/1996 che la protezione civile in Italia fosse concepita come un servizio pubblico e non come un corpo specifico dello Stato, con il coinvolgimento di diversi soggetti sia gestionali che operativi. Un modello diverso sia di quello francese, centralistico di uno specifico corpo statale che di quello tedesco basato invece su una forte presenza di volontariato. In Italia la protezione civile è nata e continua a essere definita nel nuovo codice come un “Sistema” che coordina diverse competenze in caso di necessità. Un ruolo particolare è riservato dal punto di vista gestionale ed operativo al Dipartimento Nazionale di Protezione Civile presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e operativamente nel primo soccorso tecnico al Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.
Dal '92 ad oggi sono intervenute diverse modifiche sul piano giuridico amministrativo: dal nuovo ruolo delle regioni, dei comuni e delle province, una nuova suddivisione dei ruoli tra tecnici e politici. Anche la gestione delle varie emergenze che si sono succedute ha messo in evidenza criticità organizzative da affrontare in un'ottica di miglioramento. Non da ultimo la scarsità di risorse economiche disponibili ha inciso anche sul sistema di protezione civile.
Il nuovo Codice della protezione civile prevede uno specifico articolo sulla partecipazione dei cittadini, l’articolo 31. Il primo comma afferma che il Servizio nazionale promuove la crescita della resilienza delle comunità.
Quello della resilienza è un concetto che è entrato nel dibattito in questi ultimi anni, è un concetto derivato dalla fisica dei materiali che descrive le capacità elastiche e di reazione dei materiali che dovrebbe essere applicata anche alle comunità, la capacità cioè di reagire agli eventi eccezionali assorbendo e reagendo in modo positivo. Diversamente dai materiali rigidi (comunità poco flessibili) che superato il punto di resistenza si rompono e non si possono reintegrare facilmente o da materiali plastici (comunità poco strutturate) che subiscono i cambiamenti in modo permanente senza reazione.
Al secondo comma si sottolinea la necessità di formare e informare la popolazione sui rischi. Sempre al secondo comma si definisce però anche un nuovo concetto: le comunità in occasione delle emergenze “hanno il dovere di ottemperare alle disposizioni impartite dalle autorità di protezione civile in coerenza con quanto previsto negli strumenti di pianificazione.” Per la prima volta viene introdotto il concetto di “dovere” dei cittadini anche durante l’emergenza e non solo quello dei diritti.
Il terzo comma chiarisce che i cittadini possono concorrere allo svolgimento delle attività di protezione civile in due modi: aderendo alle organizzazioni di volontariato che ne curano la formazione e l’addestramento, ma anche negli interventi diretti “riferiti al proprio ambito personale, famigliare o di prossimità” Quindi, se da una parte non è più tempo di “angeli del fango”, il cittadino in caso di emergenza deve mettere in atto i comportamenti indicati dalle autorità di protezione civile e può adoperarsi per mettersi in sicurezza autonomamente e portare soccorso ai propri famigliare e vicini.
Come associazione riproporremo anche questo autunno delle attività formative rivolte a tutti i cittadini.
È inoltre utile sapere che si può consultare il Piano d’emergenza comunale al link:
È inoltre disponibile un applicativo denominato “protezione civile Lombardia” da installare sul proprio smartphone che permette ai cittadini di essere informati in tempo reale sui comunicati di allertamento emessi dalla Regione Lombardia.
In emergenza la nuova parola d’ordine dovrà essere: “cittadini informati, comunità resiliente”.